martedì 17 dicembre 2013

Aiuti alla lettura? - D185

Lo scorso 13 dicembre un attesissimo consiglio dei ministri ha licenziato dopo una consultazione pubblica il decreto legge “destinazione Italia”, e altre misure con impatti in molti settori, tra cui energia, assicurazioni, editoria. Mi concentrerò sull’ultima area: gli sconti fiscali sull’acquisto di libri.

Un’infografica del Ministero dello sviluppo usa lo slogan “la cultura ti fa risparmiare” per motivare l’introduzione di una detrazione d’imposta al 19% sugli acquisti in libri per massimo mille euro all’anno su testi scolastici e universitari e altrettanto sugli altri testi, con un budget complessivo di 50 milioni.
Mentre preparo questa puntata, un giorno e mezzo dopo la riunione dei ministri, non è ancora pubblicato il testo delle misure come uscite dal consiglio, cosa che mi fa addirittura immaginare che il Governo possa rimetter mano ai dettagli delle norme prima di mandarle in Parlamento. Mi baso quindi sui comunicati stampa ufficiali e su quanto hanno riferito i giornali.

Che la detraibilità dei libri sia un aiuto direttamente finalizzato alla diffusione della cultura è smentito già da una prima analisi di come funziona la norma, e dallo stesso ministro Zanonato in un’intervista ad Alessandro Barbera su La Stampa di domenica.

L’aiuto è alle librerie e ai distributori, non alla lettura. Infatti sono esclusi i libri elettronici, gli ebook. Con il paradosso che se per le scuole è stata stanziata nel DL 104/2013 una piccola somma per l’approvvigionamento di supporti per i libri elettronici (ringrazio Alessandro Fusacchia per l’informazione), gli studenti sono invece incentivati con questa norma a riempire gli zaini con volumi cartacei.

Altra clamorosa incoerenza riguarda la cosiddetta agenda digitale. Come si concilia la strategia di digitalizzare il Paese con il negare il contributo a chi vivendo in piccoli centri accede alla cultura grazie alla rete e ai testi in formato elettronico?

Ancora: le detrazioni fiscali sono un metodo classico per disincentivare l’economia sommersa o illegale. Nel caso degli ebook è un problema la tutela del diritto economico d’autore, che viene danneggiato dal download illegale di libri. Ma l’acquisto di ebook con questa norma sarà artificiosamente scoraggiato.

Infine: che tipo di lettore beneficerà degli sconti fiscali? Secondo l’Istat chi legge almeno un libro non scolastico all'anno è la metà degli italiani, mentre sono pochi, ma importanti per il fatturato del settore, i lettori forti.
Il tetto massimo di 2000 € a soggetto su cui applicare la detrazione permette sconti su almeno un centinaio di libri all’anno, abbastanza per i lettori forti. Se ipotizziamo che i lettori occasionali non diventeranno di colpo lettori medi, stiamo dicendo che il budget dell’operazione potrà essere fatto fuori da soli 25000 lettori forti.
Pur con una somma complessiva limitata, un tetto massimo individuale più basso avrebbe potuto far acquistare i circa 17 milioni di libri scontati (ipotizzando un prezzo di 15 € l’uno) a una platea più vasta, contribuendo, seppur di poco, all’avvicinamento alla lettura.
E siccome la norma non è fatta a caso, questo dimostra ulteriormente che l’obiettivo è dare soldi alla filiera soprattutto della distribuzione del libro, non aumentare il numero di lettori.

Ma non sarebbe meglio, anziché fingere di preoccuparsi dei consumatori, e in realtà elargire mance a un settore economico o a un altro, darla alle buste paga, la mancia? Non sarebbe più rispettoso dei contribuenti e della loro autodeterminazione?

martedì 10 dicembre 2013

Guerra dei sussidi: nuovo round - D184

Ci risiamo. La guerra dei sussidi. Questa è la cronaca dell’ultimo round. Tra i protagonisti Legambiente, il ministro Zanonato e Assoelettrica.

Secondo l’OCSE, la IEA e il FMI i sussidi alle fonti di energia fossile sono troppi e hanno molte controindicazioni. Scrive il Fondo Monetario che, per quanto finalizzati alla protezione dei consumatori, essi aggravano i bilanci pubblici, spiazzano spesa pubblica prioritaria, deprimono gli investimenti privati, distorcono i consumi, accelerano l'esaurimento delle risorse naturali e si oppongono agli investimenti in decarbonizzazione e fonti rinnovabili.

Legambiente nel suo “Stop sussidi alle fonti fossili” li ha recentemente quantificati per l’Italia in oltre 12 miliardi all’anno, di cui 4,4 diretti agli autotrasportatori, centrali elettriche fossili e consumatori energivori, e il resto indiretti la cui riconducibilità ai consumi fossili è in qualche caso opinabile (per esempio, Legambiente considera un sussidio indiretto alle fonti fossili i finanziamenti per nuove strade, cosa che in parte è ragionevole, in parte no: una strada, in futuro, potrebbe essere percorsa da veicoli elettrici in uno scenario di generazione elettrica massicciamente da fonti rinnovabili). In altri termini: non c’è dubbio che i sussidi a nuove autostrade siano nati vecchi e criticabili in un contesto in cui il traffico autostradale scende, ma dare aiuti a infrastrutture già mature non comporta necessariamente aiutare le fonti fossili.

Scrive Legambiente: “Perché sussidiamo petrolio, carbone e gas d’importazione quando oggi le fonti rinnovabili sono competitive e l’efficienza energetica è da tutti considerata un investimento strategico”? Affermazione che di piega a mio avviso ne fa solo una: se le fonti rinnovabili sono competitive rispetto alle altre, allora non dovrebbero beneficiare di aiuti, che invece complessivamente ammontano a circa 12 miliardi/anno, proprio la stessa cifra che Legambiente attribuisce alle fonti fossili.
Sarebbe più equilibrato affermare che le fonti rinnovabili, che la politica in particolare europea ha deciso dover essere per buona parte la nostra risorsa energetica del futuro, stanno diventando sempre più competitive, ma non abbastanza per competere con quelle fossili già ora e del tutto, a maggior ragione se sussidiate anche queste ultime.
E che quindi i sussidi a rinnovabili devono progressivamente scendere fino a scomparire per le tecnologie più mature. A patto che quelli alle fossili scompaiano anche loro, però.

Ma siamo alle solite: un tifo da stadio che non riesce a trovare l’ovvia sintesi e che fa twittare al ministro Zanonato che gli unici sussidi alle fonti fossili sono il cosiddetto CIP6. Inesatto, a mio parere, perché uno sconto fiscale sul gasolio da 1,6 miliardi all’autotrasporto o uno sconto sulla bolletta di un energivoro sono soldi.

Chicco Testa di Assoelettrica non è d’accordo con me: dice che è difficile considerare sussidi gli sconti alle accise autotrasporto, visto che da noi sono molto elevate. Vero, lo sono, ribatto io, per chi le paga. Se introduco un vantaggio (enorme, perché il sistema è tale da sterilizzare tutti gli aumenti di accise da anni) per un camion rispetto a un’auto privata, non sto forse sussidiando il primo a spese della seconda che deve pagare anche per lui? Non sto forse sottraendo soldi all’erario?

Questo sistema è come un controllo antidoping, che beccato uno positivo, dopa anche il concorrente per mettere le cose a posto. Quanto possiamo andare avanti così? Ci crediamo o no all’efficienza e alla decarbonizzazione? Se sì, le accise le devono pagare tutti. E se le pagassero tutti si abbasserebbero. E se le fonti rinnovabili mettessero in campo la loro maggior competitività, rivendicata da Legambiente, contribuendo ai costi sul sistema elettrico, di nuovo libereremmo risorse.

I sussidi sono una droga, rendono inefficienti gli operatori. E li rendono più lobbisti barricaderi e meno innovatori, ci avete fatto caso?

Grazie a Marianna Antenucci.

martedì 3 dicembre 2013

Banche italiane e fondazioni - D183

“Di cosa ti occupi?”
"Maaah, faccio attività intersettoriali, sai sempre più necessarie per rispondere alla complessità della contemporaneità”.

Questo dialogo me lo sono inventato? Sì, ma non mi sono inventato la frase: "A questi ambiti di intervento si affiancano le attività intersettoriali, sempre più necessarie per rispondere alla complessità della contemporaneità."
Se fossi un insegnante di italiano trovando questo periodo in un tema probabilmente me la prenderei con la vacuità dell'alunno che l'ha scritto, il quale invece di comunicare qualcosa si nasconde dietro alle parole (senza trovarne di meno ridicole, tra l'altro).

Da dove ho copiato la frase? Dal sito della Compagnia di San Paolo, l'azionista più grosso (quasi il 10%) di Banca Intesa, alla pagina che descrive gli scopi dell’organizzazione, com’era l’1/12/2013 alle 13 circa.
Prima del passaggio incriminato, la fondazione afferma di avere “finalità di interesse pubblico e di utilità sociale, allo scopo di favorire lo sviluppo civile, culturale ed economico delle comunità in cui opera”. Finanziandosi con i redditi di un patrimonio “costituito nei secoli” che la Compagnia “ha il compito di trasmettere intatto alle generazioni future”.

Dunque, la Compagnia vuol fare del bene senza perseguire un profitto eccedente quello necessario per conservare il capitale, che equivale a dire che non persegue necessariamente la massimizzazione del ritorno economico, nemmeno in rapporto al rischio sostenuto. Una sorta di benefattore illuminato attento a non perdere soldi.

Fondazioni simili alla Compagnia di San Paolo compongono complessivamente una quota di circa un quarto del capitale di Banca Intesa, mentre oltre il 70% è di piccoli azionisti sul mercato. Una compagine simile a quella di altre importanti banche italiane.

Fine della premessa. Ora la tesi.

