domenica 11 dicembre 2016

Welfare universale? - D296

Il nostro welfare costa come altri ma è meno universale

Il welfare italiano è allineato in termini di spesa alla media UE, ma è sbilanciato su pensioni e sanità. 

La nostra spesa per malattia l’invalidità e pensioni è nel periodo 2000- 2013 tra le più elevate insieme a quella della Francia, e aumenta di quasi tre punti percentuali durante il periodo di crisi (dal 2008 al 2013), mentre la spesa per la famiglia, i figli, la disoccupazione, l’abitazione e l’inclusione sociale è sempre più bassa nel confronto con gli altri grandi paesi europei e durante la crisi è aumentata solo di meno di un punto percentuale.
Anche la povertà in Italia è elevata, aumentata recentemente più che nel resto dell’UE e alta in particolare anche a valle dei trasferimenti sociali, che quindi si mostrano scarsamente efficaci contro la povertà.
Un limite del nostro welfare, in particolare rispetto alla disoccupazione, è la sua scarsa universalità (anche se in via di miglioramento con una legge [A.C. 3594] che ha delegato il Governo in tema di norme relative al contrasto alla povertà, al riordino della materia.
Se ne è parlato al congresso di Radicali Italiani di fine ottobre [2016] con studi tra gli altri di Roberto Cicciomessere e Vitaliana Curigliano, e interventi tra gli altri di Laura Rossi assessore alle politiche sociali a Parma.


La proposta IRS 

Una proposta di riorganizzazione della spesa sociale è stata sviluppata dall’Istituto di Ricerca Sociale e presentata nel numero 2/2016 della rivista Prospettive Sociali e Sanitarie. Tra le altre cose, la proposta include un reddito minimo d’inserimento in forma di integrazione al reddito delle famiglie che oggi sono sotto al livello di povertà assoluta, e una “dote di cura” per la non autosufficienza.

La riforma costerebbe un totale di 80 mld, di cui 15 per il reddito minimo, a fronte di una spesa sociale di 72 miliardi nel 2014, e si tratterebbe di solo il 6% in più della spesa già impegnata in materia per il 2017 nell’ambito delle riforme già in corso.

(Piccolo inciso: cos’è la povertà assoluta per l’ISTAT? Per una famiglia urbana di quattro persone con due minori è l’incapacità di spendere, a indici 2015, 2100 euro al mese in consumi complessivi, incapacità che riguarda oggi più del 7% delle famiglie in generale).

Distribuzione del reddito (indice ISEE) delle famiglie italiane. Dallo studio IRS
La proposta IRS, tra le altre cose, prevede di concentrare i trasferimenti sulle famiglie con l’indice reddituale-patrimoniale ISEE più basso, mentre oggi i trasferimenti a nuclei non altrettanto o per nulla in difficoltà sono significativi (il 25% dei trasferimenti monetari oggi va alle famiglie con reddito più elevato, mentre il 44% delle famiglie sotto la soglia di povertà non riceve alcun trasferimento). Coerentemente, la proposta IRS escluderebbe l’accesso all’integrazione al reddito ai nuclei con ISEE superiore a 12000 euro annui.


Redistribuzione avversa in voci di spesa pubblica non esplicitamente assistenziali

In termini di pensioni, rilevo invece io dai dati INPS che circa il 5,5% della spesa italiana in pensioni, che valeva nel 2014 poco più del 17% del PIL, va in assegni superiori ai 5000 euro mensili, meno dell’1% in numero. Quindi una cifra pari a quasi l’1% del PIL serve a pagare queste super pensioni, non poco. Non stiamo parlando di pensioni assistenziali, ma almeno per la loro quota maturata con metodo retributivo si tratta anche di una questione sociale.

Non compongono la spesa sociale, ma in realtà hanno interazioni rilevanti in materia, anche forme di redistribuzione come quelle di detrazione fiscale della spesa per ristrutturazioni edilizie, in particolare con finalità antisismiche. Abbiamo visto qui a Derrick come la legge di bilancio 2017 da un lato aumenta queste detrazioni, che potrebbero anche essere un volano di viluppo di aree disagiate, dall’altro incredibilmente ed espressamente vieta la possibilità di cederne i crediti fiscali a intermediari finanziari, lasciando di fatto la fruibilità delle misure in capo a chi ha i soldi per anticipare di tasca propria gli interventi.


In conclusione di questa parzialissima rassegna, credo che la retorica su come un welfare universale e un reddito minimo siano una chimera sia sbagliata e da superare. Un welfare universale non solo è un investimento non molto più alto di quanto già spendiamo, ma è probabilmente indispensabile a una ripresa dell’economia, oltre che alla sicurezza sociale e all’equità.


Link esterni di approfondimento:
Povertà e welfare in Europa, di Roberto Cicciomessere e Vitaliana Curigliano
Costruiamo il welfare dei diritti, n. 2/16 di Prospettive Sociali e Sanitarie, rivista dell’IRS

Come si calcola il livello di spesa di povertà assoluta (ISTAT)

lunedì 5 dicembre 2016

Vertenza Alcoa - Aggiornamento - D295

Con Elisa Borghese

Abbiamo seguito qui a Derrick, prima con Stefano Mottarelli e poi con Elisa Borghese, la crisi dell’Alcoa di Portovesme, in Sardegna, dove si produceva alluminio in uno stabilimento che un tempo era di Stato, come molti altri siti metallurgici e siderurgici.

Lo stabilimento è fermo da un po’ ma ancora in condizioni che ne potrebbero permettere la ripartenza, se un nuovo investitore lo rilevasse e riattivasse. Cosa che sembrava fossero interessati a fare, ma non hanno fatto per ora, né l’outsider svizzera Syder Alloys, né la multinazionale Glencore che pure ha impegnato il Governo in una trattativa lunghissima.

Governo che a questo punto ha recentemente proposto ad Alcoa un accordo che eviti lo smantellamento dell’impianto per ulteriori 12 mesi da dedicarsi ancora alla ricerca di un acquirente. Accordo che stando a un comunicato di FIM-CISL del 1 dicembre [2016] è stato raggiunto con Alcoa, almeno su alcune delle sue parti. Si prospetta quindi un nuovo limbo durante il quale lo stabilimento passerebbe a INVITALIA che lo manterrebbe in condizioni di riattivabilità per al massimo un anno, durante il quale i doveri di bonifica di Alcoa – su cui peraltro non c’è accordo tra azienda e Governo - sarebbero sospesi, per tornare attivi se non si trova un acquirente, caso in cui sarebbe la stessa INVITALIA a gestire lo smantellamento con il contributo economico di Alcoa previsto per legge.
Un altro incontro tra Governo e Alcoa, leggiamo nel comunicato di FIM-CISL, era previsto per il 6 dicembre [2016], ma dopo le dimissioni annunciate da Renzi nella notte del 4 la cosa verosimilmente sfumerà.


