martedì 30 dicembre 2014

Repliche di Derrick a cavallo 2014-2015

Il 30/12/2014 va in onda la replica della puntata del 5/6/2012 dedicata all'autarchia energetica.

Il 6/1/2015 quella del 26/6/2012: "Energia sottocosto".

martedì 16 dicembre 2014

Aspetti economici della coltivazione di idrocarburi nazionali - Parti 2 e 3 - D222-223

Si chiude qui un mini-ciclo dedicato ad aspetti economici dell’estrazione del petrolio e del gas nel nostro territorio.

Avevamo finito l’altra volta osservando che le norme prevedono compensazioni economiche anche in termini di investimenti nei luoghi interessati dalla coltivazione di idrocarburi. Ma sulla natura di questi investimenti le indicazioni normative sono generiche fino alla presa in giro. Ora le informazioni sul fondo ad hoc sono sparite dal sito del Ministero dello Sviluppo, ma da quello che capisco il sistema è ancora in piedi e lo Sbloccaitalia all’articolo 36 bis chiarisce che la quota delle maggiori entrate destinata a essi è il 30% delle imposte pagate dai nuovi progetti minerari per i primi dieci anni.

È previsto nella Legge99/2009 anche un fondo di compensazione per le popolazioni delle aree interessate dallo sfruttamento, che in origine era destinato ad abbassare il prezzo dei carburanti, ma che con lo Sbloccaitalia diventa “Fondo per la promozione di misure di sviluppo economico e l'attivazione di una social card”. Anche qui dobbiamo aspettare a vedere come i soldi saranno utilizzati.

C’è un altro elemento a mio avviso che dovrebbe essere considerato dal decisore pubblico riguardo all’estrazione di idrocarburi: il loro prezzo. Se ricordo bene Renzi ha motivato il rinvio della vendita di un’ulteriore tranche di Eni ed Enel anche sulla base del prezzo oggi troppo basso delle azioni e, implicitamente, con l’aspettativa che crescano in futuro. Se applichiamo lo stesso ragionamento al petrolio, visto il crollo recente e la ragionevole aspettativa che esso comporterà una riduzione delle riserve e quindi una successiva scarsità tale da rialzarne il prezzo, la cosa giusta da fare è rimandare l’estrazione.

Tra le zone d’Italia interessate da intensificazione della ricerca e della coltivazione di idrocarburi c’è la Sicilia, dove la Regione ha siglato recentemente due protocolli d’intesa collegati tra loro: uno insieme al Ministero dello Sviluppo Economico con Eni sulla conversione con salvaguardia occupazionale della raffineria di Gela ad attività diverse dalla raffinazione petrolifera, un altro con Assomineraria (rappresentanza confindustriale di operatori dell’upstream petrolifero) sull’estrazione di idrocarburi in particolare nel canale di Sicilia.

L’accordo con Eni in sostanza dice che l’azienda, dopo aver perso troppi soldi con la raffinazione, che come sappiamo a Derrick è un business falcidiato dal calo della domanda dei combustibili e dall’eccesso di capacità produttiva, investirà a Gela in produzioni non più legate al petrolio bensì soprattutto a biocombustibili e loro logistica oltre a quella del gas naturale liquido, mentre quasi 400 esuberi della raffineria verranno ricollocati nel settore minerario oil e gas, anche se solo un quarto in Sicilia dove Eni prevede investimenti per aumentare a regime la media annua di produzione di gas naturale di 700 milioni di metri cubi e di petrolio di 1,2 milioni di barili per dieci anni, che significherebbe più che raddoppiare la produzione annua di gas siciliano e aumentare di poco più del 20% quella petrolifera rispetto al 2013.
Il protocollo non cita peraltro i danni ambientali dalle attività della raffineria accertati dallo studio epidemiologico Sentieri.

E in cambio cosa promette la Regione? Nei due protocolli s’impegna a svolgere in modo efficiente gli iter autorizzativi e a non aumentare le royalty, fermi i poteri di legislazione statale e regionale. Impegni in realtà un po’ deboli se presi alla lettera, visto che appunto non possono comprimere l’autonomia in materia del consiglio Regionale e del Governo. Impegni che d'altra parte trovo dubbi in termini di tutela della concorrenza, se si deve intendere che la Regione o il Governo garantiranno ai firmatari accesso esclusivo alle attività minerarie.

Limitatamente all’accordo su Gela, invece, il do ut des con Eni è esplicito: Eni fa la conversione della raffineria (ma con meno occupati in essa) e in cambio intensifica l’upstream nel canale di Sicilia.
Contro gli accordi si sono espressi tra gli altri Legambiente e il Fatto Quotidiano, che con Maria Rita d’Orsogna ha mostrato l’inconsistenza di alcune dichiarazioni di Crocetta sulle attese stra-ottimistiche di introiti da royalty.

C’è legittima preoccupazione anche per l’incompatibilità tra valorizzazione del patrimonio ambientale anche ai fini di sviluppo del turismo e attività petrolifera.
Io credo che l’incompatibilità con il turismo locale delle attività minerarie a terra, in un territorio pregiato e fragile come quello italiano, sia quasi sempre affermabile. Per quanto riguarda le attività in mare aperto, da un lato è vero che la coltivazione di idrocarburi, per esempio in Adriatico, non ha impedito lo sviluppo turistico della riviera romagnola e marchigiana, dalla quale è spesso possibile vedere piattaforme al largo, dall'altro c’è anche in mare la questione sicurezza, che si lega alla capacità dello Stato di controllare il rispetto delle regole e di investire nei controlli.

Più in generale, però, come scrivevo sopra, credo che intensificare l'estrazione di idrocarburi nazionali ora sia un errore sul piano economico, tenendo conto del valore attuale e potenziale futuro delle riserve.

I due protocolli d'intesa siciliani si possono scaricare qui.

Per questa puntata ringrazio Zelda Raciti.

martedì 9 dicembre 2014

Aspetti economici della coltivazione di idrocarburi nazionali - Parte 1 - D221

Ha senso tirare fuori il petrolio e il gas del nostro sottosuolo?

Questo tema è tornato molto d’attualità dopo che prima la Strategia Energetica Nazionale del marzo 2013, poi il decreto Sbloccaitalia nell'autunno 2014 hanno rilanciato lo sfruttamento di queste risorse.
Sempre del 2014 è un protocollo tra la Regione Sicilia e Assomineraria, in rappresentanza dell’Eni e di altre aziende petrolifere, per favorire lo sfruttamento di pozzi vecchi e nuovi, in particolare al largo delle coste meridionali siciliane, di cui parlerò in dettaglio nella prossima puntata.

Dunque torniamo al quesito iniziale: il senso economico (inteso in modo olistico, dove anche gli effetti su ambiente e attività alternative sono valutabili economicamente) dello sfruttamento delle risorse nazionali di petrolio e gas.
Nei regimi concessori, come da noi, il petrolio appartiene allo Stato. Le sue riserve sono quindi una posta attiva in un ipotetico stato patrimoniale delle risorse pubbliche, che però non viene redatto o almeno non con la completezza e facilità d'accesso che dovrebbe avere un bilancio almeno nei confronti degli azionisti (in questo caso: noi).
Quando le riserve geologiche vengono consumate, la posta attiva dell'ipotetico stato patrimoniale si riduce e produce redditi privati, parte dei quali tornano allo Stato sotto forma di royalty e di tasse.

Uno studio di Nomisma Energia del 2012 mostra che le royalty nei paesi OCSE dove sono applicate sono generalmente più alte che in Italia, ma in qualche caso nel nord Europa (Norvegia, Irlanda, Danimarca) sono state abolite e sostituite da imposte sul reddito ad hoc. Il risultato generale secondo Nomisma è comunque che da noi la tassazione specifica per le attività di coltivazione degli idrocarburi è relativamente bassa, mentre si torna a livelli più allineati solo includendo tutte le imposte sul reddito delle aziende.
Un favore alle aziende petrolifere operanti in Italia? Proprio Davide Tabarelli, direttore di Nomisma Energia, in una conversazione a margine di un convegno mi diceva che parte di questo gap tra le nostre royalty e quelle di altri Paesi potrebbe invece spiegarsi con la necessità di compensare, rispetto agli investitori, la maggiore incertezza e inefficienza dell’apparato burocratico italiano rispetto ad altri.

Resta il fatto che più basse sono le royalty meno della rendita di estrazione il nostro Stato si riprende. E perché la riduzione delle riserve di idrocarburi sia più sostenibile almeno dal punto di vista economico occorrerebbe destinare le royalty a investimenti che aumentino il valore di altre parti di questo patrimonio.
Un’operazione di compensazione di questo tipo il Ministero dello Sviluppo Economico aveva previsto con il ministro Zanonato, attraverso un “fondo investimenti per i territori interessati” al quale destinare tra il 15 al 30% dell’IRES pagata da aziende di coltivazione di idrocarburi per i nuovi progetti. Fondo che credo desse attuazione all’articolo 16 del decreto-Legge del 24 gennaio 2012 come convertito, che prevede la destinazione a “progetti  infrastrutturali  e  occupazionali  di crescita” dei territori interessati. Definizione, che, ne converrete, è piuttosto generica e si presta a scelte arbitrarie.
Chiarimenti arrivarono però con un decreto del Ministero dell’Economia del 12 settembre 2013, art. 1 comma 3, che completa la definizione così (la riporto com’è scritta):
“L'intervento  del  Fondo  e'  finalizzato  al  finanziamento  di progetti  strategici,  sia  di  carattere  infrastrutturale  sia   di carattere immateriale, di rilievo regionale, provinciale  o  locale, aventi natura di grandi progetti  o  di  investimenti  articolati  in singoli interventi di consistenza progettuale ovvero realizzativa tra loro funzionalmente connessi, in relazione a  obiettivi  e  risultati quantificabili e misurabili, anche  per  quanto  attiene  al  profilo temporale.”