Che azionisti di riferimento di buona parte del sistema bancario, riconducibili a enti locali, non siano interessati al profitto mi preoccupa.
Perché esclude almeno in parte la razionalità economica come faro delle decisioni. Mentre il capitalismo massimizza la ricchezza complessiva se i suoi agenti cercano il profitto, in un contesto dove la funzione di redistribuzione e di sicurezza sociale è invece affidata al Governo centrale.

Certo è legittimo che uno metta in piedi una banca coi suoi soldi o quelli che riesce a raccogliere per gestirla come vuole nel rispetto delle leggi, dando credito eventualmente solo a chi sposa la sua causa. L’esempio di Banca Etica è interessante, sia per la natura diffusa e privatistica dell’azionariato attuale pur in assenza di quotazione in borsa, sia per la trasparenza rispetto alle finalità e agli impieghi del denaro raccolto. (Per inciso: per me è già etico cercare il massimo successo economico rispettando e anzi difendendo la legalità, per questo non sono socio di Banca Etica e ho la tessera radicale).

Ma se gli azionisti di riferimento delle banche sono gli enti locali, la questione si complica. E si complica di più se il perseguimento di finalità eterodosse rispetto all’efficienza economica riguarda buona parte del credito complessivo.
Se un’azienda ha una buona idea di business e cerca capitale finanziario, ma non rientra in canoni morali imperscrutabili che nemmeno volendo sa come apprendere, cosa succede? Che si presenta a Banca Intesa con un progetto d’investimento con buone prospettive di rendimento ponderato al rischio e loro rispondono che preferiscono un non meglio specificato bene comune?

Forse questa storia, e qui rubo la considerazione a Valerio Federico e Alessandro Massari, è un sintomo di come la mano pubblica cerchi di mantenere surrettiziamente il controllo sul sistema creditizio malgrado la legge del ’90. Facendo peggio di prima: perché un controllo, con criteri opachi, da parte degli enti locali è ancora meno sensato territorialmente e costituzionalmente di uno da parte dell’amministrazione centrale.

martedì 26 novembre 2013

Ecopedaggio francese per mezzi pesanti, e proteste - D182

L’altra volta Derrick si è occupato della carbon tax francese, prima tentata da Sarkozy e ora forse in via di approvazione con il governo socialista.
Sarkozy in realtà ci aveva provato anche in un altro modo a introdurre tasse di natura ecologica per ridurre quelle sul reddito: con la TPL, taxe poid lourds, detta anche ecotassa, imposta sul trasporto pesante che, arrivata a ridosso dall’applicazione dopo anni di preparazione, ha scatenato blocchi stradali da parte dei camionisti (soprattutto i cosiddetti padroncini, secondo Assotir) e anche da parte dei “cappucci rossi” (bonnets rouges), esponenti dell’industria agroalimentare bretone già in crisi che temono un peggioramento con l’aumentare dei costi di trasporto. Evidentemente non tranquillizzati dall’esenzione che la norma prevede per i trasporti di alcuni prodotti alimentari, stando al sito ufficiale dell’amministrazione francese.

Ma cos’è quest’ecotassa? È un pedaggio per i mezzi pesanti (non pesantissimi, in realtà, perché parte da masse di 3,5 T) calcolato per chilometro percorso su circa 10.500 km di rete stradale nazionale più circa la metà di strade dipartimentali e comunali.
L’importo al chilometro dipende dalla classe ecologica del veicolo sulla base della classificazione europea (veicoli più inquinanti pagano di più), dal numero di assi e dal peso autorizzato, per un costo per il 2014 da 8,8 a 15,4 centesimi al chilometro).
Funziona con portali in luoghi strategici della rete. Curioso però che siano escluse le autostrade dove gli apparecchi per il pedaggio elettronico già ci sono. In effetti l’infrastruttura è simile a quella per il telepass, e ci vuole un trasmettitore che dev’essere obbligatoriamente pagato e installato da tutti i mezzi commerciali per cui è dovuta l’ecotassa.

Mettere tutto in piedi non dev’essere stato una cosa da poco, tantoche la società Ecomouv, una cordata controllata da Società Autostrade, è stata costituita già nel 2011. E ha firmato con l’amministrazione francese un contratto che pare preveda, per remunerare l’investimento, il 20% di aggio sulle somme raccolte oppure  – cosa che ora a Società Autostrade tornerà utile - una penale di 800 milioni nel caso in cui l’ecotassa non entri effettivamente in vigore.
E in effetti in un’intervista a Les Echos, il primo ministro Jean-Marc Ayrault ha anticipato il 18 novembre che il governo era favorevole a sospendere l’ecotassa, già rimandata di un anno. E la sospensione è poi avvenuta. Ayrault ha detto che prima di partire serve il tempo per una revisione generale del sistema fiscale. 
E società Autostrade probabilmente dovrà sudarsi gli 800 milioni, visto che il ministro dell’economia francese ha rilasciato dichiarazioni critiche rispetto a Ecomouv, riferendosi a ritardi nell’approntamento del sistema.

La morale? Un po’ come con i taxi, o gli autobus urbani, sembra che chi tocca i TIR muoia, almeno in termini di singole iniziative di amministrazione. E dire che la norma francese prevede espressamente che i trasportatori possano passare a valle il maggior costo.

Ho sempre più l’impressione che le riforme fiscali si riescano a fare non tanto se hanno un senso complessivo in termini di equità e sviluppo, quanto se il ramo negativo del loro impatto – per quanto grosso – non è percepito da categorie in grado di far casino.

Per questa puntata ringrazio Marianna Antenucci.

martedì 19 novembre 2013

D181 - Carbon tax in Francia

Vi ricordate? Nel 2009 il presidente francese Sarcozy tentò di introdurre una carbon tax in Francia. Che però fu rigettata dalla corte costituzionale. Perché? Perché aveva troppe esenzioni.
Troppe esenzioni.

Ora Hollande ci riprova ma ha imparato solo in parte la lezione.

Prima di entrare nei dettagli però vorrei evitare un fraintendimento: le proteste dei TIR che stanno bloccando le strade francesi ancora mentre scrivo questo post non sono proteste contro la carbon tax. Bensì contro un’ecotassa in forma di pedaggio di cui parlerò nella prossima puntata e di cui hanno parlato i giornali italiani per un coinvolgimento di Società Autostrade nella cordata che ha messo in piedi l’apparato di esazione.

Riguardo invece alla carbon tax francese (contribution climat énergie): è già approvata da un ramo del parlamento. Si tratta di una modifica delle accise sull’energia che introduce in anticipo parte delle previsioni dell'evoluzione della direttiva europea sulla tassazione dei prodotti energetici, il cui aggiornamento, non ancora legge, prevede che le accise su questi prodotti debbano legarsi alle emissioni di CO2 e al contenuto energetico.
Su questa base, il legislatore francese stabilisce un costo della CO2 per i prossimi anni, e in questo modo aggiunge una componente di accisa ai combustibili. Il ricavato andrà perlopiù ad alimentare il credito d’imposta per la competitività e l’occupazione.

L’applicazione della carbon tax sarà graduale perché prevede prezzi della CO2 crescenti. Uno potrebbe chiedersi perché si utilizzano prezzi convenzionali anziché prezzi del mercato delle emmissioni – il cosiddetto ETS. La risposta più verosimile è che questo mercato, per diversi motivi, sta esprimendo prezzi bassi e dalle prospettive inaffidabili e che per questo i legislatori, in modo un po’ illiberale, stanno cercando di eluderlo anziché farlo funzionare, o semplicemente prenderne atto. In ogni caso, il gettito previsto dalla contribution climat énergie è di soli 340 milioni di euro nel 2014, per poi salire a 2,5 miliardi nel 2015 e poco più di 4 miliardi nel 2016. Si tratterà circa di 2 € in più a regime per un pieno di gasolio da 50 litri.
Non per tutti, però. Perché come accennavo all’inizio ci sono esenzioni. In particolare per il trasporto pesante sopra le 7,5 tonnellate, già in parte esentato dalle attuali accise. Derrick si è recentemente occupato dei clamorosi sconti alle accise sul gasolio di cui il trasporto pesante gode anche in Italia (1,6 miliardi nel 2012), e nella prossima puntata faremo un confronto comparato sulle dimensioni di quest’esenzione rispetto alla Francia.

Quel che si può di sicuro dire, riprendendo anche la corte costituzionale francese, è che se uno mette una tassa sulle emissioni CO2 è per scoraggiarle. Cioè per farne pagare un costo economico a chi le causa. Ma se questo costo non viene fatto pagare all’autotrasporto commerciale  si fallisce nell’introdurre un vantaggio ai prodotti che hanno minor necessità di emettere CO2 da trasporto. Si impedisce quindi al sistema introdotto di funzionare anche per i prodotti che hanno un consumo energetico – e quindi emissioni – indirette dovute al trasporto. Si rende quindi il sistema di molto monco.

Per questa puntata ringrazio Marianna Antenucci.

martedì 12 novembre 2013

D180 - Il nuovo nucleare inglese di Stato - Parte 2

L’ultima volta abbiamo commentato la notizia che il governo inglese in carica ha chiuso un accordo con una cordata industriale guidata dalla francese Areva per costruire e operare in Gran Bretagna almeno due reattori nucleari per produzione elettrica. Reattori attesi tra dieci anni e a cui per i successivi 35 il governo inglese garantirà un prezzo dell’energia di circa 108 Euro al MWh, indicizzato all’inflazione, che è più o meno il doppio del prezzo dell’elettricità all’ingrosso in Gran Bretagna e circa il 60% di più di quello italiano.

Il Governo inglese è convinto che saranno soldi ben spesi, sia per superare le prospettive di carenza di capacità di generazione elettrica locale (e su questo è facile controbattere che si tratta di una soluzione che – se il problema c’è davvero – arriverà tardi) sia per combattere il riscaldamento globale – cosa a cui gli ambientalisti oppongono che le fonti rinnovabili, se continuano anche solo in piccola parte il loro trend di sviluppo, costeranno meno di questo nucleare.