Sussidi all'energia per fare welfare. Convengono?

La ragione per cui Derrick negli anni si è occupato così diffusamente di Alcoa sta nella questione dei costi dell’energia. Lo stabilimento ha funzionato solo fino a che a spese della comunità delle bollette l’elettricità ad Alcoa veniva venduta a un prezzo estremamente basso rispetto a quello di mercato, cosa che si è interrotta su intervento dell’UE che ha opposto l’illegittimità di questo aiuto.
Su Derrick abbiamo visto come i soldi pubblici dello sconto elettrico (circa 2 miliardi in totale nei vari anni) sarebbero stati sufficienti a pagare ben più che lo stipendio ai lavoratori dello stabilimento e dell’indotto: avrebbero potuto essere usati per un piano massiccio di investimenti pubblici sul territorio.
Gli sconti elettrici invece hanno dimostrato di non innescare investimenti in maggiore competitività dello stabilimento, visto che appena sospesi hanno portato all’interruzione della produzione, lasciando i lavoratori dell’indotto oggi tutti senza più ormai ammortizzatori attivi, che è anche la stessa sorte dei più giovani dei dipendenti diretti di Alcoa, come ci ha riferito Marco Bentivogli, segretario di FIM CISL, che ringrazio.

La Regione e il Governo stanno rispondendo con piani che prevedono formazione e riallocazione di parte dei lavoratori nel cantiere di aggiornamento delle infrastrutture portuali locali. E il piano Sulcis della Regione prevede anche di tornare a puntare su costi bassi dell’energia, da ottenersi secondo un’opzione attivando con denaro pubblico una centrale elettrica dedicata all’alimentazione degli stabilimenti metallurgici della zona. Se così sarà, per evitare le norme europee si farà peggio di prima: altri soldi pubblici per sussidiare l’energia, ma attraverso una centrale in più, quando quelle esistenti sono ampiamente sufficienti alla domanda.

Tutte le puntate di Derrick su Alcoa sono qui.


lunedì 21 novembre 2016

Le camminate (im)possibili II - Fiumicino - D293-4

Ho sempre pensato che un modo per conoscere molto della nostra società, economia, civiltà, sia muoversi a piedi, soprattutto dove non è previsto che lo si faccia. Anche nelle città più belle a me piace esplorare le strade dei retro, quelle con gl’ingressi tecnici a uffici, alberghi e ristoranti, in cui si capisce come funzionano per esempio la mobilità commerciale e la raccolta dei rifiuti.

Qualche giorno fa ho compiuto un esperimento simile a quello che già ho raccontato qui, di quando m’incaponii a raggiungere a piedi dalla più vicina stazione ferroviaria la sede della Motorizzazione civile di Roma Nord.


A piedi dall'aeroporto al centro commerciale Da Vinci

Stavolta ho provato ad allontanarmi a piedi dall’aeroporto di Fiumicino. Direzione: il vicino centro commerciale Da Vinci, alla confluenza tra le autostrade Roma-Fiumicino e Roma-Civitavecchia. Da lì, prevedevo di proseguire ancora a piedi fino alla vicinissima stazione del treno di Parco Leonardo.

Il percorso a piedi (in rosso)
dal parcheggio dell'aeroporto al centro commerciale
In realtà ho iniziato barando un po’: ho preso la navetta aeroportuale verso il parcheggio lunga sosta, che mi ha permesso di risparmiarmi il percorso interno all’area dell’aeroporto che conoscevo già bene.

Sceso dalla navetta nei pressi di quel che credo sia il cosiddetto “polmone” dei taxi (il parcheggio dove le auto pubbliche attendono di potersi mettere in fila ai terminal) le cose sono diventate subito difficili.
Incamminandomi in direzione NE verso via dei caduti dell’Aviazione Civile mi sono trovato stretto tra il guard-rail della Roma-Fiumicino e un piccolo fossato, che mi ha costretto a scavalcare il guard rail un paio di volte per progredire.
Alla fine, attraversato un raccordo con ulteriore scavalcamento e attraversata via dei caduti dell’Aviazione Civile, ho imboccato una strada di ghiaia parallela all’autostrada, che secondo Google maps si chiama già via Geminiano Montanari, come la strada un paio di chilometri più a NE dove sorge il centro commerciale, e che stando alle mappe era la via migliore. In effetti poteva essere perfetta: senz’auto, dritta e protetta rispetto all’autostrada.
Una via ciclabile ideale, non fosse per la sequenza costante di rifiuti scaricati, perlopiù rifiuti edilizi in quei sacchi trasparenti che le aziende che fanno ristrutturazioni dovrebbero poi conferire in discarica. Il senso di degrado purtroppo era opprimente. Alla mia sinistra osservavo una zona perlopiù pratosa, area credo un tempo di paludi e oggi bonificata, di impossibile accesso a causa delle recinzioni da cui si intravvedono un bacino idrico artificiale forse asservito all’aeroporto e alcuni locali tecnici.
Nella mia strada rettilinea di circa un chilometro ero solo, e malgrado ci fosse ancora la luce del giorno mi sono sentito a disagio.
Ho accelerato il passo tra commoventi residui di arredamenti anni ottanta e vecchi frigo che evidentemente qualcuno è riuscito a portare qui ma non a una certo più vicina isola ecologica, finché la strada-discarica si è riversata su via della Corona Boreale, oltre a una barriera in cemento che avrebbe dovuto impedire l’accesso ma che qualcuno è riuscito a spostare.
Ero di nuovo tra asfalto e auto, ai cui occupanti probabilmente sarò sembrato uno che ha finito la benzina.

Ed eccomi all’inizio dei parcheggi del centro Da Vinci, il villaggio commerciale ispirato ai mall americani e che raccoglie molti grandi magazzini, ristoranti e luoghi d’intrattenimento. Tutto sommato accogliente e ben realizzato.

Pensavo il peggio fosse passato, visto che da lì mancava solo raggiungere a piedi la stazione del treno di Parco Leonardo. 
Invece no.