Il discorso continua qui

martedì 2 dicembre 2014

Il giallo del dispositivo antiparticolato Dukic - D220

Mesi fa sono stato contattato da Anna Dukic e Michele Campostrini, amministratore delegato e presidente di Dukic Day Dream srl, un’azienda vicentina che nel 2005 ha brevettato un dispositivo elettromagnetico che, applicato ai condotti di alimentazione del gasolio in motori diesel, riduce secondo l’azienda considerevolmente le emissioni inquinanti, con effetti positivi anche su consumi e potenza.

Un verbale di conformità del centro prove di Bari del Ministero dei Trasporti nel 2008 ha avvalorato il risultato riguardo a riduzione di emissioni di polveri, CO e idrocarburi incombusti idonee a rendere il veicolo-campione in grado di soddisfare le norme Euro 4 da una condizione di partenza Euro 3. Il ministero dei trasporti però non ha mai omologato il dispositivo come dispositivo antiinquinamento.

Sentiamo Anna Dukic al microfono di Derrick.




Dukic riferisce poi che il Centro Prove non ha ritenuto di dover fare uno dei test previsti dalla normativa, quello di durabilità del dispositivo, la cui assenza invece il Ministero rileva come ragione della mancata omologazione.

Ora, dalla lettura della norma rilevante (DM42/2008 allegato E) emerge questo:
·       Da un lato la prova di durabilità per l’omologazione dei dispositivi antiparticolato è “finalizzata all’accumulo di particolato nel sistema”, accumulo impossibile in un dispositivo sull’alimentazione come il Dukic.
·       Dall’altro la prova a maggior ragione poteva essere fatta senza problemi dal dispositivo Dukic, che invece ha scelto di contestarne l’applicabilità.

In ogni caso ha ragione Dukic quando dice che, se le cose stanno così, il Ministero avrebbe dovuto prendere provvedimenti nei confronti del Centro Prove contestandone le decisioni.

Un filtro antiparticolato
L’azienda, in quello che sembra un cambio di tattica, ha poi deciso di approfondire le vicende del proprio concorrente nel mercato dei dispositivi antiparticolato, nel frattempo omologato e divenuto sostanziale monopolista: il filtro antiparticolato. Riguardo a cui Dukic ha promosso - non da sola - iniziative giudiziarie volte a contestarne la rispondenza alle norme.

Quello dell’efficacia dei filtri antiparticolato e dei loro effetti ecologici in fase di rigenerazione – a quanto mi risulta non verificata dai test di legge - è un tema senz’altro rilevante e su cui autorevoli fonti contrastano, ma Derrick non può affrontarlo in questa puntata.

Torno dunque al dispositivo Dukic tema di oggi: come funziona tecnicamente?

Dukic, che Derrick sappia, non ha mai fornito una spiegazione scientifica, né a Derrick che pure ne ha visitato il laboratorio, né ad altri. In particolare non ci sono teorie note a Derrick su come forze elettromagnetiche modificherebbero la disposizione o addirittura la composizione delle molecole del carburante. Un’ipotesi è che avvenga una scissione delle molecole di idrocarburi, detta anche cracking. Fenomeni simili sono provocati nelle raffinerie attraverso reattori che forniscono calore e non attraverso forze elettromagnetiche. Peraltro se il cracking nel Dukic avviene, dovrebbe essere verificabile con un’analisi del combustibile a valle del dispositivo, analisi che a Derrick non risulta mai stata resa nota.

Altra ipotesi è che ci siano effetti magnetici o diamagnetici di orientamento delle particelle di combustibile in grado di farle bruciare meglio.
Effetti favorevoli di sistemi magnetici applicati ai condotti di alimentazione del carburante di motori automobilistici sono stati finora esclusi in prodotti in commercio da oltre trent’anni negli Stati Uniti, con test ufficiali dell’EPA, l’agenzia USA di protezione dell’ambiente.
Non avendo informazioni certe sul principio di funzionamento del Dukic, Derrick non può dire se questa evidenza sia pertinente rispetto al nostro apparecchio. Se si prendono per buone alcune delle affermazioni di Campostrini in una lunghissima discussione online sul sito Autopareri.com, si direbbe di no.

Derrick, che non è Report ma che sulle cose cerca di andare in fondo sulla base delle evidenze, a questo punto non aspetta altro che nuove informazioni attendibili da pubblicare. Ed è disponibile sia ad assistere a test insieme a consulenti di propria fiducia, sia a guidare un’auto con un Dukic installato attivabile e disattivabile dal guidatore, cosa possibile visto che l’apparecchio necessita di alimentazione elettrica per funzionare.

Aspetto contributi e ringrazio per questa puntata Antonio Sileo.


Link esterni


martedì 18 novembre 2014

Derrick a Ecomondo - D218-219

Sono stato a inizio di novembre 2014 a visitare a Rimini Ecomondo, la fiera del recupero di materia ed energia e dello sviluppo sostenibile.

C’era un sacco di tecnologia, in particolare nei padiglioni dedicati al trattamento dei rifiuti. Ne ho approfittato per fare qualche domanda a un esperto, Pietro Navarotto, che dirige la filiale italiana di Stadler, un’azienda che costruisce internazionalmente impianti di selezione dei rifiuti.

Vi lascio dunque alle riprese fatte in fiera, dove le mie curiosità hanno riguardato il bilancio energetico degli impianti di separazione, la loro efficacia e il modo in cui, se lo sono, essi sono in concorrenza con i termovalorizzatori, e, infine, se la capacità già installata di termovalorizzazione sia un ostacolo a un maggior recupero di materiali dai rifiuti. È possibile che Navarotto veda le cose da un punto di vista interessato, visto che costruisce impianti di selezione. Per questo Derrick sarà felicissimo, se contattato, di aggiungere altri punti di vista autorevoli.








martedì 11 novembre 2014

Elogio della lentezza - Parte 2 - D217

Riprendo oggi sul tema iniziato l'ultima volta, dedicato alla velocità nei trasporti. Abbiamo parlato del Concorde e dei treni ad altissima velocità a levitazione magnetica come esempi di applicazioni d’avanguardia ma costosissime e, anche nel caso dei treni "maglev", in difficoltà nel diffondersi anche a causa della scarsa disponibilità dei viaggiatori a pagare biglietti in grado di sostenerne i costi. E si capisce, visto che per esempio il supertreno di Shanghai, l’unico iperveloce a levitazione in esercizio commerciale al mondo, fa risparmiare circa 15 minuti per raggiungere l’aeroporto rispetto a un servizio diretto tradizionale come l’Heathrow express applicato alla stessa tratta.

Ma anche immaginando treni magnetici superveloci intercity come quelli in progetto in Giappone e Cina, la sensatezza economica, e quindi sociale, dell’investimento non è affatto ovvia. Queste linee devono essere costruite di norma su viadotto, con costi di costruzione più alti anche di quelli di un treno ad alta velocità su rotaie, che a sua volta, come abbiamo visto qui a Derrick, sono molto più alti di quelli di un treno che viaggi sotto 200 all’ora. (Va però detto che ci si aspetta per i treni a levitazione costi di manutenzione più bassi di quelli di una linea ad alta velocità su ruote).
“Volare” sui binari insomma non significa affatto che l’infrastruttura sia meno invasiva sul terreno o più leggera. Tutt’altro: i binari dei treni a levitazione magnetica sono più complessi e pesanti di quelli convenzionali.

Per quanto riguarda la velocità, la levitazione permette incrementi significativi ma non straordinari, se anche su rotaie già oggi le linee più veloci viaggiano a 350 km/h. E il record assoluto vede il treno volante vincere sì, ma solo di un soffio, visto che una versione sperimentale del TGV francese ha raggiunto i 574 km/h contro il record assoluto di 581 del treno a levitazione MLX01 in sperimentazione in Giappone. Per passare a treni estremamente più veloci, dicono gli esperti, occorrerebbe eliminare la resistenza dell’aria, muovendo i convogli dentro tubi sottovuoto, che però comporterebbero problemi di panoramicità dei finestrini (ah, ah, battutona).

In effetti è l’attrito del veicolo contro l’aria, proporzionale al quadrato della velocità, che andando veloci diventa la principale resistenza da vincere, ed è l’elemento che rende anche l’esercizio – non solo la costruzione - dei mezzi veloci molto più oneroso a parità di distanza percorsa. Infatti anche nella levitazione magnetica ad alta velocità gran parte dell’energia si consuma per la motricità e non per il sollevamento elettromagnetico del veicolo.