Carlo Stagnaro mi ha segnalato un articolo dell’economista inglese David Henderson, uscito già nello scorso aprile, in cui le passate stagioni di investimento pubblico inglese in nucleare sono annoverate, insieme alla partecipazione al progetto Concorde, tra i peggiori bagni di sangue alimentati dal denaro pubblico in Gran Bretagna. E alla luce della novità, scrive Henderson, non sembra che la storia stia insegnando granché agli amministratori.

Ma la cosa che mi ha colpito di più in questo testo è un passaggio che parafraserei così:

“Si tende a presumere che gli approvvigionamenti energetici richiedano forme nazionali di strategie che si sostituiscano ai mercati [anche quando questi ci sono e funzionano, aggiungo io]. E che i governi debbano sostituirsi ai consumatori predefinendo i bisogni energetici da soddisfare. Eppure, quando parliamo di beni e servizi, non c’è bisogno che abbia senso soddisfare a qualunque prezzo.”

Ora, anche volendo essere meno tranchant di Henderson, si deve ammettere che decidere oggi per la prossima generazione il prezzo giusto di un bene che il mercato è spontaneamente in grado di produrre e remunerare è un bell’azzardo. Un azzardo probabilmente molto più alto rispetto al rischio che – per motivi oscuri – gli imprenditori decidano di non fare centrali elettriche nemmeno se il prezzo dell’energia tende a salire.

martedì 29 ottobre 2013

D179 - Il nuovo nucleare inglese di Stato

Scrive Patrick Wintour sul Guardian del 21 ottobre che il responsabile energia del governo britannico, Ed Davey, dovrà presto vedersela con gli ambientalisti, visto che ha deciso di installare due nuovi reattori nucleari da 1600 MW per rimpinguare la capacità di produzione elettrica nazionale.

Ma secondo me Davey dovrebbe preoccuparsi di più della reazione dei contribuenti, dato che il suo Governo garantirà per 35 anni al costruttore-gestore della centrale, una cordata francocinese guidata da Electricité de France, un prezzo per l’elettricità prodotta di 92 sterline e mezzo, oltre 108 € al MWh, indicizzato all’inflazione. Un prezzo che è doppio di quello attuale sul mercato dell’elettricità inglese.

Che Derrick sappia, nessun impianto nucleare si è mai fatto senza soldi o garanzie pubbliche, tranne quello finlandese di Olkiluoto 3, che doveva essere il primo EPR del mondo (la più recente tecnologia europea di Areva e inizialmente Siemens usata anche nell’impianto in costruzione in Normandia a Flamanville). Impianto previsto pronto nel 2009 per 3 miliardi di Euro chiavi in mano, ma ora atteso solo nel 2016 con costi stimati in 8,5 miliardi. Anche in questo caso è previsto il ritiro dell’energia a un prezzo prefissato nel lungo termine, un prezzo garantito al committente da un consorzio di investitori-consumatori. Nel caso inglese invece a garantire sarà lo Stato, socializzando il rischio che il prezzo sia troppo alto e ricadendo nella fattispecie consueta di un impianto nucleare pagato con soldi pubblici.

Una quindicina d’anni fa o più la Gran Bretagna era all’avanguardia nella costruzione di un mercato liberalizzato dell’energia, ed è stata per molti versi imitata dal resto dell’Unione Europea. Oggi è abbastanza scioccante scoprire che proprio lì una coalizione con dentro i liberali decide in base a una sua trattativa fuori da ogni mercato, oggi, il prezzo giusto dell’energia per i primi 35 anni di funzionamento di una megacentrale che se va bene sarà pronta tra dieci.
Quando i cittadini finiranno di pagare, i membri dell’attuale governo saranno decrepiti. Una sconfitta per il mercato, come ha scritto Carlo Stagnaro sul blog dell’Istituto Bruno Leoni. E una decisione che verosimilmente si rivelerà piuttosto cara per gli inglesi, visto il prezzo. Decisione però non definitiva, se può ancora essere bloccata dall’UE per aiuti di Stato.

C’è una cosa però a ben vedere che rende il mercato utile anche quando viene saltato dalla politica: oggi tutti noi abbiamo un metro di paragone per valutare il prezzo garantito dal Governo inglese al futuro impianto nucleare. E tra quarantacinque anni, salvo ritardi, gl’inglesi potranno scoprire ex post se le 92 sterline saranno state un affare o no.

Per quanto riguarda l’Italia, è interessante quanto ha notato G.B. Zorzoli in un suo articolo su Staffetta Quotidiana (dove purtroppo fa solo i nomi di quelli che loda). Zorzoli ricorda che secondo i favorevoli al nuovo nucleare italiano di qualche anno fa quell’energia sarebbe costata al massimo una sessantina di € al MWh.
Un numero che alla luce delle esperienze finlandese, francese e ora inglese, si rivela una chimera.

martedì 22 ottobre 2013

D178 - Io liberale progressista e no TAV

Scrivo questo testo mentre a Roma si svolge una puntata del rito delle manifestazioni di strada contro la crisi, qualunque cosa voglia dire, con infiltrazioni di violenti, vandalismi eccetera.
Tra chi protesta ci sono anche i no TAV, che nel gergo d’oggi vuol dire contrari alla nuova linea ferroviaria veloce Torino-Lione, progetto di cui Derrick si è occupato analizzando alcuni studi disponibili a partire da quelli ufficiali.
Un’infrastruttura che costerà ai cittadini italiani, se va tutto secondo i piani (cosa che nelle grandi opere di norma non succede), 3 miliardi di Euro al netto dei contributi UE.

Qualche giorno fa, su Formiche, è apparso un “manifesto per un’Italia moderna” a prime firme Chicco Testa e Claudio Velardi, e poi altre di persone che trovo stimabili e competenti e con alcune delle quali ho il piacere di collaborare professionalmente.
Il manifesto afferma che c’è una sostanziale differenza tra chi tra gli oppositori alla TAV usa mezzi illegali, e chi invece appoggia la realizzazione di un’opera approvata dal Parlamento. E fin qui stracondivido.
Prosegue poi con due concetti forti:
1) la TAV è da fare perché la decisione è stata presa e perché ci sono fondi europei in arrivo per farla.
2) la contrapposizione tra contrari e favorevoli è assimilabile a quella tra un “Paese senza ambizioni e uno che invece non abbassa le braccia”.

E qui gli estensori si prestano a facili critiche. Ecco perché:
L’affermazione 1), e cioè che su una decisione non si deve tornare, è errata perché irrazionale. Nelle decisioni di investimento infatti è fondamentale non farsi influenzare dai cosiddetti costi sommersi (sunk cost nell’economia industriale). In altri termini: anche se ha già speso dei soldi in un senso, l’investitore accorto cambia direzione se acquisisce nuove informazioni tali da ritenere non economico proseguire nell’investimento. E l’investimento nella TAV è stato deciso, come anche dalle documentazioni citate in questo blog è facile scoprire, sulla base di ipotesi in parte superate, in almeno un caso errate, e di una valutazione costi-benefici dall’esito dichiaratamente dubbio.

L’affermazione 2), cioè che i no TAV sono di per sé immobilisti e retrogradi e i pro TAV invece progressisti, a me sembra, e lo dico con amicizia verso i firmatari, una colossale boiata.
Si potrebbe se mai più correttamente riformularla così: i pro TAV a priori vedono nell’infrastruttura un simbolo di progresso, gli anti TAV a priori no. Ora, se a fine Settecento la macchina a vapore era uno strumento di progresso ed emancipazione, e nel dopoguerra lo sono state le autostrade o la produzione di massa di auto ed elettrodomestici, la velocizzazione di una linea perlopiù merci che già oggi non ha problemi di capienza è molto dubbio che sia uno strumento di progresso, e se in parte lo è, è già superato.

Se la nostra è l’era della rivoluzione dell’informazione e della conoscenza, è anche quella dove lo spostamento fisico veloce sta diventando meno, e non più, importante per l’emancipazione e il benessere. Tant’è che, mostrano studi disponibili in materia, la gente perlopiù non è disponibile a pagare, per muoversi molto in fretta, il molto che costa. Non è un caso che il Concorde sia stato pensato negli anni Sessanta e che nessun costruttore stia mettendo soldi per rifarlo oggi malgrado l’evoluzione tecnologica. E ancor meno c’è in Italia aumento di domanda di trasporto veloce di merci adatte al treno.

Ma al di là di cos’è il progresso per ognuno di noi, ai firmatari dell’appello io rimprovero soprattutto di eludere il discorso sulla bontà dell’investimento. Il dibattito pro o anti TAV, una volta deideologizzato, dovrebbe restare un mero calcolo economico, per quanto complesso. Il cui esito dipende dalla disponibilità a pagare (esplicita e implicita) di chi quei treni li userà e dai costi interni ed esterni. E quando un ragazzotto della manifestazione, pieno di fuffa ideologica da quattro soldi, mi dice che questi tre miliardi, per la nostra sicurezza e il nostro progresso, sarebbero meglio spesi nel welfare, beh: dai dati che ho visto io, è probabile che abbia ragione.

martedì 15 ottobre 2013

D177 - Sussidi alle fonti fossili - Parte 2

Martedì scorso ho lanciato un nuovo tema a partire da una cifra: oltre un miliardo e mezzo di Euro. Il valore delle esenzioni di accise sul gasolio a favore dell’autotrasporto pesante per il 2012, valore che non esaurisce affatto gli aiuti al settore.
Queste esenzioni nel 2012 sono aumentate molto perché sono salite le accise a cui si applicano, e il sistema è costruito proprio in modo da neutralizzare gli aumenti per i beneficiari rispetto a un livello base delle accise del 2003, livello base che dal 2006 non può essere inferiore al minimo stabilito dall’Unione Europea (la quale peraltro sta per cambiare le regole, per legare le accise al contenuto energetico e carbonioso dei carburanti).