Dal centro Da Vinci alla stazione di Parco Leonardo

Il centro commerciale sullo sfondo.
Alle mie spalle il percorso pedonale del cavalcavia che attraversa
la Roma-Fiumicino e che inizia (e finisce) nel nulla
Cerco invano un percorso pedonale segnalato, poi chiedo lumi alla cassiera di uno dei negozi.
Inizio attraversando un campo a S dei parcheggi, dove qualche altro pedone deve aver nel tempo tracciato un sentiero che porta fino all’attacco di una rampa che scavalca la Roma-Fiumicino e da cui parte anche un raccordo automobilistico che porta a una complanare.
Vedo che la rampa che sale al viadotto ha per fortuna un'area pedonale esterna protetta al lato della carreggiata. Per raggiungerla salgo una piccola scarpata fangosa dal prato. Prendo a camminare tra guard-rail e paratia esterna, ma in cima alla rampa mi trovo in un incredibile cul-de-sac: il percorso finisce sbarrato da un altro guard-rail.
L'area pedonale del cavalcavia si rivela
un cul de sac
L’unica è scavalcarlo e attraversare uno svincolo in curva per raggiungere un’altra rampa che scende finalmente nella zona della stazione e che di nuovo ha un percorso pedonale imprigionato.

Mi chiedo: la proprietà del progetto del centro commerciale, quando ha negoziato le infrastrutture di urbanizzazione del villaggio, perché non ha pensato all'accessibilità pedonale allo stesso modo in cui ha pensato agli altri servizi e alle automobili?
Oppure sono stati gli amministratori pubblici a non avere la capacità di realizzare le infrastrutture se non in modo parziale?

Ma i clienti-pedoni di un villaggio commerciale potrebbero essere destinati a crescere, come testimonia il sentiero spontaneo sul campo, e la libertà di movimento dei dipendenti a piedi fino alla stazione dovrebbe essere tenuta in conto anch’essa, no?


martedì 8 novembre 2016

Terremoto in finanziaria - D292

I terremoti del versante Ovest dei monti Sibillini di ottobre [2016] culminati nella violentissima scossa del 30 mattina hanno avuto la piccola fortuna di avvenire in prossimità della presentazione alle Camere e all’Unione Europea del disegno di legge di bilancio 2017, che rafforza notevolmente gli sconti fiscali per gl’investimenti in riqualificazione anche antisismica degli edifici nelle zone di rischio 1,2,3 (quindi anche l’intera Roma, per esempio, è inclusa).

Una vista serale da un palazzo di piazza Venezia a Roma
(Foto di Giosetta Ciuffa)
Lo strumento è sempre quello della detraibilità parziale dall’IRPEF delle spese sostenute, in rate annuali e con un ammontare massimo. Ma sono i livelli e le condizioni a essere stati innovati, con un criterio comune sia per la riqualificazione energetica che per quella antisismica, cioè l’aumento dei vantaggi e della durata della vigenza del beneficio per gli interventi nelle parti comuni degli edifici. Anche i tetti massimi di spesa detraibile sono aumentati rispetto al passato, e dipendono dall’efficacia dell’intervento. Nel caso di forte miglioramento della resistenza ai sismi (-2 classi di rischio), la detrazione può raggiungere l’85% delle somme se le ristrutturazioni interessano parti comuni degli edifici, su un massimo di spesa elevato a 96000 Euro per ogni unità immobiliare, più del doppio rispetto agli interventi di riqualificazione energetica. La cosa ulteriormente interessante è che la detrazione si svolge in 5 anni e non 10 come per gli altri interventi che non interessano la resistenza ai sismi.
Dunque, tenendo conto degli attuali tassi di interesse, del breve lasso di tempo di rientro e dell’ammontare della detrazione, si può dire che gli edifici possano essere messi in sicurezza quasi del tutto a spese dello Stato.

E se lo fanno tutti?
Sospetto però che se in tanti usufruissero di questi vantaggi difficilmente lo stesso Stato potrebbe onorarli. Se mezzo milione di edifici di dieci appartamenti venissero ristrutturati nel 2017 per migliorarne drasticamente la resistenza ai terremoti, i proprietari acquisirebbero il diritto a sconti fiscali complessivi fino a oltre 400 miliardi, di cui più di 80 esigibili già con la dichiarazione dei redditi 2018, pari a oltre la metà dell’intera spesa sanitaria pubblica annuale.

È anche vero che se per lo Stato la spesa per una simile mobilitazione sarebbe proibitiva, lo sarebbe di più anticipare le cifre per i privati. Il che è uno dei motivi principali per cui fino a ora il meccanismo delle detrazioni per le spese edilizie e di efficientamento ha funzionato perlopiù per interventi modesti, non strutturali e nei singoli appartamenti.


Cessione del credito?
La proposta di legge di bilancio del Governo affronta il problema prevedendo la possibilità di cedere il credito delle future detrazioni a chi svolge i lavori o a privati, ma esplicitamente vieta di farlo verso intermediari finanziari. La ratio di questo strano divieto mi sfugge, e mi sembra anche incoerente con quanto lo stesso Governo aveva ipotizzato con il cosiddetto “piano periferie”, di cui ha parlato a Derrick il presidente dell’Enea, che addirittura prevedeva una garanzia pubblica per gli istituti di credito che anticipassero i costi delle ristrutturazioni agli edifici.
In ogni caso, il fisco decisamente sembra voler fare la sua parte per la messa in sicurezza conservativa degli edifici. Resta la grande assente: un’iniziativa per la demolizione e ricostruzione.

Link

Derrick sugli incentivi fiscali all'efficienza energetica 2016 (poi modificati con la legge di bilancio 2017)

domenica 16 ottobre 2016

Generazione elettrica e antitrust - D290

Quando l’energia sarà tutta da fonti rinnovabili naturali come sole, vento e acqua sarà gratuita?

Una lampada a led
per uso industriale
Beh, non proprio. O meglio lo sarà nello stesso modo in cui se compro un calciobalilla da bar e lo piazzo in casa posso dire che ci gioco gratis: sì, certo, non devo mettere la moneta, ma i soldi per comprarlo ce li ho messi, e la manutenzione è a mio carico.
Chi fa energia da fonti naturalmente disponibili non deve mettere la moneta, cioè non deve comprare combustibile, ma non per questo non ha costi.

La mancanza di costi variabili di combustibile però è molto rilevante, perché rende questi impianti, finché l’impianto c’è, disponibili a vendere l’energia a qualunque prezzo, pur di ripagare almeno un po’ i costi fissi. (Adesso prescindiamo dai sussidi, che prima o poi scompariranno e che non sono rilevanti al nostro discorso qui).