Interessante poi che, tranne Shanghai, oggi gli unici treni a levitazione magnetica in esercizio commerciale siano a bassa velocità.


Per questa puntata ringrazio Massimiliano Cravedi per la consulenza.

martedì 28 ottobre 2014

Elogio della lentezza - Parte 1 - D216

Il mito della velocità, intendo fisica, velocità dei corpi e dei veicoli, che un tempo era futurista, non mi sembra più indice di modernità. Forse dobbiamo farcene una ragione.

Nel traffico aereo negli ultimi anni i principali regolatori del mondo d’intesa con le compagnie hanno apportato modifiche alle regole di volo e di rullaggio con l’obiettivo di consumare e inquinare meno, anche attraverso la riduzione delle velocità di crociera.
I due grandi produttori di jet full-size (Airbus e Boeing) hanno investito non in aerei più veloci, ma con un minor costo operativo per passeggero, da cui i progetti del superjumbo A380 e del B787, quest’ultimo con interventi fortemente innovativi sui materiali e sui servomeccanismi di bordo – con maggiore utilizzo di attuatori elettrici al posto di circuiti idraulici e pneumatici – al fine ridurre il peso dell’aereo.

Vi ricordate il Concorde? Permetteva di risparmiare circa 3 ore tra Parigi e New York, mentre per tratte più lunghe non gli bastava il serbatoio di carburante. Lo usavano i VIP che erano disposti a stare scomodissimi e a guardare fuori da oblò minuscoli, ma i suoi costi non sono mai stati abbastanza coperti dai biglietti e l’investimento, sostenuto da Francia e Gran Bretagna, non è mai stato recuperato nemmeno lontanamente.

Dopo questo bagno di sangue economico, è molto più probabile che io in vita mia possa pagare per andare in orbita, che per viaggiare oltre il muro del suono in un aereo passeggeri.

Nel trasporto ferroviario le cose sono un po’ diverse, ma se consideriamo la levitazione magnetica ad altissima velocità come il Concorde dei treni, è interessante notare che l’unico suo esempio applicativo commerciale in esercizio, in Cina, tra una fermata della metro di Shangai e l’aeroporto, è stato anch’esso un insuccesso economico (ma questo è in parte inevitabile in un prototipo con tecnologie immature seppure in attività commerciale).

Il problema però è cosa investimenti così alti danno in cambio. La navetta di Shanghai, operativa da una decina d’anni, fa 30 chilometri a una velocità massima di 430 km/h (ma è stata testata anche a oltre 500) e una media di oltre 250. Impiega 7 minuti contro i meno di venti che impiegherebbe un normale treno non-stop simile all’Heathrow Express che collega Heathrow con la stazione di Paddington a Londra. Ha senso l’investimento? Stando all’impossibilità appurata di farsi pagare i costi coi biglietti, probabilmente no, se non per le ricadute eventuali della sperimentazione tecnologica.

Riprendiamo la prossima volta a parlare di velocità nei trasporti pubblici.

martedì 14 ottobre 2014

Conferenza globale della tassazione ambientale - parte 3 - D215

Questa è la terza puntata sulla quindicesima conferenza globale sulla tassazione ambientale promossa dall’università di Aarhus che si è tenuta a fine settembre 2014 a Copenaghen e che ha anche visto la presentazione di uno studio del sottoscritto insieme a Marianna Antenucci.

Lo studio si occupa di due cose. Nella prima parte riporta una valutazione dei sussidi dannosi all’ambiente, secondo la definizione OCSE, presenti in Italia. Nella seconda osserva come la presenza di una carbon tax o di un disincentivo economico all’emissione di gas-serra interagisce con il mercato elettrico italiano del giorno prima. Quello in cui i principali operatori della produzione e del consumo di energia elettrica, per ogni ora del giorno seguente, presentano le proprie disponibilità economiche di produzione e di acquisto in modo che il gestore del mercato possa stabilire un prezzo di equilibrio per l’energia di ogni ora, insieme all’elenco dei produttori e consumatori, rispettivamente, chiamati a produrre e che si sono aggiudicati l’energia per il consumo.

Riguardo alla valutazione dei sussidi dannosi all’ambiente (oltre che alle tasche di chi paga tasse e bollette), i numeri sono clamorosi e coincidono con quelli già denunciati nella campagna Radicali Italiani–Legambiente #menoinquinomenopago e ripresi tra l’altro da un articolo del sottoscritto e di Edoardo Zanchini su lavoce.info: oltre 5 miliardi di € nel 2014 di sussidi al consumo di combustibili fossili soprattutto ai trasporti stimati dalla Ragioneria Generale dello Stato, e oltre un miliardo a vantaggio dei grandi o intensivi consumatori manifatturieri attraverso le bollette elettriche.

Riguardo all’effetto sul mercato elettrico di un disincentivo alle emissioni-serra dei combustibili, Antenucci e Governatori mostrano che esso non solo, com’è ovvio, rende meno conveniente la produzione elettrica a carbone (quella con più emissioni), ma favorisce quella di alcune fonti rinnovabili, a causa dell’effetto di rialzo del prezzo dell’elettricità di cui esse si avvantaggiano. Questo però non vale per tutte le fonti elettriche rinnovabili, ma solo per quelle i cui meccanismi di incentivo si aggiungono, ma non la sostituiscono, alla vendita dell’energia sul mercato. Per questo tipo di impianti, concludono gli autori, una carbon tax può essere associata a una riduzione degli incentivi a loro dedicati, senza per questo danneggiarne la redditività.
Morale: non è una bestemmia ridurre anche retroattivamente alcuni dei costosi sussidi alle rinnovabili se nello stesso tempo si introduce una carbon tax.

Slide di presentazione del paper Subsidies to fossil energy consumption in Italy: an assessment with policy recommendations di Marianna Antenucci e Michele Governatori:




Questa puntata di Derrick su Radio Radicale si può ascoltare qui.

martedì 7 ottobre 2014

Conferenza globale della tassazione ambientale - parte 2 - D214

Seconda puntata con notizie dalla quindicesima conferenza globale sulla tassazione ambientale promossa dall’università di Aarhus e svoltasi due settimane fa a Copenaghen.

L’altro giorno ho raccontato dell’esperienza della carbon tax canadese in British Columbia, un esempio di successo in termini di effetti sui consumi di combustibili fossili e di riduzione delle tasse sul reddito. Si tratta di una carbon tax che si applica sui soli combustibili ed è raccolta e trasmessa all’amministrazione dal rivenditore finale. Quindi abbastanza facile da applicare. Più complicata sarebbe un’imposta indiretta sui tutti i beni in base alle emissioni di CO2. A quali emissioni ci si riferirebbe? Quelle per produrre il bene? Per consumarlo? E supponendo quali tecnologie? È chiaro che servono semplificazioni per attuare una carbon tax olistica. E poi applicata in che fase della produzione? Solo sui beni finali?

Secondo David G. Duff dell’Università della British Columbia, anche lui autore di un paper presentato alla conferenza, è immaginabile una carbon tax sul valore aggiunto, che si costruisce come l’IVA e che a ogni transazione su un bene prevede di essere pagata dal compratore e incassata dal venditore, da applicare non però al prezzo dello scambio ma alle emissioni dannose per il clima.
Ma quanto dovrebbe essere grossa una tassa del genere per fornire segnali sufficienti a innescare cambi tecnologici o di abitudini rilevanti? Se torniamo all’esempio semplice di una accisa sui combustibili equivalente a un prezzo della CO2 di qualche decina di Euro, che è anche l’impostazione della bozza di direttiva europea in materia, parliamo di un ordine di grandezza di una decina di centesimi di euro, per esempio, al litro di gasolio. Non poi tanto.

Ma secondo Silvia Tiezzi e Stefano F. Verde dell’università di Siena, anche loro a Copenaghen con i risultati di uno studio basato su dati osservati negli USA, c’è un effetto imprevisto dalla teoria e molto interessante.
Questo: la gente reagisce in modo più forte a un aumento di prezzo di un carburante se sa che è causato da un tassa. Questa sorta di avversione fiscale, secondo Tiezzi e Verde, fa sì che l’elasticità al prezzo dei consumi (cioè la reattività dei consumatori a cambiamenti di prezzo) potrebbe essere sottostimata quando si parla di imposte al consumo, incluse quelle ambientali. Se così è, e nei dati visti dagli autori lo è, l’effetto di scoraggiamento al consumo di una tassa ambientale potrebbe andare al di là delle attese razionali, purché, certo, ci sia adeguata informazione (perché è difficile esplicare avversione per ciò di cui non si conosce l’esistenza, quand’anche sia una tassa).

martedì 30 settembre 2014

Conferenza globale della tassazione ambientale - parte 1 - D213

Derrick torna proprio mentre Michele Governatori, cioè io, è rientrato dalla quindicesima conferenza globale sulla tassazione ambientale, promossa dall’università danese di Aarhus e dove perlopiù accademici e rappresentanti istituzionali di tutto il mondo hanno discusso contributi sul tema.