Questa dinamica dei rimborsi rende il trasferimento tanto più alto quanto più alte sono le tasse sul gasolio per i comuni mortali: se queste schizzano in alto, volano anche i rimborsi. Erogati in termini di credito di imposta direttamente monetizzabile nel caso le imposte siano incapienti.

Faccio un passo indietro. È giusto che fiscalità e parafiscalità disincentivino o aiutino i grandi consumatori di energia? Per ora non mi riferisco a consumatori di natura in qualche modo pubblicistica come le autolinee passeggeri concessionarie locali, che pure usufruiscono di aiuti, ma semplicemente a grandi consumatori di natura privatistica.

In un mercato, di solito i grandi acquirenti spuntano sconti perché ognuno di loro vale molto in termini di margine totale per il fornitore, e in qualche caso anche perché potrebbero attrezzarsi e investire per rendere sostituibile quel bene con un altro. Nel caso dell’energia, dove mercato e sistema amministrato si permeano inesorabilmente, il grosso della degressività o progressività dei prezzi complessivi non lo fanno il potere negoziale dei grandi clienti, bensì la fiscalità e la parafiscalità, cioè le componenti amministrate delle tariffe.

E lo fanno in modo incoerente. Per esempio: le bollette di luce e gas domestiche avvantaggiano in termini di oneri fiscali e parafiscali chi consuma poco e picchiano molto di più per chi ha consumi e potenza impegnata un po’ più alti. Ora, facilitare i consumatori domestici parchi aveva una ratio con un occhio all’efficienza e un altro alla redistribuzione (per quanto ci sono ottimi motivi a mio parere perché non siano le bollette a fare redistribuzione), ma in realtà il meccanismo genera effetti perversi, perché le famiglie numerose, per esempio, sono svantaggiate, così come è svantaggiato tout court chi punta sull’elettricità per riscaldarsi. Ai clienti industriali invece, come abbiamo già visto qui a Derrick, succede l’opposto: pagano meno oneri se consumano molto, anzi oltre certi scaglioni non ne pagano quasi più, da noi e in altri paesi industriali europei. Dunque per luce e gas sconti per i piccolissimi, e sconti per i grandissimi, a spese di tutti gli altri. Non ha molto senso.

Tornando alle accise sui combustibili per trazione merci, lì gli sconti sono per i mezzi pesanti, quindi grandi consumatori, senza facilitazioni per consumi modesti. Un pendolare a bordo di un’utilitaria economica in una zona senza mezzi pubblici potrebbe chiedersi perché il fisco ce l’ha molto più con lui che con un camion.

C’è forse un fine di incentivo o disincentivo a un mezzo di traporto o all’altro nella struttura delle accise? Non direi. Nei trasporti i sussidi arrivano, oltre che agli autotrasporti merci, alle autolinee passeggeri, alle ferrovie (che però continuano a chiudere i cosiddetti rami secchi), alle navi. Trasporti pubblici e non, sostenibili e non. Che senso ha?

martedì 8 ottobre 2013

D176 - Sussidi alle fonti fossili

Lo scorso 25 settembre la Camera ha licenziato (per successivo passaggio al Senato) una delega al Governo a rivedere il sistema fiscale, che prevede anche l’introduzione di criteri ecologici per la revisione delle accise sui prodotti energetici da legare, chiede il testo, al contenuto di carbonio e alle emissioni di ossido di azoto e zolfo.
Chiamiamola carbon tax (ma attenzione: una carbon tax può essere realizzata in modi anche diversissimi, qui il termine è necessariamente usato in modo vago). Ebbene, il gettito di questa carbon tax, prevede la bozza, sarà destinato a ridurre la tassazione sui redditi, a finanziare le tecnologie a basso contenuto di carbonio e a concorrere alla revisione del sistema dei sussidi alle fonti rinnovabili.

Si tratterebbe di una riforma coerente con molte indicazioni europee. Ricorderete la celebre lettera della BCE all’ultimo governo Berlusconi nel difficile agosto 2011 quando l’Italia era a un passo dal default, le borse crollavano e lo spread saliva. Lì la staffetta Trichet-Draghi chiedeva tra le altre cose che la pressione fiscale si riducesse sui redditi per portarsi di più su cose e patrimoni (e che si reintroducesse l’IMU sulla prima casa, no comment).
Pochi mesi dopo Vieri Ceriani della Banca d’Italia, poi divenuto sottosegretario all’economia, audito in Senato proponeva modifiche al sistema fiscale coerenti con le indicazioni BCE, in più specificando di adottare criteri ecologici nel tassare i consumi.

Già molto prima, nell’estate 2010, la deputata radicale Elisabetta Zamparutti firmava una bozza di legge delega per una carbon tax finalizzata a ridurre il cuneo fiscale sul lavoro e a trovare una forma di aiuto alle fonti rinnovabili alternativa agli incentivi sull’energia prodotta, l’insostenibilità dei quali tre anni dopo è diventata un tema popolare.

Nel frattempo Bruxelles sta per emanare una nuova direttiva sulla tassazione dei prodotti energetici che prevede che le accise dipendano dal contenuto energetico e dal potenziale di emissioni climalteranti dei beni.
Bene. Se l’Europa, e finalmente il Parlamento, vanno in questa direzione, sarà utile che Derrick si occupi di un fenomeno che è costato secondo il rendiconto generale della Ragioneria dello Stato oltre un miliardo e mezzo nel 2012: le esenzioni dalle accise sul gasolio a favore dell’autotrasporto.

Proprio così: un Paese che dà oltre 10 miliardi all’anno alle fonti energetiche rinnovabili, ne dà anche a una fonte non rinnovabile per antonomasia, a cui, secondo Legambiente, si aggiunge circa mezzo miliardo di ulteriore sostegno anche attraverso sconti autostradali e assicurativi pagati dai contribuenti.
Alla faccia degli slogan sulla transizione all’economia verde e sui prodotti a chilometri zero. (Anzi, questa politica i prodotti a chilometri zero li rende artificiosamente meno competitivi).

Io credo che dare soldi pubblici a una cosa e al suo contrario sia semplicemente folle, perché, al costo di sottrarre risorse al welfare e di distorcere i mercati, nemmeno persegue una direzione coerente.
Per il ciclo di puntate che inizia oggi ringrazio Marianna Antenucci.

martedì 1 ottobre 2013

D175 - Il punto sullo shale gas - Parte 5

Quinta e ultima puntata sugli idrocarburi non convenzionali, dove per non convenzionali s’intende che sono intrappolati in formazioni geologiche diverse da quelle su cui le tecnologie di estrazione fino a pochi anni fa erano in grado di operare con efficacia e convenienza economica.

Si tratta di risorse che per la stessa quantità di idrocarburo richiedono un’attività di perforazione di nuovi pozzi enormemente più intensa rispetto alle risorse tradizionali, e uno dei motivi per cui il boom per ora è solo negli USA è la disponibilità locale di macchine adeguate all’attività.
Leonardo Maugeri ha recentemente scritto in un paper per l’Harvard Kennedy School che nel 2012 gli USA hanno perforato in totale oltre 45 mila pozzi contro i meno di 4mila del resto del mondo, Canada escluso.

Altrove il boom per ora non c’è, e potrebbe anche non arrivare mai per diversi motivi che abbiamo visto nelle scorse puntate. In Europa, e qui ci eravamo fermati l’ultima volta, si è in ogni caso aperta una discussione politica sulla sicurezza ambientale della tecnica di estrazione degli idrocarburi non convenzionali, il cosiddetto fracking (fratturazione idraulica ad altra pressione).
Abbiamo visto il caso inglese, dove sono state avviate operazioni di sfruttamento di un giacimento non convenzionale tra forti polemiche.
La Francia invece ha detto no alla fratturazione idraulica nel 2011 con Sarkosy, e il no l'ha confermato Hollande due anni dopo. Nick Grealy, esperto americano e militante pro-shale, ritiene che questa sia una decisione su cui la politica transalpina probabilmente tornerà, viste la debolezza dei verdi in Parlamento e la forza dell'industria petrolifera francese che in altri Paesi sta investendo sullo shale.
Intanto la corte costituzionale di Parigi dovrebbe a breve pronunciarsi rispetto al ricorso di Schuepbach Energy, un'azienda americana che si è vista limitare i suoi diritti minerari acquisiti prima della moratoria del 2011.

E l'Italia? Si è espressa con una quasi-chiusura nella Strategia Energetica Nazionale del governo Monti. La SEN non ritiene che lo sviluppo dello shale possa avere in Europa un impatto rilevante nel medio periodo, e nel capitolo dedicato all'auspicato (dalla SEN) sviluppo delle risorse di idrocarburi nazionali cita lo shale in modo un po' sibillino: "Il Governo non intende perseguire lo sviluppo di progetti in aree sensibili in mare o in terraferma, ed in particolare quelli di shale gas". Non è molto chiaro quanto perentoria sia quest’esclusione, né quanto sia limitata alle "aree sensibili".
Questo preferire una tecnologia a un'altra, in modo apodittico, non è certo uno dei punti onorevoli (che peraltro non mancano) della Strategia Energetica. Se la SEN propone una valutazione costi-benefici dello sfruttamento dei giacimenti convenzionali (valutazione su cui Derrick ha già motivato le proprie riserve), non si capisce perché lo stesso metodo non dovrebbe essere applicato agli idrocarburi non convenzionali.

Resta il fatto che, finché la preclusione, per quanto fumosa, c'è, sembra violarla l'episodio di cui ha scritto Maria Rita d'Orsogna il 15 maggio in un articolo sul Fatto Quotidiano riferendo di attività già operative di Eni di rivitalizzazione di giacimenti di gas esausti proprio attraverso la tecnica del fracking.

(Per il reperimento di alcune fonti di questa puntata ringrazio Cristina Corazza).

martedì 24 settembre 2013

D174 - Il punto sullo shale gas - Parte 4

Quarta puntata del ciclo dedicato agli idrocarburi non convenzionali e in particolare allo shale gas (gas di scisti).