Questo effetto lo vediamo già ora nel mercato della produzione di elettricità in Italia: le tante rinnovabili fanno concorrenza al ribasso sul prezzo e lo fanno scendere, buttando fuori dal mercato almeno in alcuni momenti le centrali termoelettriche che bruciano per esempio gas naturale. Tuttavia, come in Derrick abbiamo visto tante volte, le rinnovabili sono in parte anche non programmabili (perché dipendono dalla disponibilità di vento e sole) e quindi hanno bisogno di centrali di scorta pronte ad accendersi se la loro potenza viene meno.
Queste centrali di scorta vengono pagate dal gestore della rete elettrica in un mercato di flessibilità parallelo a quello dell’energia. Ora, se nel mercato dell’energia ormai la capacità di produzione è tanto abbondante da rendere il prezzo perlopiù poco remunerativo per le centrali termoelettriche, il mercato della flessibilità può invece permettere guadagni significativi quando c’è particolare necessità di intervento delle centrali programmabili.

Secondo l’Autorità per l’Energia in Puglia nella scorsa primavera in questo mercato i prezzi potrebbero essere stati artificiosamente alti, quando due centrali, una di Sorgenia e una dell’Enel, hanno incassato molto più del solito vendendo alla rete i loro servizi di flessibilità. Pur essendo abbastanza lontane (una vicino a Bari, l’altra a Brindisi), queste centrali fanno parte di un’area relativamente poco interconnessa con il resto della rete, per cui sono scarsamente sostituibili con altre delle regioni vicine.
Così, l’Antitrust ha avviato indagini su queste due centrali per accertare se abbiano trattenuto capacità nel mercato dell’energia per essere poi chiamate più massicciamente sul mercato della flessibilità approfittando della loro posizione localmente dominante.

Staremo a vedere. Quel che è interessante notare ai nostri fini è che l’energia elettrica, dal punto di vista economico, sta cambiando la propria natura, e con essa sta cambiando molto velocemente la struttura del mercato che ce la rende disponibile.

lunedì 10 ottobre 2016

Diritto all'informazione o all'anonimato? Il caso Elena Ferrante - D289

Ho letto voci che considero autorevoli, come quelle di Tonia Mastrobuoni e Nadia Terranova, criticare l’articolo sul Sole 24 Ore con cui Claudio Gatti dà conto di un’indagine documentale sua e di suoi colleghi di altre testate che porta a svelare la vera identità del nom de plume Elena Ferrante, narratrice ormai star internazionale dell’editore romano E/O.
Gatti arriva alla sua deduzione analizzando i bilanci di E/O, che è una società di capitali e deve quindi depositarli, e visure catastali (che chiunque ormai può fare online pagando piccole somme) riguardo alle proprietà immobiliari dell’autrice.
Tonia Mastrobuoni e Michele Serra, in particolare, parlano di “diritto all’anonimato” o “all’assenza” violato per la Ferrante.

Un'installazione a Expo 2015
Esiste un simile diritto nel nostro ordinamento? Sì, nelle norme del diritto d’autore, che danno gli strumenti giuridici a un autore per percepire compensi anche se non vuole rivelare la sua identità.
Ma né l’ordinamento né la giurisprudenza limitano la libertà di chiunque di informarsi e rivelare, senza violare altre norme, l’identità di un autore che pure non lo desideri. Se così non fosse, avremmo una limitazione della libertà d’informazione (diritto passivo di tutti noi previsto in Costituzione) basata sul semplice desiderio dell’interessato di essere lasciato in pace.

Oltretutto, sia la giurisprudenza sulla privacy sia quella sul cosiddetto diritto all’oblio discriminano i personaggi pubblici, verso i quali considerano la curiosità pubblica, chiamiamola così, maggiormente degna di tutela.


Deve comunque un giornalista rispettare una deontologia nel rendere pubblici dati, pur pubblicamente accessibili, come appunto parti del bilancio di una s.r.l. o una visura catastale? Sì, secondo il garante della privacy che ha pubblicato lineeguida in materia: il giornalista deve valutare la congruità della diffusione delle informazioni rispetto al fatto d’interesse pubblico narrato.
E Gatti a mio avviso lo fa: infatti non scrive a quanto ammontano i compensi trasferiti da E/O, né dov'è l'immobile dell'autrice a cui fa riferimento, né altri dati personali cui comunque ha avuto accesso. Semplicemente scrive chi è Elena Ferrante e spiega come l’ha capito. Risponde cioè alla curiosità indurre la quale è uno dei fini (se non voluto, prevedibile e inevitabile, e verosimilmente remunerativo) della scelta di anonimato editoriale.

A ben vedere nelle censure a Gatti c’è anche un altro filone: il tabù del fare i conti in tasca alla gente. Come se far soldi fosse un’onta. E Gatti peraltro non rivela le cifre.

Sapete una cosa? A me che qualcuno oggi riesca a fare milioni con un romanzo sembra una notizia bella e meritevole di pubblicità e sì, sono curiosissimo di sapere chi. E grato a chi come Claudio Gatti sa fare giornalismo investigativo e non solo d’opinione.


Per la consulenza a questa puntata ringrazio Fabio Macaluso (qui su twitter), avvocato esperto in diritto d’autore, di cui ha scritto in “E Mozart finì in una fossa comune” per le edizioni Egea, e autore sull’Espresso del blog “impronte digitali”, dove anche lui si occupa del caso Ferrante.

martedì 27 settembre 2016

Multinazionali cattive? - D288

Le multinazionali sono cattive?

Per gli ambienti fricchettoni e no-global di sinistra certamente sì, lo sono. Basta dire multinazionale e automaticamente pensi a ogm, latifondi, chimica sporca, evasione fiscale, sfruttamento del lavoro eccetera. Meno scontata la risposta se a portarla è l’editoriale dell’Economist uscito su carta il 17 settembre 2016, intitolato “Un problema gigante”.

Cava di marmo sul mare, isola di Thassos, Grecia.
(Copyright: Derrick)
Il mondo delle imprese, scrive l’Economist, si sta concentrando. Il fatturato delle 100 maggiori imprese americane pesava un terzo nel ’94 e il 46% nel 2013, e anche le prime 5 banche lì sono passate rispetto al 2000 dal 25% al 45%. In più, le startup da un lato sono sempre meno, dall’altro tipicamente agiscono come laboratori che mirano a farsi comprare da aziende grandi prima di entrare in fase di operatività commerciale.
Una possibile causa suggerita dall’Economist è che in tempi di economia stagnante c’è maggiore attenzione all’efficientamento dei costi e quindi l’aggregazione anche tra aziende concorrenti è forzata. Un’altra che invece mi permetto di aggiungere io è che nei settori maturi in cui la domanda non cresce le aziende crescono perlopiù andando a prendere i clienti di altre, che costa di più (per esempio nelle utility) rispetto a intercettare nuovi clienti non ancora serviti, e questo mette le startup in una condizione di sfavore.