Allora provo a raccogliere in questa e nelle prossime puntate alcuni degli spunti più interessanti.
Qual è per ora uno degli esempi di maggior successo di carbon tax al mondo? Quello dello stato canadese della British Columbia, presentato alla conferenza da Thomas F. Pedersen dell’Università di Victoria.

Alla fine degli anni Novanta in British Columbia un parassita del pino locale distrusse 700 milioni di metri cubi di foresta, importante per l’economia della zona, in un’area estesa come 4 danimarche. Secondo il parere di esperti la proliferazione del parassita si doveva anche alla minor frequenza di inverni abbastanza rigidi (almeno 35° sotto zero) da poterlo decimare.
Questo episodio contribuì a convincere il governo regionale che il riscaldamento fosse un problema, e soprattutto a passare all’azione per contrastarlo.

Ma può la British Columbia da sola combattere il riscaldamento globale? No, visto che appunto è una questione globale e richiede politiche globali. Ma è anche vero che qui come in altre questioni – per esempio la rinuncia agli armamenti nucleari – azioni di per sé non risolutive perché unilaterali e per questo potenzialmente pericolose per chi le fa, possono innescare una svolta politica multilaterale.
Ma un successo locale la carbon tax applicata dal 2008 in British Columbia l’ha avuto, visto che ha portato a riduzioni di consumi di combustibili fossili nettamente maggiori di quelle del resto del Canada (e quindi, riscaldamento a parte, con un impatto locale positivo sulla salubrità dell’aria).

Ci sono poi gli aspetti distributivi. La tassa – che è stata crescente nel tempo fino a 30$ canadesi (oltre 20 Euro) per T di CO2 – ha alimentato fino all’ultimo centesimo del ricavato una riduzione delle imposte sul reddito su persone e aziende, il che è stato fatto, nel caso delle persone, abbassando le aliquote più basse e prevedendo un credito fiscale per gli incapienti.

Vi viene in mente qualche collegamento riguardo a possibili fonti di rifinanziamento del bonus fiscale italiano di 80 euro?

lunedì 21 luglio 2014

Repliche estive di Derrick su Radio Radicale

Il 22/7/2014 in onda la replica di D100: Einaudi, la raffinazione e i salvataggi industriali.

Il 29/7 replica di D113: prima parte sui costi e benefici delle fonti rinnovabili di elettricità.

Il 5/8 replica di D114: seconda parte sui costi e benefici delle fonti rinnovabili di elettricità.

Il 12/8 replica di D126: lo Stato azionista dell'energia.

Il 19/8 replica di D136: la speculazione (parte 1).

Il 26/8 replica di D137: la speculazione (parte 2).

Il 16/9 replica di D138: la speculazione (parte 3).

Il 23/9 replica di D139: la speculazione (parte 4).

martedì 15 luglio 2014

Le lobby - Parte 3 - D212

Terza puntata sulle lobby e sui lobbisti. Nella precedente dicevamo che se da un lato alcuni Paesi regolamentano il lavoro dei lobbisti, e impongono condizioni di trasparenza alle interazioni tra lobbisti e politici, l’Italia invece non ha introdotto norme specifiche.

Ce lo raccontava Giovanni Galgano, lobbista professionista fondatore e capo di Public Affairs Advisors, gruppo Value Relations. A lui stavolta invece chiedo di farci esempi di come si comportano altri Paesi in materia.


Mi sembra interessante in particolare come alcune delle regole imposte all’attività di lobby si ripercuotano nel lavoro non solo degli influenzatori, ma anche degli influenzati, i politici, in termini di trasparenza delle loro relazioni e di conoscibilità e limitazione dei loro potenziali conflitti di interesse.

C’è un messaggio forte in chiusura di questo ciclo di 3 puntate monografiche di Derrick? A me sembra di sì: è piuttosto inutile, oltre che ingenua, la diffidenza o paura verso l’attività dei lobbisti, attività insita nel fatto stesso che esistono portatori di interessi diversi. Utile invece tradurre questa diffidenza in uno sforzo per rendere la lobby più trasparente e quindi più utile al processo democratico.

Grazie a Giovanni Galgano per questa e la precedente puntata. 

martedì 8 luglio 2014

Le lobby - Parte 2 - D211

Seconda puntata sulle lobby e sui lobbisti. L’altra volta dicevo che se da un lato alcuni Paesi regolamentano quest’attività, e impongono condizioni di trasparenza alle interazioni tra lobbisti e politici, l’Italia invece non ha introdotto norme specifiche.


Sentiamo su questo Giovanni Galgano, fondatore e capo di Public Affairs Advisors, gruppo Value Relations.

[Galgano su regolamentazione lobby in Italia]

Mi sembra che ci sia da un lato un’opportunità, dall’altro un rischio: l’opportunità di rendere più trasparenti i rapporti tra gli amministratori pubblici influenzati e gli influenzatori, ma anche il rischio di creare un’altra corporazione con esclusiva del lavoro per chi ne fa parte.
Lavoro che, tra l’altro, potrebbe non avere confini così definiti: come si stabilisce chi fa il lobbista non autorizzato? Se in vigenza di una norma di regolamentazione io incontro un parlamentare o un sottosegretario in aeroporto e comincio ad ammorbarlo – come mi capita in effetti di fare – divento un lobbista non autorizzato?

Riprendiamo la prossima volta, sempre con Giovanni Galgano, cui chiederemo di raccontarci qual è l’esperienza in materia all’estero.

Se avete ascoltato questa puntata alla radio, volete farlo sapere o fare commenti, scrivete a ioascolto@radioradicale.it.

Grazie da Michele Governatori

martedì 1 luglio 2014

Le lobby - Parte 1 - D210

“È colpa delle lobby". 

"L’hanno voluto le lobby.”

Frasi comuni, almeno da noi, nei commenti a decisioni politiche su qualunque cosa.
Frasi che a volte nelle intenzioni di chi le dice dovrebbero essere sufficienti a squalificare l’oggetto del commento.
Ricordate quando su Derrick abbiamo parlato dell’accezione popolare negativa della parola “speculazione”? Con la parola “lobby” succede una cosa simile, e credo per le stesse ragioni. Le lobby esistono perché qualcuno ha interessi (nel caso che mi interessa ora: interessi economici) in un settore riguardo al quale vengono prese decisioni pubbliche. E per qualche motivo, il fatto che questi interessi abbiano natura economica, li squalifica agli occhi di molti.

Io credo che questa percezione abbia a che vedere con la paura, o la stigmatizzazione, del profitto e della competizione per le risorse.

Per qualche strano motivo, se uno vuole qualcosa, questo è più accettabile, per il senso comune, se è un qualcosa non riconducibile al denaro. Ma è un’impostazione sbagliata in termini razionali, perché il denaro in un’economia di mercato è anche il modo di confrontare l’importanza di cose diverse.
Pensateci: è un controsenso dire che gli interessi che meritano tutela solo quelli senza valore economico. Anzi è disastroso, perché apre la strada o agli interessi economici sì, ma nascosti, oppure a obiettivi per i quali nessuno è disposto a spendere un Euro.

Nascondere o non regolamentare l’attività delle lobby sulla politica e in particolare sul legislatore è una forma di proibizionismo che toglie trasparenza ai lobbisti (che per esempio devono entrare in Parlamento qualificandosi in qualche altro modo) e ai politici (che devono gestire informalmente le pressioni che ricevono).
Nel Parlamento Europeo c’è un registro di lobbisti, persone registrate come tali e che quindi hanno un tesserino per accedere agli uffici. In Italia non è così, anche se questa legislatura inizialmente aveva provato a regolare il lavoro dei lobbisti all’interno delle istituzioni della politica.

Ne parleremo anche nella prossima puntata, con un ospite che di lavoro fa proprio (vergogna) il lobbista: Giovanni Galgano.

Se avete ascoltato questa puntata alla radio, volete farlo sapere o fare commenti, scrivete a ioascolto@radioradicale.it.

Grazie.

martedì 24 giugno 2014

Imposte ambientali ed esternalità - Parte 3 - D209

Terza e ultima puntata con Andrea Molocchi e Donatello Aspromonte, autori di uno studio che confronta il valore economico dei danni ambientali legati alle varie attività (in gergo le esternalità ambientali) con quello delle imposte ambientali (che dovrebbero far pagare gli stessi costi a chi li causa).

Riguardo ai risultati dello studio rimando alle puntate precedenti.
Qualche commento invece sulla metodologia del calcolo delle esternalità: come si dà un prezzo agli effetti indesiderati di un’attività? L’abbiamo visto altre volte in Derrick: per calcolare i costi esterni ambientali occorre tra le altre cose quantificare sia un valore monetario della vita (per esempio il costo del modo più economico di preservarla, o il reddito effettivo o potenziale di quella persona), sia la quantità di vita persa, per esempio a causa dell’esposizione a sostanze tossiche, dato, quest’ultimo, che si ricava da studi epidemiologici.