Ci eravamo fermati l'ultima volta ai rischi ambientali. Avevamo menzionato quelli legati all'inquinamento di falde acquifere e in generale alla dispersione dei liquidi di perforazione, ed avevamo accennato a quelli sismici, su cui mi sembra le preoccupazioni degli studiosi siamo più sporadiche e controverse.
La possibilità di rischi sismici legati all'attività estrattiva di idrocarburi o di altro non è una novità assoluta. Intanto sono possibili fenomeni di instabilità legati allo svuotamento delle rocce madri dagli idrocarburi o da acqua (quando non rimpiazzati da altri fluidi), fenomeno cui in Italia è stato attribuito anni fa il caso della subsidenza in alto Adriatico, cioè abbassamento del livello del terreno e dei fondali.

Uno studio in pubblicazione presso il Journal of Earth and Planetary Science Letters anticipato dal Wall Street Journal dello scorso 27 agosto lega, almeno in termini probabilistici, fenomeni microsismici allo svuotamento degli idrocarburi in un giacimento di petrolio di scisti in Texas, l'Eagle Ford, mentre non trova legami tra sismi e uso della fratturazione idraulica, che invece uno studio precedente degli stessi autori su un altro giacimento texano (chiamato Barnett) ravvisava.

Tutti i timori per ora sembrano aver più presa istituzionale in Europa, sebbene nel vecchio continente lo sfruttamento commerciale del gas di scisti sia enormemente più limitato, mentre le stime riguardo alle riserve sono interessanti, benché inferiori a quelle americane.

In Francia, per esempio, fonti del governo parlavano due anni fa di 500 miliardi di metri cubi di gas tecnicamente sfruttabile nel sud del Paese, mentre il Paese europeo più ricco di gas di scisti, con addirittura la metà di tutte le riserve continentali, è la Polonia, dove nel marzo 2011 il ministero dell’ambiente aveva assegnato 80 concessioni per la ricerca e l’esplorazione, con permessi originariamente acquisiti da gruppi come ExxonMobil, TotalFina, Bp, Bg, Statoil, Shell e le italiane Eni e Sorgenia.

In Gran Bretagna il governo Cameron ha dato recentemente il via alle prospezioni per gli idrocarburi di scisti nel Sussex, sollevando proteste che hanno coinvolto perfino la chiesa anglicana, la quale ha deciso di sfruttare, cedendo i permessi di perforazione, i diritti minerari di ampie terre di sua proprietà.
Quali potrebbero essere le conseguenze nei mercati energetici di un boom anche europeo del gas di scisti? Intanto si prospetterebbero nuovi scenari in termini di minore dipendenza dalle importazioni russe e nordafricane. Poi, la disponibilità di gas a buon mercato valorizzerebbe la scelta industriale italiana di produrre energia termoelettrica prevalentemente a gas, scelta che viene di continuo additata (e solo in parte a ragione) come fattore di nostra scarsa competitività e che invece potrebbe venire emulata da Paesi come la Francia, se confermerà di voler ridurre l'incidenza del nucleare nel proprio mix.

martedì 17 settembre 2013

D173 - Il punto sullo shale gas - Parte 3

Terza puntata di un ciclo dedicato agli idrocarburi non convenzionali e in particolare allo shale gas (gas di scisti). Abbiamo visto che negli Stati Uniti la produzione di gas non convenzionale è esplosa negli ultimi anni, portando a una contrazione delle importazioni, con effetti notevoli sui mercati internazionali non solo del gas, ma anche del carbone diventato più a buon mercato anche in Europa, con conseguenze ambientali negative.

Gli USA diventeranno quindi un esportatore di gas?

Se nel caso del petrolio la legge americana limita le esportazioni, per il gas non è così. Ciò che per ora vincola la possibilità USA di esportare gas sono le infrastrutture.
Il gas naturale si sposta o via tubo o via nave, liquefatto. Le navi per portare il gas USA in Asia o Europa ci sono, ma servono anche terminali di liquefazione, mentre gli USA oggi sono attrezzati con terminali di rigassificazione, cioè recettori, pensati per un Paese a cui serve importare.
Sono già partiti però investimenti per terminali di liquefazione. Quindi, se i giacimenti shale continueranno la tendenza di aumento della produzione (cosa niente affatto scontata come abbiamo visto anche l'ultima volta), è verosimile un futuro con navi metaniere che partono cariche dagli USA.

Torniamo ora agli aspetti ambientali legati alla tecnica del fracking, la fratturazione idraulica che permette l'estrazione degli idrocarburi di scisti.

Forse il principale aspetto critico riguarda il rischio di interazione dei liquidi del fracking – idrocarburo compreso – con le falde acquifere, cosa che secondo i critici e secondo studi della Duke University potrebbe essere alla base di alcuni video piuttosto impressionanti (cercare su youtube per credere) di massaie americane che incendiano con un fiammifero l'acqua del rubinetto di casa.
Sul Financial Times dello scorso 22 agosto, però, viene riportata l'opinione contraria di Susan Brantley, geologa alla Pennsylvania State University, secondo cui alla base dei fenomeni di rubinetti incendiari ci sarebbero sacche di non meglio specificato gas "biogenetico".
Su posizioni intermedie uno studio del MIT del 2011, che ritiene gestibili ma rilevanti i rischi ambientali del fracking, in particolare riguardo allo smaltimento improprio o alla dispersione dei fluidi di perforazione e all'eccessivo consumo di acqua.
Ancora più controversi sono i riscontri della comunità scientifica sui rischi sismici. Ma di questi parleremo martedì.

martedì 10 settembre 2013

D172 – Il punto sullo shale gas - Parte 2

Seconda puntata di un ciclo dedicato agli idrocarburi non convenzionali e in particolare allo shale gas (gas di scisti).

Ripartiamo, approfondendo, da dov'eravamo rimasti l'ultima volta. I dati dell'agenzia statunitense per le statistiche sull'energia indicano una quadruplicazione delle riserve certe USA di shale gas tra il 2007 e il 2010, con un livello a fine 2010 già di quasi 3000 miliardi di metri cubi, pari a oltre 40 anni di consumi italiani attuali. E anche la produzione è aumentata tanto da deprimere il prezzo spot a inizio 2012 sotto i 7 centesimi di dollaro al metro cubo (recentemente risalito fino a raddoppiare, ma ancora molto basso rispetto agli anni precedenti e pari a solo un terzo del prezzo italiano nel frattempo quasi allineatosi a quello centroeuropeo).

Da un lato quindi gli USA, che secondo l'International Energy Agency di Parigi hanno un futuro di autosufficienza petrolifera, potrebbero azzerare o invertire anche il proprio import di gas, dall'altro però il crollo così violento del prezzo sta portando a una riduzione pesante dell'investimento in estrazione da parte di aziende come BHP e Shell, come riporta recentemente tra gli altri Bloomberg.

Questo rallentamento negli investimenti secondo i più critici potrebbe essere l'inizio dello scoppio di una bolla: la bolla della filiera della prospezione ed estrazione dello shale gas. Questo accadrebbe se gli investimenti fatti fin qui si rivelassero di colpo non sostenibili in termini di ritorno per producibilità dei giacimenti e prezzo del prodotto. Va in direzione di questa tesi un lavoro dello scorso febbraio di David Hughes del Post Carbon Institute, che afferma che il declino di produzione più veloce del previsto dei giacimenti non convenzionali americani, e la veloce necessità di metterne in produzione degli altri, rendono più alti del previsto i costi fissi per gl'idrocarburi non convenzionali.

Ma qui siamo alle solite: se gli investimenti si fermano, la produzione cala e il prezzo torna in fretta su livelli più sostenibili in termini di ritorno degli investimenti. Detto diversamente: le riserve dipendono dagli investimenti in prospezione ed estrazione, che a loro volta dipendono dal livello e dalla stabilità del prezzo degli idrocarburi. Se il prezzo del gas scende molto, è normale che crollino temporaneamente gli investimenti. In generale, delle variabili macroeconomiche, gli investimenti sono una delle più volatili.
Va in questa direzione, di criticismo alla teoria del picco, per esempio David Blackmon nel blog di Forbes.

Per quanto mi riguarda, mi pare che la contrapposizione tra picchisti e non picchisti sia sterile in termini di conseguenze di politica energetica. Nel senso che le conclusioni a cui arrivano i picchisti (in primis la necessità di abbandonare gli idrocarburi) restano corrette anche se il picco non c'è ancora. Perché gli idrocarburi, non rinnovabili, diventeranno sempre più rari e quindi relativamente costosi da estrarre, oltre che costosi per l'ambiente in termini di danni e di costi di moderazione degli effetti negativi. Quindi affrancarsi il prima possibile dai combustibili fossili è meglio.

La prossima volta ripartiamo dal boom americano del gas di scisti e dagli scambi commerciali di gas tra USA e resto del mondo.

Ringrazio Luca Pardi di Aspo Italia per alcuni dei riferimenti.

martedì 3 settembre 2013

D171 - Il punto (per non addetti) sul boom dello shale gas - 1

Torno dopo la pausa di agosto, e come prima cosa ricordo Dino Marafioti, recentemente scomparso, che centinaia di volte ha introdotto Derrick in versione radiofonica su Radio Radicale il martedì mattina.

Inizia oggi un piccolo ciclo dedicato agli idrocarburi non convenzionali e in particolare allo shale gas (gas di scisti).
Tema non certo nuovo per chi segue Derrick, ma che voglio riprendere alla luce tra le altre cose della ricerca che ho fatto per la redazione di un articolo su Toscana Energia Box, la rivista di Toscana Energia, e di alcuni scambi con Luca Pardi di Aspo Italia, che ringrazio.