E fin qui abbiamo parlato del fattore dimensionale, non necessariamente di quello internazionale. Ma anche l’internazionalità comporta vantaggi che diventano barriere all’entrata per chi non ce l’ha. Un vantaggio delle multinazionali dannoso alla concorrenza, scrive l’Economist così come scrivono con parole loro i blog fricchettoni, è la possibilità da un lato di far passare o stazionare i soldi nei paradisi fiscali, dall’altro di attuare il cosiddetto “transfer pricing”, cioè di stabilire i prezzi a cui le diverse divisioni dell’azienda si scambiano beni o servizi in modo da far emergere gli utili nei Paesi dove sono tassati di meno. In effetti la gestione fiscale di aziende internazionali è tipicamente soggetta a fenomeni di elusione complessi che si contrastano perlopiù con azioni e regole concordate tra Paesi. Regole più invasive di quanto una visione tradizionalmente liberale consideri accettabile.

(E qui faccio un inciso: la pessima stampa attuale dei liberali si deve a mio parere non solo all’analfabetismo economico ancora imperante da noi e alla comprensibile paura indotta dalla crisi, ma anche alla tendenza di parte dei liberali stessi di ribadire principi del libero mercato certamente fondati, ma che richiedono declinazioni sempre più complesse per applicarsi al mondo attuale).

Prosegue l’Economist che perfino le regole di trasparenza necessarie a evitare abusi di mercato, per esempio quelle introdotte dopo la crisi del 2008 nei mercati finanziari prima in America poi in Europa, paradossalmente aiutano i grandi a rimanere in pochi nel business, perché richiedono strutture interne di rispetto (compliance, nel gergo) complesse e con elevati costi fissi. Per esempio in Europa si sta negoziando un pacchetto di regole per le transazioni su prodotti finanziari che imporrà anche a chi commercia all’ingrosso energia o materie prime di strutturarsi come una banca in termini di riserve di capitale e di obblighi di monitoraggio, con invio alle Autorità finanziarie di enormi quantità di dati sulle proprie transazioni.

Ops, sto sforando il tempo. Vogliamo forzare una possibile conclusione? Forziamola: se da un lato è ideologico e soprattutto inutile dire che le multinazionali sono cattive, è anche vero che la globalizzazione si accompagna a un processo generalizzato di crescita dimensionale delle aziende che sposta i meccanismi di difesa pubblica della concorrenza a livello sempre più di cooperazione internazionale, senza la quale ci sono problemi e distorsioni. E se la soluzione di chiusura e protezionismo è stupida perché a pochi consumatori va bene consumare solo i prodotti del proprio orto, i governi devono necessariamente armonizzare sempre più le regole dei mercati globali. La globalizzazione economica c’è, quella delle politiche serve.


domenica 18 settembre 2016

Un eroe a Wall Street - D287

Oggi parliamo di una persona che a me sembra un eroe. Si chiama Eric Ben-Artzi, è un matematico prestato alla finanza che lavorava a Wall Street in Deutsche Bank come esperto di valutazione del portafoglio. Con la sua soffiata ha permesso alla SEC, l’autorità di controllo finanziaria americana, di accertare che la banca nel periodo dello scoppio della crisi finanziaria ha nascosto perdite sul proprio portafoglio dell’ordine della decina di miliardi.

Per la SEC (e nemmeno per me) fare la spia non è peccato, anzi con la riforma Obama del monitoraggio dei mercati finanziari (la Dodd-Frank) questo strumento è stato potenziato e oggi nella home page del sito della SEC la prima cosa che si vede è la pubblicità alle ricompense milionarie che l’autorità può dare agli informatori attingendo alle sanzioni che commina grazie a loro.

Ebbene sapete cos’ha fatto Ben-Artzi, annunciandolo sul Financial Times del 19 agosto 2016, che io conservo? Ha rinunciato alla parte che gli competeva di oltre 16 milioni di dollari di ricompensa. Che peraltro gli farebbero molto comodo, come ha scritto in un’intervista sullo stesso giornale, visto che da Deutsche Bank è stato mandato via appena ha detto al suo capo che non avrebbe collaborato alla copertura dei numeri. (Una parte dei soldi, invece, a cui non rinuncerà, scrive di doverli per contratto alla moglie – ora ex - che è stata il suo avvocato nel procedimento – dev’essere stato un periodo burrascoso per il nostro).

Perché Ben-Artzi ha rifiutato i soldi, diventando una celebrità?
Perché si è reso conto che a pagare la multa e quindi anche la sua ricompensa non sarebbero stati i dirigenti responsabili della truffa, ma gli azionisti di Deutsche Bank.

Eric Ben-Artzi
Come mai? Secondo Ben-Artzi la colpa è delle “revolving doors”, le porte girevoli, per cui le stesse persone passano dai posti di comando delle aziende alle agenzie di controllo che vigilano su esse, e viceversa, come è successo anche con Deutsche Bank. Con la conseguenza che le sanzioni vengono sì comminate, ma non a valere sui manager responsabili. Come contro indizio, Ben-Artzi nota che in altri casi di sanzioni a società più piccole e senza questa commistione di dirigenti l’autorità ha invece colpito anche direttamente i responsabili.

Uno potrebbe osservare che se la governance di un’azienda funziona, gli azionisti saranno in grado di rivalersi sui dirigenti. Ma è facile vedere molti casi in cui non è così, a partire da quello Volkswagen che abbiamo seguito qui. È evidente che se i decisori non rischiano nulla, se non di doversi dimettere lasciando i danni alla successiva gestione, e rischiano economicamente solo gli azionisti, l’efficacia delle azioni di controllo è non solo più blanda ma addirittura potenzialmente iniqua. Per lo stesso motivo per cui è da un certo punto di vista iniquo che io paghi con le mie tasse le multe europee se il mio Comune non è capace di differenziare la raccolta dell’immondizia e gli amministratori non subiscono disincentivi specifici.