Quanto arbitrio c’è in tutto ciò? Forse ce n’è, ma molto meno, per esempio, di quanto ce n’è nel decidere una politica di investimenti pubblici senza studi costi-benefici, magari rincorrendo qualche tipo di retorica o moda momentanea. Sentiamo Andrea Molocchi:


Se avete ascoltato questa puntata, volete farlo sapere o fare commenti, scrivete a ioascolto@radioradicale.it. 
Grazie.

martedì 17 giugno 2014

Esternalità e imposte ambientali - Parte 2 - D208

Eravamo lo scorso martedì con Andrea Molocchi e Donatello Aspromonte, fondatori della società di consulenza ECBA project e autori di uno studio che confronta il valore economico dei danni ambientali legati alle varie attività (in gergo le esternalità ambientali) con quello delle imposte ambientali (che dovrebbero far pagare gli stessi costi a chi li causa) in Italia.

L’altra volta abbiamo visto che secondo lo studio da un lato le imposte ambientali in Italia coprono buona parte (ma non tutta) del valore economico dei danni ambientali, dall’altro però c’è qualcuno, come le famiglie e il settore dei servizi, che ne paga troppe rispetto al proprio uso dell’ambiente. Al contrario, altre categorie ne pagano troppo poche.

Nell’ambito in particolare dell’industria manifatturiera com’è la situazione? Sentiamo Molocchi:

[Molocchi 3]

Cosa manca, in particolare dalle pubbliche amministrazioni, perché incoerenze come queste vengano sanate? Aspromonte:


Se avete ascoltato questa puntata di Derrick su Radio Radicale, volete farlo sapere o fare commenti, scrivete a ioascolto@radioradicale.it .

Grazie.

martedì 10 giugno 2014

Esternalità e imposte ambientali - Parte 1

Al convegno dello scorso 21 maggio per il lancio di #MenoInquinoMenoPago di Legambiente e Radicali Italiani c’era tra i relatori Andrea Molocchi, fondatore insieme ad Antonello Aspromonte della società di consulenza ECBA project. Molocchi ha parlato di un recente studio di ECBA che confronta il valore economico dei danni ambientali legati alle varie attività (esternalità ambientali) con le imposte ambientali (che dovrebbero far pagare quei costi a chi li causa) in Italia.

Ho chiesto a ECBA Project di sintetizzare per Derrick alcuni risultati della ricerca.
Chiedo in particolare ad Andrea Molocchi quali sono i principali indicatori di danno ambientale utilizzabili per parametrare le imposte ambientali.


Ecco. Rispetto a questi indicatori noi in Italia paghiamo troppe o troppo poche imposte ambientali?


Dunque imposte ambientali più basse (anche se non di molto) delle esternalità legate alle emissioni atmosferiche dannose. Ma pagano tutti troppo poco o ci sono sperequazioni nel peso delle imposte ambientali? Lo chiedo a Donatello Aspromonte di ECBA Project.
Allora ricapitoliamo: da un lato le imposte ambientali coprono buona parte (anche se non tutta) del valore economico dei danni ambientali, dall’altro però c’è qualcuno, come le famiglie e il settore dei servizi, che ne paga troppe rispetto al proprio uso dell’ambiente.

Riprendiamo la prossima volta.

martedì 3 giugno 2014

Pro e contro dell'energia da biogas - Parte 3 - D206

Terza puntata sugli impianti di produzione di energia elettrica da biogas dopo una pausa di due puntate dedicate all’iniziativa di Radicali Italiani e Legambiante #MenoInquinoMenoPago.

Riassunto delle precedenti: gli impianti di cui parlo sono generalmente in zone agricole. Usano gas esito di un processo di digestione anaerobica di materiale organico, come scarti di lavorazione agroalimentare e prodotti agricoli ad hoc, per produrre elettricità e fertilizzante.
Il senso dell’operazione è ridurre alcune emissioni chimiche delle lavorazioni agricole e zootecniche e spiazzare la produzione di elettricità da fonte fossile. Ma le preoccupazioni e opposizioni a questi impianti non mancano. In parte, a mio avviso, sono serie, in parte per niente.

L’altra volta abbiamo trattato il tema della concorrenza tra uso energetico di prodotti agricoli e uso per produzione di cibo, preoccupazione da un lato ideologica dall’altro inutilizzabile (a meno di non voler obbligare qualcuno a produrre cibo anche se può usare in modo più proficuo le sue capacità economiche e non. Io stesso, per esempio, ora sto usando le mie capacità non per produrre cibo: sono per questo un pericoloso speculatore?).

Poi ci siamo occupati dei possibili impatti ambientali locali negativi degli impianti a biogas. Tema questo invece rilevante a mio parere.
Altro spunto da parte dei detrattori: l'uso energetico delle biomasse dipende dal fatto che ricevono sussidi.

Vero. È così per buona parte delle fonti energetiche rinnovabili del mondo. Il carbone è ancora di gran lunga il modo più conveniente per fare energia (anche quello più letale secondo la comunità scientifica e l'OMS oltre che il peggiore in termini di gas-serra emessi). Senza sussidi o politiche di incentivo a fonti più pulite (ma nessuna fonte energetica è del tutto priva di impatto) produrremmo ancora oggi energia quasi solo da carbone, petrolio e gas. Quando spegniamo una centrale da fonti cosiddette alternative, se ne accende una tradizionale (nell'elettricità funziona così, l'elettricità è ancora poco stoccabile).
Certo: è vero che un sussidio a un settore tende a ridimensionarne altri in concorrenza, anche in modo indesiderato. Ma da un lato l’agricoltura tradizionale è anch’essa ipersussidiata, dall’altro questo spiazzamento avviene continuamente e in mille modi nel progresso economico: ogni nuova tecnica di trasformazione e uso delle risorse interviene nel processo di competizione per l’uso delle risorse stesse.

Altro caveat sugli impianti a biogas: potrebbero non avere un bilancio energetico/chimico favorevole. Punto interessante e complicato. Quesito: un impianto a biogas o in generale a biomasse è in grado di ridurre nel complesso le emissioni dannose (in particolare il potenziale-serra di emissioni chimiche come quelle di metano) nell'ambito dell'intera area di territorio da cui riceve la biomassa? In altri termini: è più pulito rispetto all'attività della stessa area in assenza di impianto?
Il bilancio è positivo se lo è il bilancio chimico (e verosimilmente anche energetico). Ma valutarlo non è banale.

E attenzione: come abbiamo visto l’altra volta, se anche il bilancio è positivo ciò non significa che non ci sia un problema di impatto locale negativo nel punto in cui avviene la combustione di biomassa o biogas.

martedì 27 maggio 2014

Basta incentivi al consumo di ambiente - Parte 2 - D205

Si è aperta con un convegno lo scorso mercoledì 21 maggio 2014 a Roma presso lo spazio Europa della rappresentanza italiana della Commissione Europea la campagna di Radicali Italiani e Legambiente #MenoInquinoMenoPago, "basta incentivi al consumo di ambiente", i cui dettagli sono sul sito radicali.it.

Il pomeriggio di lavori è coinciso con la presentazione di un documento dove i promotori passano in rassegna alcuni degli incentivi al depauperamento delle risorse ambientali che si trovano in Italia nella fiscalità, nelle bollette dell’energia e nelle regole di accesso all’uso di risorse ambientali. E propongono di cancellarli per usare gli stessi soldi in riduzione delle tasse sul reddito e in investimenti all'innovazione e alla tutela dell'ambiente.

Alcuni esempi: nelle accise sui combustibili la Ragioneria dello Stato prevede quest’anno 5,7 miliardi di Euro di esenzioni, di cui circa 4 a vantaggio del trasporto, in particolare quello aereo e quello pesante su strada. Nelle bollette elettriche ci sono ancora sussidi (ma con tendenza alla riduzione) alle fonti fossili e sussidi incrociati a favore dei grandi consumatori e di quelli energivori, in contraddizione con la Strategia Energetica Nazionale che mette al primo posto l’efficienza energetica. Per l’accesso a discariche, materiali di cava, acque minerali, spiagge, ci sono condizioni economiche disuguali, scarsamente competitive e generalmente troppo incentivanti all’uso.

Ma le imposte ambientali (classificate dall’Istat secondo criteri che qui non ho spazio qui di approfondire) in Italia sono troppe o poche nel complesso?
Sono in linea con la media UE, ha mostrato al convegno Duccio Bianchi di Ambiente Italia, ma in diminuzione, in particolare le accise sui combustibili, perfino al netto della riduzione del loro consumo.
E queste imposte sono adeguate rispetto alle stime di esternalità, cioè al valore economico dei danni ambientali causati? (Anche qui, è chiaro che questa valutazione è complessa, ma esistono criteri consolidati per molti aspetti). Secondo Andrea Molocchi di ECBA project le imposte ambientali in Italia complessivamente pesano poco meno delle esternalità, ma sono distribuite in modo molto iniquo. In ordine decrescente di danni ambientali, l’industria manifatturiera (ma con casi a credito e debito al suo interno), l’energia, l’acqua e i rifiuti sono a forte debito tra quante esternalità causano e quanto pagano. (Indipendentemente da quale punto della filiera sia inizialmente toccato dall’imposta ambientale).