Negli USA il boom dello shale gas ha ormai raggiunto anche l'immaginario dei non addetti, tanto che lo scorso maggio era in programmazione a New York un musical critico, intitolato Marcellus Shale dal nome di una vastissima riserva di idrocarburo di scisti nella zona del New England ben visibile in questa mappa.

L'abusato acronimo NIMBY ("non nel cortile dietro casa mia", in inglese) per simboleggiare l'avversione a insediamenti industriali in questo caso ha una rilevanza quasi letterale, visto che negli Stati Uniti ci sono casi di pozzi di idrocarburi shale realizzati molto vicino a insediamenti abitati, anche perché per sfruttare queste risorse serve un numero maggiore di pozzi rispetto a quanto occorra per gli idrocarburi convenzionali, e ciò è più compatibile con la conformazione geografica e con il diritto degli Stati Uniti che con quelli europei. Negli USA infatti vaste aree superficiali possono essere utilizzate dai proprietari dei terreni (o da chi ne abbia acquistato da loro il diritto) che hanno anche la facoltà di forarli, diversamente da ciò che avviene di norma in Europa.

Perché estrarre idrocarburi non convenzionali richiede più pozzi? Perché il gas o l'olio si trovano intrappolati in rocce scarsamente permeabili e non porose come invece nei giacimenti convenzionali. Una conseguenza è che, per usare le parole dell’esperto Massimo Nicolazzi, nel gas non convenzionale “ogni pozzo è un piccolo giacimento a sé”. Quindi i tanti fori servono per andarsi a prendere direttamente tutto l'idrocarburo, che non arriva per pressione da altre zone della riserva.

Altra caratteristica distintiva dello sfruttamento degli idrocarburi di scisti è la necessità di frantumare le rocce contenenti l’idrocarburo al fine di liberarlo. Questa tecnica, detta fracking, utilizza un’azione idromeccanica con liquidi ad altissima pressione, che una volta recuperati e filtrati restituiscono il petrolio o il gas.

L'esistenza di scisti ricchi di idrocarburi in molte aree del mondo non è una scoperta recente. La novità degli ultimi anni però è che le tecniche di fracking, introdotte per la prima volta negli USA negli anni Quaranta, si sono sviluppate su larga scala a costi più competitivi e con aggiornamenti tecnici, come la capacità di perforare più facilmente in orizzontale.
Il termine "rivoluzione" mi sembra giustificato se non altro per gli effetti di mercato globali che sta comportando.

La prossima volta ne vedremo i dettagli, ma una possibile sintesi è che nel 2012 più di un terzo del gas estratto negli Stati Uniti era shale, contro il 2% nel 2000.

Le conseguenze sono state il crollo del prezzo locale fino a un minimo nel 2012, e la riduzione costante delle importazioni USA con effetti a cascata sul mercato dei combustibili, incluso il mercato del carbone, diventato più economico e più utilizzato in Europa, come conseguenza dell'essere stato spiazzato dal gas in America.

(Curioso, no?, che il continente paladino della lotta ai cambiamenti climatici consumi il carbone che gli USA non vogliono più).

martedì 30 luglio 2013

D170 - Incentivi all'auto elettrica

Quante sono le auto elettriche già in listino in Italia?

Una dozzina, tenendo anche conto di un paio di modelli di moto elettriche a quattro ruote, dette quadricicli. Il riepilogo, con tanto di approfondimenti e prezzi di listino, lo fa il sito Tuttogreen.

Quanto costano? Ancora care. La più economica è una Renault, la Zoe, uscita quest'anno e che costa poco più di un'auto normale ma al cui prezzo bisogna aggiungere il noleggio delle batterie che si aggira sui 100 €/mese. Un'auto che aspira a una popolarità che le sue concorrenti precedenti per ora non hanno visto, dato che nel 2012, secondo il sito Greenstart, le auto elettriche vendute in Italia sono state in tutto 508.

Il passo delle vendite però sta cambiando (quasi raddoppiate le vendite nella prima metà del 2013) grazie agli ecoincentivi partiti quest'anno. Che ora potranno utilizzare anche i cosiddetti certificati bianchi, grazie alla pubblicazione in gazzetta ufficiale della scheda tecnica 42E del Gestore dei Servizi Energetici, dedicata proprio alle auto elettriche.

Di che si tratta? Di una scheda indispensabile perché chi acquista un'auto elettrica possa beneficiare dei certificati bianchi, strumento di incentivo all'efficienza energetica. Come gli affezionati di Derrick sanno, i certificati bianchi sono titoli che rappresentano una determinata quantità di energia risparmiata, e vengono attribuiti a chi ha fatto investimenti riconosciuti come fonte di minori consumi. A comprarli sono in ultima istanza i distributori di energia, che hanno il dovere di effettuare (direttamente o comprando certificati) interventi in grado di produrre determinati volumi di minori consumi, e che sono rimborsati per farlo. Dunque la sostituzione di un'auto tradizionale con una elettrica darà diritto a certificati bianchi (che hanno un valore economico) sulla base del minor consumo di energia primaria calcolato come prevede la scheda.

Il GSE nelle note alla scheda osserva che un'auto elettrica, anche tenendo conto delle perdite di energia con cui il sistema di generazione elettrico italiano trasforma energia primaria in elettrica, è dal 30 al 50% più efficiente di una tradizionale dello stesso segmento. Quindi andare in auto elettrica dal punto di vista energetico conviene, almeno in termini di consumi per trazione. (Sappiamo che in questi casi c'è sempre qualcuno che invoca un'analisi dei consumi dell'intero ciclo di vita del prodotto, che includono quelli della sua costruzione. Ne abbiamo parlato in passato in riferimento all'auto elettrica ma ciò non è oggetto di questa puntata).

Magari in una delle puntate di settembre faremo due conti e vedremo quanto ritorno potrà aspettarsi un acquirente di auto elettrica dai certificati bianchi.

martedì 23 luglio 2013

D169 – Sussidi e aiuti di Stato

Ricorderete che a maggio ci siamo occupati qui di sussidi nell'energia. Sappiamo che c'è stata un'escalation di quelli alle fonti elettriche rinnovabili entrate in esercizio nel recente passato. Così, anche se i nuovi impianti ne ricevono già oggi di molto più contenuti, resta il peso notevole del costo dei cosiddetti diritti acquisiti che continueranno ad applicarsi alle bollette per anni.

Un problema non solo italiano. Riguarda per esempio anche Spagna, Germania e Regno Unito. Sempre a maggio abbiamo visto che la Germania e l'Italia hanno recentemente modificato il modo in cui il costo degli oneri del sistema energetico, sussidi alle rinnovabili in primis, viene ribaltato sui clienti. In entrambi i Paesi da quest'onere sono in buona parte esentati i grandissimi consumatori elettrici e in parte i consumatori non grandi in assoluto ma per i quali la bolletta elettrica ha un grosso impatto sul conto economico.

È giusta questa esenzione?
Facciamo un passo indietro. Un motivo per cui i costi di ambientalizzazione del settore energetico devono essere pagati dai clienti d'energia e non da tutti i contribuenti sta nel principio europeo del "chi inquina paga", che può essere declinato nella versione "chi usa paga". Si tratta di un principio con varie ricadute positive: intanto evita un appesantimento delle imposte vere e proprie, poi, soprattutto, introduce una forma virtuosa di responsabilizzazione: se uso meno energia pago meno i costi della sua ambientalizzazione.

Esentare, benché parzialmente, i grandi consumatori industriali dal peso dei sussidi alle rinnovabili evidentemente viola il principio del chi inquina paga. Ma viene fatto, per esempio in Italia e in Germania, due superpotenze industriali, per evitare di mettere i consumatori industriali di energia in una condizione di sfavore rispetto ai loro competitori internazionali, in particolare quelli di Paesi che non hanno fatto scelte altrettanto impegnative in tutela dell'ambiante.

Ma con un sistema di esenzioni, inevitabilmente arbitrarie oltre che incoerenti con il chi inquina paga, si genera un problema di aiuti di Stato. Per questo motivo, secondo Der Spiegel, il commissario UE alla concorrenza Almunia aprirà in questi giorni una procedura d'infrazione contro la Germania per aver esentato i grandi consumatori industriali dal pagamento degli oneri dei sussidi alle rinnovabili. Una possibilità che da un po' era nell'aria come già segnalato da Derrick.

Merkel, intervistata dalla tv tedesca ARD, ha detto che se verrà rieletta a settembre cercherà di metterci una pezza.

Non è impossibile che il prossimo indagato sia l'Italia.

martedì 9 luglio 2013

D168 – Protezionismo ecologico

L'organizzazione mondiale della meteorologia ha pubblicato il suo report sul clima nel primo decennio di questo secolo, decennio che ha registrato la temperatura più alta da quando esistono misure affidabili, e ha assistito a eventi climatici estremi responsabili, sempre secondo l'organizzazione, del 20% in più di morti rispetto al decennio precedente (oltre 350 mila in totale).

Sul come (e in qualche caso se) agire, però, i Paesi del mondo si stanno muovendo in modo quasi per nulla coordinato, e l'Europa stessa, in tempo di crisi, si sta interrogando su come portare avanti le misure di riduzione delle proprie emissioni di gas-serra.

Staffetta Quotidiana del 5 luglio ha ospitato un articolo di Giovanni Battista Zorzoli che racconta come, paradossalmente, proprio in Europa si stia usando più carbone di prima nella produzione elettrica, a causa del suo basso prezzo generato dal minor consumo americano a sua volta conseguenza della grande inattesa disponibilità di gas naturale a buon mercato in nordamerica. Succede cioè che Paesi come la Germania, e in misura minore l'Italia, da un lato danno enormi incentivi alle fonti rinnovabili di produzione elettrica, in gran parte a zero emissioni, dall'altro usano una maggior quota di carbone per fare energia elettrica, rimangiandosi in parte il risultato sulle emissioni.