Chi ha posti di responsabilità è pagato anche per assumersela. Altrimenti ha ragione chi al bar sbraita contro i super stipendi, pubblici e privati. Premesso che io difendo di norma la libertà di un'azienda privata di pagare quanto crede un manager, la competenza da sola difficilmente motiva stipendi enormi, perché richiede investimenti non altrettanto enormi. Il rischio di rispondere personalmente anche solo in piccola parte di danni causati invece sì, è un rischio enorme e può giustificare retribuzioni commisurate.
Avrete letto che la corte dei Conti sta valutando la posizione di alti dirigenti del Tesoro che hanno sottoscritto derivati rivelatisi costosissimi per la finanza pubblica a fronte di un premio positivo alla sottoscrizione. Potrebbe essere un precedente molto importante, qui a Derrick cercheremo di seguirlo.



domenica 31 luglio 2016

Derrick su Radio Radicale: repliche estive 2016

Vista dal palcoscenico del teatro Carcano di Milano
Probabilmente Derrick non produrrà puntate nuove durante il mese di agosto e inizio settembre. Ho però selezionato alcune delle puntate 2016 da riproporre il martedì alle 7.30 su Radio Radicale. Eccole, con i link al testo e al materiale su questo blog:


Un saluto a tutti gli ascoltatori e lettori di Derrick, ci risentiamo presto.

MG

martedì 26 luglio 2016

Ancora sulle lobby - D286

Mi concedete un Derrick di pura opinione?

Luigi Di Maio, il politico italiano più probabile presidente del consiglio secondo il Financial Times se il M5S dovesse vincere le politiche, il 21 luglio (2016) ha scritto un post su facebook un cui passaggio recita:
Io non ce l'ho con le lobbies. Esiste la lobby dei petrolieri e quella degli ambientalisti, quella dei malati di cancro e quella degli inceneritori. Il problema è la politica senza spina dorsale, che si presta sempre alle solite logiche dei potentati economici decotti.
Un metronomo gigante visto al
Centro de arte Reina Sofia
di Madrid nel 2015
Cosa ne pensate? Io ho trovato odioso il termine “lobbies”, perché in un testo italiano è buona norma editoriale rendere invariabili i termini stranieri. (O vogliamo scrivere "vips", "films", "parties", ma per cortesia).

Molti hanno invece trovato intollerabile l’associazione tra lobby e malati di cancro.
Perché? Non mi è chiaro, ma da cose che ho letto e sentito lo scandalo sarebbe nel trattare l’interesse sacrosanto a guarire e curarsi di un malato oncologico come un altro interesse qualsiasi. Cosa che peraltro Di Maio non fa nel suo post: lui nota solo che un politico è esposto ai più disparati gruppi di interesse.

Dico io: se lobby vuol dire gruppo di interesse organizzato, perché mai i malati di tumore non dovrebbero esprimere la propria o le proprie lobby per portare istanze alla politica?
A questa domanda che ho posto ai miei amici di Facebook risponde Paolo Beneforti, artista figurativo pistoiese. Lobby per te ha quel significato, mi scrive Beneforti, ma nell’uso comune e nelle intenzioni di Di Maio significa “gruppo di corruttori”.
Ora, non seguo da vicino Di Maio e non so se altrove abbia sostenuto una simile accezione, direi di no nel post di cui sto parlando com’è mentre scrivo, in cui Di Maio del resto auspica la regolamentazione dell’attività dei lobbisti, di cui anche Derrick si è occupato in un ciclo di puntate con un contributo del lobbista Giovanni Galgano.

Beneforti però ha probabilmente ragione sul senso negativo che da noi – ma non nei paesi anglosassoni – ha il termine lobby.
Una trasfigurazione che dice molto della nostra mentalità. Perché se pensiamo che chi promuove i propri interessi sia necessariamente un corruttore, pensiamo anche che i politici cui si rivolge siano corrotti, che lo Stato sia un oppressore da evitare, l'evasione fiscale giusta, che l’unico welfare possibile quello clientelare eccetera. Diamo cioè per scontata una struttura economica (e quindi sociale) mafiosa. In cui gli interessi non emergono in modo palese, ma solo attraverso connivenze illegittime. Per cui se un fine ci sembra particolarmente degno di tutela non osiamo attribuirgli mezzi così oscuri per esplicarsi, e preferiamo immaginare che per magia riesca a farsi valere senza attivarsi presso i politici.

E se invece gli interessi fossero fino a prova contraria tutti legittimi? E se il loro confronto trasparente presso i politici fosse un meccanismo fondante delle democrazie liberali? Che i malati di cancro, così come altri, abbiano istanze da far valere, si associno e mandino un lobbista competente e retribuito a negoziare leggi, soldi, o anche solo a spiegare le proprie istanze presso il legislatore o le amministrazioni, cos’ha di male?
In realtà, per fortuna, questo avviene comunemente, come ci conferma sempre nella stessa conversazione Eleonora Palma che lavora presso il gruppo legislativo del M5S presso la regione Veneto.
Forse però avviene con insufficiente trasparenza, come abbiamo viso nelle puntate di cui la prima è linkata sopra.

Ringrazio gli interlocutori citati.

domenica 17 luglio 2016

Picco della domanda energetica? - D285

Ricorderete che in passato, più o meno fino allo scoppio della crisi del 2008, alcuni sostenevano la tesi del “picco del petrolio”, cioè del fatto che ci fosse un limite invalicabile nella capacità produttiva mondiale di petrolio. Una tesi sbagliata anche perché non tiene conto del fatto che la capacità produttiva dipende dagli investimenti. Una cosa è dire che il petrolio come tutte le risorse naturali è disponibile in quantità limitata, un’altra che la capacità produttiva, che dipende dagli impianti in quel momento attivi e non dalla disponibilità geologica del greggio, abbia un limite invalicabile.

Una veduta notturna di Bruxelles
Un articolo sul Financial Times di Nick Butler ritira fuori l’idea del “picco”, ma la applica alla domanda di energia, non alla produzione. Nota Butler che la media globale dei consumi energetici primari sta rallentando la sua crescita in modo più rapido di quanto stia facendo il PIL. Se il mondo nel decennio 2003-2013 cresceva in media il 3,7 % annuo e i consumi d’energia il 2,1%, nel 2015 i valori sono del 2,8 e 0,5% rispettivamente. Medie che vengono da situazioni diversissime nei vari Paesi: in Europa i consumi energetici stanno scendendo notevolmente (-11% nell’ultimo decennio, con -17% e -20% per petrolio e gas) negli USA sono stagnanti e con uno spostamento verso il gas, mentre in Cina i ritmi di crescita si sono fortemente ridotti.
L’India invece fa storia a sé mantenendo proporzionalità tra crescita economica e consumi energetici, e continua a basarsi molto sul carbone. Solo negli ultimi due anni in India sono state costruite centrali elettriche a carbone pari a circa due terzi del fabbisogno elettrico totale italiano.