Non ho tempo almeno ora, ma cercherò di recuperare, di riportare spunti dagli interventi degli esperti Aldo Ravazzi e Giuseppe Artizzu e dei politici Ermete Realacci, Gianni Girotto, Giovanni Paglia, Francesco Ferrante.

Ma su Radio Radicale si possono riascoltare tutti.

Intanto, avete ascoltato questa puntata di Derrick? Ne avete opinioni? Scrivetelo a ioascolto@radioradicale.it , grazie.

domenica 18 maggio 2014

Basta incentivi al consumo di ambiente - D204

Mi sono occupato nelle ultime due puntate di biogas, e riprenderò con la prossima. Oggi invece mi dedico a un evento di Radicali Italiani e Legambiente che avverrà mercoledì 21 maggio 2014 a Roma alle 14.30 nella sede della rappresentanza dell’Unione Europea in via IV novembre 149.
Si tratta di un convegno che coincide con la presentazione di un documento e una campagna chiamata Basta incentivi al consumo di ambiente, i cui dettagli sono sul sito radicali.it, e che su twitter ha l’hashtag #MenoInquinoMenoPago.

Il programma prevede il benvenuto alle 14.30 di un rappresentante della Commissione Europea, poi il saluto di Valerio Federico tesoriere di Radicali Italiani e del presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. Poi un’illustrazione del documento da parte del sottoscritto, Michele Governatori, e di Edoardo Zanchini vicepresidente di Legambiente, i quali modereranno poi una tavola rotonda con politici, rappresentanti di istituzioni ed esperti.

Quali i punti principali dell’iniziativa?

Nel fisco italiano, nelle regole di sfruttamento di molte risorse naturali, nelle bollette dell’energia si annidano costosi sussidi al consumo di ambiente.
La campagna mira a correggere queste distorsioni eliminando sussidi e sconti fiscali alle fonti fossili e introducendo regole di tutela, di tassazione e di assegnazione trasparenti per cave, acque minerali, concessioni balneari, suoli.

Gli interventi proposti prevedono la contemporanea riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro e impresa, con aumento del potere d’acquisto per tutte le categorie che oggi non beneficiano di sconti antiecologici.

Chi ci guadagnerebbe? Tutte le persone comuni che oggi pagano al posto di chi beneficia di sconti o rendite a spese dell’ambiente, e le aziende disposte a investire in innovazione ecologica. A loro andrebbero le minori tasse sui redditi, minori oneri in bolletta, e fondi per investimenti in innovazione per un totale di oltre 10 miliardi di Euro all’anno recuperati dagli sconti eliminati.

Per rendere possibile questa prospettiva occorre anzitutto modificare il dettato della Delega al Governo in materia di fiscalità che oggi subordina la revisione in chiave ecologica del fisco a quando la materia verrà definita a livello europeo.

Appuntamento dunque a mercoledì 21 maggio 2014 alle 14.30 allo spazio Europa in via IV novembre 149 a Roma.

Link:
Video: Michele Governatori parla di #MenoInquinoMenoPago.

martedì 13 maggio 2014

Pro e contro dell'energia da biogas - Parte 2

Seconda puntata sugli impianti di produzione di energia elettrica da biogas. Impianti generalmente in zone agricole che usano gas esito di un processo di digestione anaerobica di materiale organico, come scarti di lavorazione agroalimentare e prodotti agricoli ad hoc, per produrre elettricità e fertilizzante. E qui nasce la prima allerta, che riguarda il controllo del materiale usato come input.

Il senso dell’operazione è ridurre alcune emissioni chimiche delle lavorazioni agricole e zootecniche e spiazzare la produzione di elettricità da fonte fossile. Ma le preoccupazioni e opposizioni a questi impianti non mancano e almeno in parte sono serie. Provo ora a elencare le più comuni, e a commentarle.

Prima preoccupazione: l'uso energetico di prodotti agricoli non va bene perché sottrae risorse alla produzione di cibo.

Questa argomentazione a mio avviso è impertinente. Per me la buona agricoltura è quella che fa (nel rispetto dell'ambiente e delle regole) le cose più utili, cioè quelle che valgono commercialmente di più. È molto facile smontare l’affermazione che una cosa se si mangia è buona e se non si mangia è speculativa. Poi, come ho argomentato in Derrick, non ho nulla contro la speculazione intesa come ricerca del massimo profitto nell’ambito della legalità, anzi la ritengo virtuosa e utile al progresso e alla ricchezza di tutti.
(Con la stessa parola, speculazione, a volte si intendono invece turbative o manipolazioni di mercato: ma non è di questo che sto parlando).

Il progresso modifica spesso la concorrenza sui mercati delle risorse. Pensiamo a come la rivoluzione industriale e l’urbanizzazione hanno sottratto braccia all’agricoltura e quindi al cibo: dovevano essere osteggiate per questo? Di fatto hanno poi contribuito a modernizzare e rendere efficiente anche l'agricoltura.

Seconda  preoccupazione: gli impianti a biogas in aree agricole hanno impatti ambientali locali negativi e snaturano l'area.

Questa sì mi sembra un’obiezione rilevante. Aggiungo che i motori più efficienti per bruciare biogas sono a ciclo Diesel e richiedono in molti casi aggiunta di una parte (per quanto minoritaria) di gasolio per innescare la combustione. È chiaro che un terreno agricolo occupato da un impianto che - pur di minima taglia rispetto a una grande centrale - brucia a ciclo continuo combustibili provenienti da un'area più vasta dell'azienda stessa, oltretutto non tutti rinnovabili, modifica la natura di quel territorio. Fino a che punto a un agricoltore va riconosciuto il diritto di installare una sorgente di emissioni in atmosfera maggiore di quella che ci sarebbe con la sua normale attività agricola?

Il tempo di Derrick oggi è quasi finito, ma la prossima volta riprenderò il tema. Intanto ringrazio Giovanna Casalini per la sua lettera aperta su un paio di casi specifici riguardo a cui la invito a mandarmi maggiori informazioni. Casalini, totalmente contraria al biogas, unisce spunti a mio avviso non rilevanti e che non condivido (per esempio la critica a un’amministrazione perché permette un impianto di un imprenditore non della zona, come se a preoccuparla fosse un’istanza di protezionismo municipale) ad altri che invece trovo importanti, soprattutto riguardo all’efficacia dei controlli e al processo autorizzativo degli impianti.

In chiusura invito gli ascoltatori a mettere in agenda un convegno sulla fiscalità ambientale, cui corrisponderà il lancio di un documento-manifesto di Radicali Italiani e Legambiente dal titolo "Basta sussidi a chi consuma l'ambiente", il 21 maggio pomeriggio a Roma.

Infine, Radio Radicale sta monitorando gli ascolti delle rubriche. Se avete seguito Derrick, per favore segnalatelo a ioascolto@radioradicale.it .


Grazie da Michele Governatori

martedì 6 maggio 2014

Pro e contro dell'energia da biogas - Parte 1 - D201

È sempre più frequente, soprattutto nella pianura padana, imbattersi in zone agricole occupate da larghe calotte circolari. Si tratta di contenitori destinati alla digestione anaerobica di biomasse. Scarti agricoli, oppure prodotti agricoli coltivati apposta, letame, scarti della lavorazione alimentare o altro, che attraverso la trasformazione chimica di batteri producono gas combustibili e un residuo utilizzabile come fertilizzante.

I gas combustibili alimentano motori a combustione interna, derivati da motori diesel o a ciclo Otto, accoppiati a generatori elettrici. Il risultato è la produzione di elettricità e il recupero del calore residuo (cogenerazione in gergo), quest’ultimo in parte riutilizzato attraverso reti apposite nel processo stesso di trasformazione della biomassa o per altre necessità, civili, agricole o nei casi di integrazione più fortunata industriali, purché evidentemente in aree limitrofe.

L’uso energetico di biomasse, incluso il biogas ottenuto nel modo che ho detto, è a tutti gli effetti produzione di energia da fonte rinnovabile, perché il combustibile si rigenera attraverso il ciclo vegetale o animale, e per questo ha diritto agli incentivi destinati alle rinnovabili. Naturalmente, e gli ascoltatori fedeli di Derrick lo sanno bene, fonte rinnovabile non vuol dire né fonte senza impatto ambientale né, nel caso delle biomasse, fonte senza emissioni di fumi di combustione dannosi.

Vediamo prima quali ragioni ecologiche possono rendere utili impianti come quelli che ho schematizzato sopra, prima di passare alle ragioni di preoccupazione.

Primo vantaggio ecologico: captazione di gas con un effetto serra molto intenso, come il metano, che nella normale attività agricola verrebbero emessi tal quali in atmosfera e che invece, una volta bruciati, hanno un impatto-serra minore.

Secondo vantaggio ecologico: produzione di energia elettrica e termica spiazzando produzioni convenzionali, per esempio a carbone, a maggiore impatto negativo su ambiente e salute.

Terzo vantaggio ecologico: la trasformazione batterica segregata di liquami biologici riduce l’inquinamento delle acque, tant’è che in effetti è un processo in parte comune ai depuratori.