In generale, anche indipendentemente dallo shale gas americano, un effetto di una forte carbon tax in Europa sarebbe una riduzione del prezzo internazionale del carbone, rendendolo più conveniente dove non tassato. Così come è inevitabile che le produzioni ad alto contenuto di carbonio tendano a spostarsi al di fuori delle aree dove c'è un sistema di penalizzazione alle emissioni.
Secondo Zorzoli, e secondo una visione di cui abbiamo già dato conto in Derrick, una soluzione a questo problema di delocalizzazione è introdurre dazi all'importazione di prodotti la cui produzione ha provocato emissioni e che arrivano da Paesi senza un sistema di limitazione delle emissioni stesse.

È una soluzione che crea problemi di valutazione del contenuto carbonioso implicito nei prodotti. Ma a parte questo comporta almeno alcuni dei problemi standard del protezionismo. In particolare, nel breve periodo aumenta i prezzi ai consumatori locali. Sempre nel breve periodo, se metto un dazio su un bene infatti causo i seguenti effetti:

  1. riduco il benessere del produttore estero di quel bene (che perde mercato)
  2. aumento il benessere di consumatori esteri (che pagano un prezzo più basso dovuto alla ridotta domanda per esportazioni, e si noti che quindi l'incentivo alle maggiori emissioni nei Paesi esteri almeno in parte resta anche con una tassa alle importazioni carboniose)
  3. riduco – come accennavo - il benessere del consumatore locale, che paga di più per il bene
  4. aumento il benessere del produttore locale, che vede meno concorrenza da fuori. (Ma attenzione: questo non vale nel caso di una tassa ambientale all'import con effetti pari alla carbon tax locale, perché in questo caso anche il produttore locale del prodotto carbonioso si vede ridotta la disponibilità a pagare del consumatore al netto della tassa).

Dunque il dazio ambientale di Zorzoli risolve la disparità di trattamento tra imprese locali ed estere conseguenza di una carbon tax, ma non quella tra i consumatori locali ed esteri, e incentiva questi ultimi ad aumentare i consumi carboniosi grazie al minor prezzo estero del bene carbonioso in seguito al dazio.

Resta poi un problema per l'ambientalista liberale, come me: se lui sdogana il protezionismo a fini ambientali, dovrebbe per coerenza sdoganarlo anche in relazione ad altre possibili necessità di correzione di effetti avversi delle differenze di regole internazionali, con possibilità di introdurre distorsioni massicce e magari pretestuose. Per ora lascio aperto questo dilemma.

martedì 2 luglio 2013

D167 - Intervista ad Alberto Biancardi dell'Autorità per l'energia (e l'acqua) - Parte 4

Quarta e ultima puntata con intervista ad Alberto Biancardi, commissario dell'Autorità per l'energia competente anche per il servizio idrico.

L'Autorità decidendo le tariffe fa anche politiche di redistribuzione? Con quali limiti? Decide da sola?

martedì 25 giugno 2013

D166 - Intervista ad Alberto Biancardi dell'Autorità per l'energia (e l'acqua) - Parte 3

Esiste il diritto all'acqua potabile? Se uno non paga l'acqua, la fornitura può essere interrotta? E se non sono accessibili i contatori?

Terza parte dell'intervista di Derrick a Alberto Biancardi dell'Autorità per l'energia e per l'acqua:


martedì 18 giugno 2013

D165 - Intervista ad Alberto Biancardi dell'Autorità per l'energia (e l'acqua) - Parte 2

L'acqua dovrà costare di più perché se ne faccia un uso più razionale e si possano effettuare gli investimenti necessari alle infrastrutture?

L'acqua oggi costa uguale in tutt'Italia?

Il prezzo dipenderà dalla qualità del servizio o dagli investimenti necessari nella zona servita?

Seconda parte dell'intervista di Derrick a Alberto Biancardi dell'Autorità per l'energia e per l'acqua:


martedì 11 giugno 2013

D164 - Intervista ad Alberto Biancardi dell'Autorità per l'energia (e l'acqua) - Parte 1

Oltre il 30% dell’acqua immessa in rete in Italia non è fatturata (cioè è dispersa). Il 15% della popolazione non ha servizio di fognatura. Il 30% non ha servizio di depurazione. Alcuni non hanno acqua buona da bere.

L'Autorità per l'energia, che ha anche delega per la regolazione del servizio idrico, deve costruire tariffe per il servizio idrico. Ma il referendum di 2 anni fa impedisce la remunerazione del capitale delle società (o delle amministrazioni locali) che svolgono il servizio. Eppure di capitale, se si vogliono superare i problemi scritti sopra, ne serve eccome.

Qual è la soluzione?

Ne parla Alberto Biancardi, commissario dell'Autorità, in questa intervista a Derrick raccolta il 6 giugno 2013.

martedì 28 maggio 2013

D162 - Passera-Zanonato: continuità nell'energia?


Ricorderete la recente Strategia Energetica Nazionale (che qui abbiamo visto nelle puntate da 153 a 155), il primo documento con una visione integrata di medio periodo delle azioni pubbliche in campo energetico dai tempi dell'Enel ente pubblico. Alcuni suoi detrattori lo ritengono un testo ininfluente. Dal punto di vista formale, se da un lato la Strategia ha attraversato un processo consultivo pubblico, dall'altro non c'è stata alcuna sua ratifica parlamentare che possa renderla vincolante anche per i governi successivi a quello Monti che l'ha partorito.

Per questo è significativo l'intervento del neoministro per lo Sviluppo Economico Zanonato, che all'assemblea di Confindustria della scorsa settimana ha citato la Strategia Energetica del governo Monti come faro anche per l'azione di questo esecutivo. Ciò fa il paio con la conferma del sottosegretario Claudio De Vincenti, che con Passera aveva la delega all'energia, e che in una recente intervista all'agenzia Agi preannuncia continuità e rivendica i risultati del precedente governo.
L'obiettivo resta, dice De Vincenti, quello di puntare all'energia più economica possibile grazie a più sviluppo e più integrazione anche fisica dei mercati.
Un risultato notevole già ottenuto è l'allineamento del prezzo all'ingrosso del gas in Italia a quello centroeuropeo, che prossimamente avrà effetti positivi anche sulle bollette domestiche a prezzo standard stabilito dall'Autorità per l'energia, la quale ha recentemente deciso di agganciarlo non più al prezzo di importazione dei contratti a lungo termine, ma a quello all'ingrosso europeo.

Ma proprio in quest'ambito arriva una nota stonata, evidenziata da un articolo di Gionata Picchio sul Fatto Quotidiano e su Staffetta Quotidiana, poi ripreso da un altro su Quale Energia. Si tratta di questo: anche i prezzi a cui si remunera l'energia (verde e non) sussidiata dal vecchio meccanismo cosiddetto CIP6 (costata ancora più di 3 miliardi nel 2011) hanno una componente agganciata al combustibile.
Una deliberazione dello scorso dicembre dell'Autorità per l'energia suggerì al Governo di valorizzare questa componente basandosi sul più economico mercato all'ingrosso del gas, anziché sui contratti di importazione di lungo periodo, con un possibile risparmio di circa mezzo miliardo all'anno.
Il ministero dello Sviluppo Economico, però, con un decreto del 24 aprile, ha perpetuato per l'intero 2012 il sistema precedente mantenendo più alto il sussidio agli impianti che ancora godono dei vecchi generosi incentivi CIP6. L'alternativa, secondo i critici di questa decisione, avrebbe potuto essere l'utilizzo del prezzo che scaturisce dal mercato del bilanciamento, già disponibile dalla primavera del 2012.

Forse la modifica avrebbe potuto configurarsi come una lesione di diritto contrattualmente acquisito? A mio parere no, perché il criterio della remunerazione del costo evitato del combustibile previsto nella disciplina del CIP6 resterebbe integro, semplicemente ci si riferirebbe a un nuovo indice – riferito al mercato spot del gas – che al tempo di istituzione del CIP6 non esisteva.

Di nuovo torna il tema della salvaguardia dei "diritti acquisiti". Che verosimilmente verrà usato dai beneficiari di sussidi a fonti rinnovabili, impianti questi ultimi del resto ben più recenti e funzionali all'attuale politica energetica rispetto ai CIP6, per evitare un ridimensionamento dei loro diritti economici.

martedì 21 maggio 2013

D161 - La guerra dei sussidi - Parte 2


L'ultima volta parlavamo della guerra dei sussidi nell'energia.
Quelli alle fonti rinnovabili, soprattutto al fotovoltaico, hanno avuto successo nell'indurre un boom di produzione superiore alle aspettative ma adesso costano cari, e hanno messo fuori mercato alcune delle centrali elettriche tradizionali che ora chiedono anch'esse aiuti. Anche i consumatori energivori dal canto loro chiedono e ottengono sconti sul conto a loro carico dei sussidi, in Italia e Germania.

Le novità questa settimana sono che la Grecia ha deciso una riduzione retroattiva dei sussidi al fotovoltaico di oltre il 40% (ma con differenze a seconda dei tipi di impianto) per gli impianti più recenti.

È accettabile cambiare le carte in tavola in questo modo?
Di certo significa modificare le prospettive di ritorno di un investimento rispetto a quando l'investimento è stato deciso. Ma se cambiare in questo modo è tabù, dovrebbero esserlo anche, per esempio, tutte le riforme fiscali che si applicano alle aziende esistenti che avrebbero potuto confidare sul sistema di tassazione vigente in passato.
Altra novità interessante è una presa di posizione del CEER, il council dei regolatori energetici europei, che riguardo ai sussidi a determinate fonti d'energia scrive che occorre stare attenti agli effetti che questi hanno sui funzionamenti del mercato nel suo complesso. I sussidi infatti non solo generano distorsioni tra una tecnologia e l'altra, in parte desiderabili in parte impreviste, ma possono anche danneggiare la funzionalità del mercato e compromettere l'adeguatezza di capacità di produzione elettrica. Che è, fuori dal gergo tecnico, la disponibilità di sufficiente potenziale di generazione elettrica per rendere il sistema sicuro in ogni condizione ragionevolmente possibile.