E tutto questo, nota Butler, è coinciso con il crollo del prezzo di petrolio e gas, dimostrando (ammesso che ce ne fosse bisogno) che la domanda di energia dipende – almeno nel breve periodo - più da fattori tecnologici che dalla reattività dei consumi al prezzo.
Dunque il rallentamento potrebbe preludere a un arresto della crescita dei consumi energetici? Butler intelligentemente risponde che non si può dire. Come abbiamo recentemente visto a Derrick intervistando Fausto Panunzi sull’economia post-crisi, è presto per dire quali fenomeni macroeconomici osservati in questi anni post shock siano strutturali, benché alcune tendenze almeno in molti Paesi OCSE siano evidenti, tra cui senz'altro gli investimenti in efficienza e decarbonizzazione.

Un fattore che potrebbe giocare contro il picco della domanda è il superamento delle disparità nell’accesso all’energia: oltre un miliardo di persone oggi sono tagliate fuori del tutto da questo mercato. Eppure, nota Butler, con i paesi OCSE che iniziano a ridurre i loro consumi, è possibile che anche in uno scenario di graduale accesso all’energia di chi oggi ne è escluso il saldo possa rimanere negativo.

domenica 10 luglio 2016

La crisi delle banche italiane - D284

Con Massimo Berardi

Per l’Economist dell’8 luglio 2016 quella delle banche italiane è la prossima grave crisi che colpirà l’Europa, insieme (e legata) alle conseguenze del referendum Brexit.
Sentiamo su questo Massimo Berardi, consulente finanziario esperto di gestione del risparmio e analisi tecnica e fondamentale di titoli large cap:



Perché le banche italiane si sono riempite di crediti così deteriorati rispetto ai loro concorrenti? Una ragione, per i Radicali ma anche per esempio per il Wall Street Journal del 7 luglio 2016, deriva dalla collusione tra banche e politica, che ha fatto preferire la protezione di clientele alle logiche economiche dell’impiego del capitale. Secondo questa visione politica e banche si sono protette a vicenda, e in più le norme hanno favorito il collocamento del capitale delle banche presso i risparmiatori retail, anche clienti delle stesse banche, con un cortocircuito che ha ulteriormente – ma temporaneamente – protetto le banche dal confronto con i mercati finanziari in particolare internazionali. E non aiuta certo la giustizia italiana, incapace di gestire le controversie sulle insolvenze commerciali con tempi e affidabilità paragonabili alle altre economie sviluppate, e men che meno aiutano norme sulla scia del concetto di “morosità incolpevole”, che confondono l’ambito delle transazioni private con quello della redistribuzione sociale, rendendo le prime ancora meno affidabili e quindi in definitiva più povera l’economia.

(Piccola digressione sul tema della soggettivizzazione dei rapporti commerciali: dareste in affitto un appartamento se un inquilino moroso può essere considerato non obbligato per sue condizioni soggettive non prevedibili? Io no, oppure solo dopo avergli chiesto garanzie per vari mesi d’affitto. Lo stesso ragionamento si applica agl’investimenti in un Paese dove i diritti commerciali delle parti non sono né certi né efficacemente esigibili: l’investitore non tira fuori i soldi, oppure lo fa a condizioni penalizzanti).

E tornando a noi: che caratteristiche hanno in media i risparmiatori che hanno acquistato obbligazioni o addirittura azioni delle banche? Ancora Massimo Berardi:



Dunque è verosimile che i tanti semplici risparmiatori che hanno azioni e obbligazioni di banche in difficoltà come Montepaschi semplicemente non fossero consapevoli del rischio e dello stato finanziario del soggetto a cui prestavano soldi. Questo significa che è giusto nel salvataggio di una banca proteggere i risparmiatori che ci hanno messo capitale di rischio? Secondo le regole europee no. E, a mio avviso, nemmeno secondo una logica di corretta responsabilizzazione degli investitori.

Derrick speciale (video): intervista a Federico Testa presidente Enea

Negli studi di Radio Radicale intervisto Federico Testa, presidente di Enea, agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile.
  • A che punto è l'Italia riguardo agli obiettivi propri ed europei di efficienza energetica?
  • Quali ostacoli, in particolare finanziari, impediscono ulteriori investimenti?
  • Efficienza energetica ed edilizia pubblica e privata: ristrutturare o rottamare l'edilizia postbellica inefficiente e non antisismica?
Il video, di poco più di mezz'ora, è qui.

martedì 28 giugno 2016

Eni, Enel e l’equivoco di Renzi (da Staffetta Quotidiana) - D283

Sapete che Derrick a volte riesce a fare sue elaborazioni su dati o informazioni pubbliche, altre volte dà spazio a istituti di ricerca o testi accademici, altre volte ancora riprende spunti di giornalisti specializzati. Questa volta farò la cosa più comoda per me: riporto ampi stralci di un articolo uscito venerdì 24 giugno su Staffetta Quotidiana a firma di Gionata Picchio, condirettore della Staffetta, e Antonio Sileo ricercatore e giornalista dell’energia ben noto agli ascoltatori di Derrick che si pregia ogni tanto della sua collaborazione. Ecco dunque:
Da oggi ogni volta che qualcuno chiederà qual è la strategia” sull'energia “posteremo questa conferenza stampa”. Così il premier Renzi concludeva l'incontro coi media di giovedì dedicato al futuro delle fonti rinnovabili e dell'energia in Italia. Evento culminato nel varo di un atteso decreto incentivi ma focalizzato per gran parte del tempo sulle strategie nel settore rinnovabili delle società a partecipazione pubblica Eni, Enel e Terna.
Cosa intende il presidente del Consiglio per strategia? L'impressione che si ricava dall'intero incontro è che Renzi faccia una pericolosa confusione tra due piani: il disegno complessivo di priorità [...] che spetta al Governo - e di cui giovedì si è visto ancora poco - e le strategie di singoli operatori […].Così anche un atto previsto e dovuto come il decreto incentivi […] diventa una bandiera.
(Nota di Derrick: si tratta del decreto con cui periodicamente il Ministero dello Sviluppo regola entità e accesso degli incentivi pubblici ai nuovi investimenti in impianti di produzione elettrica da fonti rinnovabili).
Ma […] in un evento dedicato alle iniziative del governo sulle rinnovabili, il decreto è stato praticamente l'unica davvero catalogabile come tale. Mentre il resto è stato affidato ai piani dei big “pubblici”.
[…]
Il Governo non può delegare la strategia complessiva per il Paese a singole aziende, per quanto partecipate, a cui può al più provare a chiedere interventi e collaborazione su singoli aspetti. Tra i quali, per inciso, non necessariamente fare da testimonial, come forse con qualche imbarazzo hanno fatto i tre manager nominati da Renzi nel 2014. E sempre ricordando che si tratta di società con molti azionisti, quotate in borsa e operanti su mercati che – diversamente dai tempi del ministero delle PPSS, abolito con referendum nel 1993 – funzionano secondo i principi delle liberalizzazioni.
Sull'energia, come su ogni altro settore, l'esecutivo dovrebbe definire una cornice d'insieme di indirizzi e obiettivi, con provvedimenti di ampio respiro e portata generale, tenendo conto che esiste un mercato in cui operano imprese “pubbliche” [tra virgolette nel testo] e private in concorrenza, e in cui l'azionista Stato non deve privilegiarne alcune [...].
(Nota: una strategia energetica nazionale peraltro come gli ascoltatori di Derrick sanno c’è, l’ha fatta il Governo nel 2013 e non è stata formalmente superata che io sappia. Né, però, è mai passata in Parlamento e quindi difficilmente è invocabile per guidare leggi o decreti successivi).
Se il governo vuole davvero spiegare la sua strategia, farebbe meglio a presentare un provvedimento come il Green Act. Annunciato a gennaio 2015, dovrebbe essere un pacchetto di misure legislative sull'economia e l'ambiente: un'Agenda Ambientale per promuovere lo sviluppo e le eccellenze dell'economia verde in Italia e che avrebbe dovuto rappresentare anche la posizione italiana in vista della conferenza di Parigi sul clima. […]