Molte aziende agricole stanno dotandosi di impianti del genere e questo modifica in modo anche rilevante la morfologia delle campagne coinvolte, il che, comprensibilmente, solleva preoccupazioni. Proverò la prossima volta a fare un elenco delle ragioni invocate di solito dai contrari all’uso energetico del biogas da fonte agricola. Anticipo subito che alcune le trovo pretestuose, altre molto concrete.

martedì 29 aprile 2014

Coltivazione di idrocarburi e terremoti - D201

Un paio di settimane fa Marco Pannella, nella sua conversazione della domenica con Massimo Bordin, ha detto che sto tralasciando in Derrick i temi dell’ambiente. Provo a fornirgli un controesempio oggi.

Pannella e Bordin stavano parlando del rapporto tra terremoti e attività di estrazione di idrocarburi e di un recente nuovo articolo su Science che riprende il report finale della commissione detta Ichese sul terremoto del 2012 in Emilia.

In una puntata dello scorso autunno ho citato uno studio sul Journal of Earth and Planetary Science che lega, almeno in termini probabilistici, fenomeni microsismici allo svuotamento degli idrocarburi in un giacimento di petrolio di scisti in Texas.
Ricorderete che in seguito a prime ricostruzioni della commissione Ichese (acronimo dall’inglese che sta per commissione internazionale di studio sui rapporti tra sfruttamento di idrocarburi e sismicità in Emilia) voluta dalla regione Emilia Romagna dopo il terremoto di 2 anni fa, il governatore Errani decise di non attribuire nuovi permessi di ricerca di idrocarburi.

Ora è disponibile sul sito della Regione la ponderosa e recente relazione credo finale della commissione.
Comprendere nel dettaglio il documento richiede competenze di geologia che io non ho, ma le conclusioni sono piuttosto intelligibili. Ebbene: la commissione non esclude che una delle zone di coltivazione mineraria emiliane – quella della concessione di Mirandola – possa aver innescato scosse del sisma del 2012.
L’attività che potrebbe aver avuto questo effetto è in particolare lo spostamento di grandi quantità di fluidi pompate nei giacimenti per spiazzarne gli idrocarburi, azione questa che anche altri studi considerano la più critica riguardo alla possibilità di innesco sismico.

La parola innescare (“to trigger” in inglese) è significativa. La commissione non ritiene che le attività estrattive di per sé possano creare le condizioni per un sisma, ma non esclude che possano attivarlo quando altre condizioni geologiche critiche sono già presenti.
Insomma: rispetto ad altri studi su casi americani non c’è molto di nuovo: sbalzi di pressione nei fluidi sotterranei non è escluso che possano innescare sismi, e questo può essere successo per una parte dei pozzi emiliani.

Quale potrebbe essere un esito ragionevole di decisione conseguente degli amministratori pubblici? Forse una moratoria di nuovi permessi di estrazione in aree ad alto rischio sismico, anche solo in attesa di nuovi studi.

I No-Triv usano analisi come quella dell’Ichese come motivazione per escludere lo sfruttamento di idrocarburi in Italia.
Io credo che altre motivazioni siano più forti. Quelle che richiamano la conformazione e la vocazione del nostro territorio. Usarlo per fare sfruttamento di idrocarburi da noi ha costi-opportunità alti, verosimilmente più alti di quelli che ha importare idrocarburi o continuare il progresso di alcune altre fonti a più basso impatto. C’è una bella differenza tra una vasta pianura disabidata e brulla dell’Oklahoma o del Texas e una valle italiana più densamente abitata e delicata.

martedì 15 aprile 2014

La rendita idroelettrica - D200

Il 10 aprile scorso Staffetta Quotidiana ha pubblicato, nell’ambito della discussione sul prezzo finale dell’energia e su dove trovare risorse per ridurlo, un articolo di Federico Pontoni e Antonio Sileo dell’Istituto di Economia delle Fonti di Energia dell’università Bocconi, che parla di rendite idroelettiche.

Cos’è la rendita idroelettrica?

L’Italia è storicamente un fortissimo produttore di elettricità dall’acqua, circa 44 TWh su 328 consumati nel 2012, soprattutto grazie ai grandi bacini alpini costruiti nella prima metà del Novecento, mentre il nuovo potenziale sfruttabile è ormai minimo. L’idroelettrico è insomma la frazione più tradizionale e matura della produzione da fonti rinnovabili, ed è in buona parte (salvo i lavori di ammodernamento) già stato economicamente ammortizzato. Costi fissi quindi ormai bassi, e variabili anch’essi minimi, con la conseguenza che la gestione di questi impianti produce margini molto elevati sui costi totali, in particolare in Italia dove i prezzi all’ingrosso dell’elettricità sono ancora (anche se recentemente in modo meno elevato) più alti di quelli dei principali mercati europei.
Un working paper del 2013 del Dipartimento di scienze economiche e statistiche dell’Università di Udine, dello stesso Pontoni con Antonio Massarutto, analizza le centrali idro della provincia di Sondrio, una quota significativa di quelle nazionali, e inferisce un margine unitario nazionale sui costi totali tra i 40 e i 70 €/MWh circa nel periodo considerato (che però, lo ripeto, esprimeva prezzi dell’energia maggiori di quelli attuali), per un totale, scrivono Pontoni e Sileo su Staffetta, tra 1,4 e 2,3 miliardi di Euro all’anno.

La derivazione di acque per la produzione idroelettrica italiana avviene in regime di concessione pubblica, il cui rinnovo è gestito dalle Regioni. E una quota importante delle concessioni sta per scadere. La legge ora prevede gare per l’assegnazione con pagamento di una quota fissa e anche cessione di una quota dei ricavi. Ma gli autori del paper propongono un sistema più sofisticato di estrazione della rendita, legato all’effettivo margine sui costi medi. Secondo Pontoni e Sileo questo permetterebbe allo Stato di trattenere – e usare per abbassare le bollette - più di quanto oggi riesce, che è meno della metà dei margini effettivi.

Il tema è interessante. Infatti non è razionale da parte dello Stato lasciare in mano ai concessionari delle derivazioni idro margini elevati su investimenti ammortizzati. Se mai si può discutere se anche solo con aste più efficaci per il rinnovo si potrebbe di per sé ottenere un effetto simile. Una questione comunque calda, in cui le Autorità di vigilanza dovranno essere più che occhiute, vista l’attuale forte concentrazione di questi interessi in capo a pochi operatori, tra cui l’Enel controllata dallo Stato e alcune utility controllate da enti locali del nord.

martedì 8 aprile 2014

Elogio del fallimento - Parte 3 - D199

Terza puntata sul fallimento economico, anche quello delle amministrazioni pubbliche locali, per esempio un Comune o una Regione.

Secondo affermazioni pubbliche recenti del sindaco di Roma e del governatore del Lazio, il fallimento è una circostanza da evitare a qualunque costo.
Una posizione piuttosto apodittica.

Abbiamo visto due puntate fa che l’istituto giuridico del fallimento serve a interrompere situazioni di insostenibilità e rendere palesi, ma anche delimitate e distribuite con criteri di equità, le insolvenze pregresse. Ho anche argomentato che le interruzioni di servizio a seguito di un fallimento sono verosimilmente di durata breve, perché il fallimento non fa venire meno gli strumenti e le persone che prima del fallimento erano, se lo erano, in grado di fornire servizi. Semplicemente serve che qualcun altro le organizzi economicamente.
Per questo il fallimento, che legittima l’interruzione di contratti, è occasione per liberarsi di parti inutili dell’organizzazione. Se è un’amministrazione pubblica, il fallimento può aiutare a liberarsi di società controllate create a scopo clientelare, o in generale a cedere partecipazioni in società di mercato.
In una recente audizione in Parlamento – riascoltabile su Radio Radicale – il sindaco di Roma Ignazio Marino, che ha certificato un disavanzo annuo del Comune di oltre 800 milioni, ha affermato che si aspetta da Acea, controllata dal Comune, un contributo per lo smaltimento dei rifiuti di Roma.

Ora, mi sembra che una delle due seguenti affermazioni debba essere vera: o Marino si aspetta che Acea faccia attività utili all’azionista di maggioranza anche se non remunerative, e allora agli azionisti di minoranza conviene vendere il titolo, oppure Marino chiede ad Acea di fare cose che un’azienda di mercato che persegue il profitto dovrebbe comunque fare. In quest’ultimo caso, non servirebbe un’Acea posseduta in maggioranza dal Comune.
Un modo leggermente diverso di vedere la questione è questo: se una controllata pubblica che opera su un mercato si ritiene che non farebbe il bene pubblico se venduta, vuol dire che si ritiene insufficiente la regolamentazione di quel settore, o comunque che averlo affidato al mercato nuoccia al bene pubblico. O ancora, vuol dire che si ritiene di percepire, con la partecipazione, vantaggi economici superiori ai meri dividendi, grazie a sinergie tra l’amministrazione comunale e il controllo dell’azienda (ma questo, come dicevo sopra, significa che a farne le spese sono gli altri azionisti). Oppure ancora, si ritiene che la partecipata abbia indipendentemente dalla compagine sociale una redditività superiore a quella del mercato di riferimento, il che giustificherebbe di tenerne le azioni se rendono più del costo del debito per l’amministrazione. Ma trasformerebbe il Comune in un fondo d’investimento.