Non credo che al CEER ascoltino Derrick, ma si tratta di una conferma della mia conclusione di martedì scorso: i sussidi hanno effetti a catena, tendono a produrre effetti collaterali per curare i quali si invocano altri sussidi, fino a compromettere ciò che c'è di buono in un mercato efficiente.
Questi effetti negativi di natura economica naturalmente riguardano tutti i sussidi. Ricorderanno gli ascoltatori che in passato abbiamo trattato anche di quelli alle fonti fossili, che dalla loro non hanno nemmeno la motivazione ambientale.

Tornando al solare, altro aggiornamento della settimana è un articolo sul Sole 24 ore del 16 maggio di Rita Fatiguso, che aggiorna sui crescenti problemi di Suntech, grande produttore cinese di pannelli fotovoltaici messo in ginocchio dal calo degli ordini legato alle prospettive di minori sussidi futuri, di crescente protezionismo da Europa e America, e da guai interni all'azienda.
Ebbene: il lato buono di importare pannelli dalla Cina potrebbe essere che almeno i relativi sussidi per crisi industriale sono pagati in loco. Battutaccia.

martedì 14 maggio 2013

D160 - La guerra dei sussidi

Nei giorni scorsi uno scoop del Wall Street Journal ha annunciato la presunta intenzione della Commissione Europea di introdurre fortissimi dazi sull'import di pannelli fotovoltaici extracomunitari, perlopiù quelli cinesi per i quali l'Europa rappresenta la maggioranza assoluta del fatturato.
Se confermati, i dazi aumenterebbero il prezzo di equilibrio dei pannelli in Europa, bruscamente interrompendo un trend di diminuzione che fa (o faceva) presagire una futura non troppo lontana capacità economica dei produttori di energia fotovoltaica europei di competere sui mercati elettrici senza più bisogno di aiuti.

L'Europa, alcuni Paesi in particolare, hanno fatto una scelta industriale enorme di sviluppo di questo settore, portando la Germania a diventare di gran lunga il più grande produttore al mondo di elettricità fotovoltaica (con una capacità installata pari a circa 30 centrali convenzionali di grande dimensione e una produzione di energia pari grosso modo a 5). L'Italia dal canto suo è il numero due, con circa la metà dei megawatt rispetto alla Germania. Una scelta per la quale, almeno in questa dimensione, era impossibile non ricorrere a sussidi pagati in bolletta. 

Sussidi che però si stanno nel frattempo rivelando insostenibili, e, come abbiamo visto la volta scorsa qui, hanno portato sia in Germania sia in Italia a pressioni, di successo, per esentarne gli oneri alle aziende energivore, violando in senso lato il principio europeo del "chi inquina paga", e con la spada di Damocle della stessa UE che dovrà decidere se queste esenzioni siano aiuti di Stato.

Provo a ricapitolare: la generazione elettrica fotovoltaica europea costa ancora molto in termini di sussidi. E ha prodotto un boom dell'import di materiale cinese. Questo sta producendo per reazione un'ondata protezionistica il cui effetto aumenterebbe i costi fissi del megawattora fotovoltaico e ancora più necessari gli incentivi, che già adesso sono insostenibili.
Nel frattempo, le centrali convenzionali chiedono anche loro sussidi perché hanno visto la quota di mercato abbattuta proprio dall'effetto degli aiuti alle centrali rinnovabili.

Una conclusione che mi sento di fare allora è questa:
-         Se metti un sussidio crei anche distorsioni inattese che portano alla richiesta di contro-sussidi.
-         Se basi un'industria sui sussidi, cioè soldi dei contribuenti quand'anche sotto forma di pagatori di bollette, inevitabilmente sorge il problema politico di accettare che quei soldi finiscano all'estero.

Stessa conclusione in versione stringatissima: sussidi chiamano sussidi, sussidi chiamano protezionismo.

martedì 7 maggio 2013

D159 - Sconti a clienti elettrici energivori


Poco più di un anno fa Derrick si è occupato dei sussidi incrociati che si annidano nelle tariffe elettriche. Riassumo il contesto: prima delle liberalizzazioni i prezzi del gas e dell'elettricità erano anche una leva di politica industriale, e venivano controllati direttamente da agenzie governative. Poi sono arrivati i mercati. Ma le bollette attuali hanno ancora componenti di remunerazione dei costi di sistema tra cui i costi dei sussidi alle rinnovabili e delle reti. Componenti fissate dal regolatore e che non si ripartiscono uniformemente, bensì favoriscono alcune categorie di clienti a spese di altre. Un sistema che ho in passato definito parafiscalità perché è mosso da considerazioni di redistribuzione tipiche del sistema fiscale.

Vedemmo al tempo sempre su Derrick che questa parafiscalità ha favorito fin qui i grandi consumatori elettrici industriali, grazie alla degressività con cui si applica la contribuzione agli oneri di sistema, che a fine 2013 varranno circa 13 miliardi annui. E in particolare hanno favorito alcuni settori e ubicazioni industriali di cui si sono occupate le norme cosiddette Salva Alcoa, poi condannate dalla corte di Giustizia europea che le ha considerate aiuti di Stato e che nel 2009 valevano circa 300 milioni all'anno.
La stessa UE sta indagando per sospetto aiuto di stato illegittimo anche in Germania, dove recentemente è stato applicato un meccanismo di esenzione dei grandi consumatori degli oneri per finanziare i sussidi alle fonti rinnovabili.

Perché tutto ciò è di particolare attualità? Perché uno degli ultimi atti del precedente ministero dello Sviluppo Economico prevede sconti per clienti elettrici energivori di taglia non enorme. Clienti che fino ad oggi non beneficiavano delle condizioni che ho descritto sopra, ma per i quali la bolletta elettrica incide fortemente rispetto al fatturato. Ci sono quattro classi di incidenza, la più intensa delle quali dà diritto a uno sconto del 60% sugli oneri. Si tratta di un intervento del valore di circa 600 milioni/a, che tende a correggere una situazione che vedeva in Italia le grandissime aziende pagare l'elettricità meno che, per esempio, in Germania, ma le medie aziende quand'anche energivore molto di più.

Bene dunque. Ma c'è un problema. Questo intervento non annulla i sussidi specifici a favore dei consumatori-giganti. Semplicemente aumenta la platea dei sussidiati, e riduce quella dei sussidianti, di cui fanno sempre parte le famiglie. Il tutto, in un contesto di consumi in contrazione. Sempre meno clienti, e con sempre meno consumi su cui spalmare l'onere, finanzieranno quindi un numero sempre maggiore di sussidiati.
Un sistema che difficilmente può sostenersi a lungo salvo una riduzione degli oneri da suddividere.

martedì 23 aprile 2013

D158 - Trasporto ferroviario ad alta velocità - Parte 6


Riprendo sulla valutazione economica del trasporto ferroviario ad alta velocità e in particolare sulla Torino-Lione. Di questa, nella scorsa puntata abbiamo iniziato a trattare l'analisi costi-benefici commissionata dal Governo e a cui ha sovrinteso Mario Virano, commissario straordinario per l'opera.

Abbiamo visto che il documento valuta positivamente la Torino-Lione, nella sua versione originale, sulla base di alcune ipotesi importanti. Una di queste riguarda la valutazione del traffico potenziale e futuro, e va commentata direi soprattutto su un paio di punti:

1) La crisi economica ha prodotto una discontinuità anche nella domanda di trasporto e ha reso necessario fare ipotesi su come ne sarà il trend futuro. Lo studio assume che la crisi comporti una compressione della domanda complessiva di trasporto sulla tratta Torino-Lione pari al rimangiarsi dieci anni della crescita recente, e assume che dopo la crisi il tasso di crescita torni però ad essere quello di prima. Un'ipotesi che a seconda delle nostre sensibilità può apparire ottimista, o pessimista. Di sicuro è un'ipotesi che non attribuisce alla crisi alcun innesco di cambiamento strutturale nel tasso di materialità dei consumi e del benessere né nell'intensità dello scambio tra Italia e Francia di beni pesanti e adatti a transitare tramite hub ferroviario. Punto di vista a mio avviso piuttosto miope o comunque semplicistico.

2) L'analisi, nel valutare gli effetti di cambio modale da gomma a ferro, non tiene conto degli effetti dell'avvenuto potenziamento della vecchia linea del Frejus, dove ora possono passare più tipi di container e di carri porta-tir. Lo studio stesso ammette questa lacuna, ma non la colma nell'analisi. Si conferma quindi, che io sappia (e invito chiunque abbia elementi contrari a smentirmi ringraziandolo in anticipo), che nessuna fonte ufficiale valuta come i lavori recentemente terminati sulla vecchia linea del Frejus influenzino le prospettive di traffico della nuova.

A proposito di vecchia linea. Lo studio dice una cosa identica a quella che dicono i detrattori della TAV, e cioè che la linea storica del Frejus non è satura. Afferma però che il tipo di servizi che essa può offrire (o meglio che poteva offrire prima dell'aggiornamento), e i suoi costi variabili più alti a causa della forte pendenza, non permettono di intercettare una rilevante domanda potenziale di trasporto presente e futura, né quindi di spiazzare il traffico su gomma.

Allora, provo a fare un bilancio. Il materiale che ho visto in varie puntate permette di dire che la TAV Torino-Lione è senz'altro conveniente o senz'altro sbagliata? Forse no. Un paio di  fattori della valutazione restano inevitabilmente opinabili:

-  La valutazione olistica dell'impatto ambientale e delle esternalità
-  La stima della domanda di trasporto

Ma c'è un punto che mi sembra fermo: le valutazioni con cui il Governo motiva l'opera ignorano – consapevolmente – il recente adeguamento della vecchia linea. Se è così, le analisi del Governo sono sicuramente insoddisfacenti e vanno aggiornate, ed è inquietante che la decisione di fare i lavori, benché parziali, sia comunque stata presa.