A meno che non miri semplicemente a mantenere la dimensione della propria area di potere, un sindaco che non vuol vendere una partecipata di mercato non crede nello Stato liberale, cioè nel fatto che la compresenza di regole del gioco stabilite democraticamente e di competizione economica sia vantaggiosa per tutti.

martedì 1 aprile 2014

Elogio del fallimento - Parte 2 - D198

Parlavamo l’ultima volta di fallimento economico. Delle ragioni della sua esistenza, tra cui limitare perdite e interrompere gestioni insostenibili. Quando il fallimento riguarda società di vasto interesse pubblico, o pubbliche amministrazioni, una ragione spesso addotta per “salvare” organizzazioni in dissesto (cioè per iniettarci soldi pubblici senza prospettive di loro restituzione) è evitare un’interruzione del servizio. Ma è una ragione debole.

Il fallimento infatti non fa venir meno la disponibilità delle strutture che offrono i servizi, né delle persone in grado di operarle. Si tratta solo di riorganizzarle da parte di un nuovo proprietario o gestore, prima, se serve, d’emergenza, poi stabile. La liquidazione di un’organizzazione economica non implica affatto la scomparsa dei suoi asset produttivi, se mai stimola il mantenimento di solo quelli davvero necessari per la continuità del servizio.
Su queste basi, un politico che presenta ai cittadini la prospettiva di continuare a pagare tutti i creditori vecchi e nuovi, dipendenti compresi, di un’amministrazione in dissesto pur di garantire continuità, a mio avviso non fa il bene pubblico.

Uno studio di pochi mesi fa dell’Istituto Bruno Leoni, di Ugo Arrigo e Lucia Quaglino, ha analizzato numerosi casi europei di fallimenti di compagnie aeree di bandiera per vedere se i loro viaggiatori abbiano poi perso servizi di trasporto, e ha concluso che nel medio periodo non solo il traffico sulle stesse destinazioni non si è ridotto, ma è aumentato, probabilmente anche grazie all’effetto di efficienza che deriva dalla ristrutturazione.

Un aereo non resta fermo a lungo solo perché un proprietario fallisce. Infatti chi se lo compra o se lo ritrova in ultima istanza (per esempio le banche creditrici) ha interesse a farlo volare, visto che ne paga comunque l’ammortamento. La stessa cosa può valere per un autobus di linea, anche nel brevissimo termine purché un commissario-curatore fallimentare garantisca l’operatività dell’azienda liquidanda. Allo stesso modo un pilota la cui competenza serve al mercato non resta a lungo a piedi. E non c’è motivo perché questo non valga anche per un conducente di metropolitana se c’è bisogno di lui. Probabile, invece, che restino a casa figure professionali ridondanti, il che, del resto, è uno dei motivi per cui il fallimento ha senso.

Per loro dovrebbe esserci il welfare, che generalmente, a mio parere (ma è un discorso che non possiamo rifare ora), è più economico per la società rispetto alla ricapitalizzazione o all’aiuto pubblico ad aziende in dissesto.

Riprenderemo il discorso la prossima settimana.


Prima di salutarvi voglio però segnalare un convegno che si terrà il prossimo 3 aprile a Roma presso l'auditorium Fintecna in via Veneto 89 alle 9.30. Si parlerà del senso di mantenere o meno una tariffa regolata dell'elettricità, la cosiddetta “tutela”, per i clienti domestici o piccole aziende che non vogliono scegliere in modo attivo un fornitore. Un convegno organizzato da Acquirente Unico, broker pubblico di energia che tra i suoi compiti compra all’ingrosso l’elettricità per fornire indirettamente clienti in tutela, il cui AD Paolo Vigevano parteciperà ai lavori insieme tra gli altri al giornalista e presidente della X commissione del senato, e, in tavola rotonda con molti altri esperti, il sottoscritto, Michele Governatori, che vi saluta.

martedì 25 marzo 2014

Elogio del fallimento - Parte 1 - D197

Scrive Matteo Ferrario:
Risalendo […] nel nostro albero genealogico, era pressoché impossibile trovare qualcuno […] meno in gamba di me.

Oggi e nella prossima puntata a Derrick parliamo di fallimento, nel senso di fallimento economico, di un’impresa o di un’amministrazione pubblica.

Perché esiste l’istituto del fallimento?

Perché il fallimento, che forza una resa dei conti tra i creditori quando la situazione finanziaria (e di norma anche economica) è degenerata, rende palesi le perdite ai soggetti coinvolti e a quelli potenzialmente coinvolti. Un fine di segnalazione dunque.

Perché facendo cessare o commissariando l’attività dell’organizzazione impedisce il protrarsi dello squilibrio economico e limita quindi ulteriori insolvenze.

Perché in caso di liquidazione permette al sistema economico di ricombinare le risorse residue per nuove attività. Come gli elementi chimici di un essere vivente che quando lui muore si ricombinano per formare nuove cellule.

Perché ripartisce l’insolvenza pregressa in modo trasparente e equo tra i creditori.


È tipico però che l’insolvente voglia eludere il fallimento e continuare l’attività anche se insostenibile, aumentando l’esposizione di vecchi o nuovi creditori. Ma ciò equivarrebbe a continuare a bruciare denaro altrui.
Tra attività in dissesto economico che non vogliono fallire ci sono amministrazioni pubbliche come la Regione Lazio e il Comune di Roma.

Che cosa propone di fatto un sindaco che non vuole fallire anche se non ha prospettive di equilibrio reddituale? Propone di salvaguardare l’attuale struttura operativa dell’amministrazione e delle controllate, e i loro dipendenti, parte dei quali hanno approfittato dell’irresponsabilità passata della spesa.
Una salvaguardia a spese dei contribuenti presenti e futuri. Quelli residenti, che dovranno restituire debiti folli con più tasse e meno servizi, e i non residenti che dovranno contribuire a nuove ricapitalizzazioni o trasferimenti straordinari dallo Stato centrale.

Questa operazione è più equa rispetto a fallire e far partecipare al disastro i creditori e passare attraverso un ridimensionamento della struttura? A mio avviso no.

Ma una ragione spesso addotta contro il fallimento è l’interruzione di servizi che ne conseguirebbe. Se Roma fallisce cosa succede ai bus, agli asili e alle scuole comunali? Certamente ci sarebbero disagi. Ma sarebbero molto limitati nel tempo.

La prossima volta approfondiamo.

Il brano in apertura è dal romanzo “Buia” di Matteo Ferrario, edizioni Fernandel, che l’autore presenterà insieme a me questo venerdì 28 marzo alle 18 alla libreria Koob in via Luigi Poletti 2 a Roma.

martedì 18 marzo 2014

La manovra Renzi sull'energia - D196

Renzi ha lanciato, insieme alle sue misure, la promessa di una riduzione del 10% delle bollette energetiche per le aziende medie e piccole da maggio.

Una cosa in tempi così stretti impossibile, a meno che non si faccia un’operazione di maquillage introducendo un bonus straordinario da spalmare successivamente sulle bollette o su altre poste.

Il ministro Guidi, invece, riporta Quotidiano Energia, più realisticamente immagina un’operazione di aggiustamento del sistema degli oneri in bolletta, che dovrebbe passare attraverso una consultazione pubblica, e quindi non certo istantaneo.

Ma veniamo all’obiettivo: far pagare meno l’energia alle piccole medie e imprese. È giusto?
L’opinione di Derrick è che sia meglio non sfavorire né favorire artificiosamente un’azienda di mercato sulla base della dimensione, né di altri parametri. Allo stesso modo credo che sia un errore dare bonus parafiscali a chi è energivoro o ha consumi enormi. E ha di conseguenza già un naturale vantaggio negoziale sul mercato sia perché è un grande compratore, sia perché tende a consumare in modo costante e quindi a impegnare meno le reti a parità di quantità consumata.
Ora, se è vero che alle PMI non ha senso dare un bonus politico, è altrettanto privo di senso danneggiarle artificiosamente come avviene oggi. Il sistema parafiscale delle bollette, infatti, come abbiamo visto tante volte qui, prende dalle aziende e da altri consumatori non energivori e non grandissimi per dare a quelli che invece lo sono e sono nel settore manifatturiero. Un trasferimento che vale più o meno quanto il 10% dei costi energetici delle PMI stimabile complessivamente in 14 miliardi di Euro.

Allora, una volta tanto la soluzione sembra semplice: rimuovere gli aiuti agli energivori e grandi consumatori che attualmente sono pagati in parte cospicua proprio dalle PMI.

In seconda battuta, rimuovere altri sussidi incrociati nel parafisco delle bollette.

Naturalmente si potrebbe invece usare un approccio diverso, nel solco della solita guerra dei sussidi, come Derrick l’ha definita. Si potrebbe cioè introdurre un nuovo trasferimento parafiscale per ridurre le bollette delle PMI. Un sussidio per bilanciare l’effetto di altri sussidi.

Derrick ha un sogno: un mondo dove chi consuma energia paghi tutti i costi attribuibili a quel consumo, ma non il conto di un coacervo contraddittorio di politiche pseudoindustriali messe lì sopra.