Grazie a Antonio Sileo, Gionata Picchio e Staffetta Quotidiana.

domenica 12 giugno 2016

Auto elettriche e Cile - D281

Lo scorso 6 giugno (2016) Valerio Gualerzi ha raccontato su Repubblica come in Cile nei primi quattro mesi del 2016 (estate in Cile) l’energia all’ingrosso sia stata venduta perlopiù gratis.

Perché gratis? Perché la capacità degli impianti da fonti rinnovabili ha superato spesso la potenza elettrica necessaria ai consumatori. E siccome il costo di molte fonti rinnovabili è legato all’impianto e al suo mantenimento ma non alla quantità effettivamente prodotta, questi impianti sono disposti a produrre anche a prezzi minimi, che arrivano a zero se essi da soli coprono la domanda senza rendere necessario accenderne altri che invece consumano combustibile.

Certo se il prezzo è zero in un’ora è un peccato pagare magari 40 € per un megawattora poche ore dopo.
Cosa ci vorrebbe per fare arbitraggio tra questi due momenti? Uno stoccaggio di elettricità, che come sappiamo a Derrick è molto costoso. Per questo quello elettrico è sostanzialmente un mercato istantaneo, dove un megawattora adesso è una cosa completamente diversa da uno tra un po’. Non è come un litro di benzina, che si può facilmente conservare e infatti non cambia il suo prezzo con la stessa velocità.

Il 27 maggio 2016 sono stato insieme ad Antonio Sileo a Lainate, alla pista dell’ACI, dove si svolgeva una manifestazione-convegno dedicata all’auto elettrica, ed era possibile provarne alcune.
I promotori si aspettavano anche che venisse lanciato di lì a poco un pacchetto di incentivi statali generosi che però per ora non sono arrivati, come ha scritto lo stesso Antonio Sileo su Staffetta Quotidiana.
Derrick alla guida della Leaf sulla pista di Lainate
(Grazie ad Antonio Sileo per la foto)
Con lui abbiamo provato alcune delle auto, tra cui la Nissan Leaf, l’elettrica più venduta al mondo (pur nella trascurabilità dei numeri – per ora – del segmento solo elettrico). Una cinque porte compatta a due volumi, con una forma solo leggermente anticonvenzionale e interni curati e spaziosi. Nella sua versione con maggiore capacità di batterie, dichiara 250 km di autonomia. Si guida come un’automatica, anche se a differenza di un’auto con cambio automatico i rapporti meccanici di velocità non ci sono proprio. Ha una coppia (e quindi accelerazione da ferma) migliore di un’auto tradizionale di pari categoria. Il freno motore è simulato da un recupero magnetico d’energia, che continua nelle frenate leggere e solo in quelle più forti lascia il passo alle vere e proprie pinze meccaniche dei freni. La cosa più diversa da un’auto con motore termico, come già notai un anno e mezzo fa provando una più potente BMW i3 a Rimini, a parte la meravigliosa silenziosità, è probabilmente la strumentazione, concepita per responsabilizzare riguardo all’uso e al recupero dell’energia.


Bene, ma che c’entrano le auto elettriche col Cile?

C’entrano in questo modo: immaginiamo un vasto parco circolante di auto elettriche di pendolari ferme presso colonnine di ricarica durante il giorno. Le batterie di queste auto potrebbero fornire alla rete elettrica un servizio di acquisto dell’energia quando il suo prezzo è basso, e “restituirne” una parte nelle ore di maggior richiesta. Le auto elettriche opererebbero insomma come accumulatori diffusi. Cosa per cui avrebbe senso remunerarle, così come già si sperimenta (e sempre più si farà) la remunerazione dei clienti flessibili nel modulare i propri consumi.


Per questa puntata ringrazio Antonio Sileo.

domenica 5 giugno 2016

Il canone in bolletta, edizione 2016 - D253-4, D272-3 e D280

L'idea di mettere una tassa in bolletta non è nuova. Né lo è quella di metterci il canone. Stavolta, però, pare si faccia sul serio. Intanto, c'è una legge approvata in materia e dal 5 giugno 2016 vige il decreto applicativo del Ministero dello Sviluppo Economico.

L’obiettivo del Governo, condivisibile, è ridurre l’evasione che oggi vale circa un terzo del gettito, che senza evasione dovrebbe avvicinarsi ai 2 miliardi all'anno.


Cosa prescrive la finanziaria 2016 sul canone in bolletta

Un regio decreto del ‘38 prevede che il canone sia a carico dei possessori di apparecchi adattabili alle ricezioni televisive, che significa, stando a quanto hanno chiarito la stessa Rai e più recentemente il Governo, quelli dotati di sintonizzatore, e non computer, tablet o altro.

Cambia ora la platea dei soggetti tenuti a pagare il canone? No, ma cambia la presunzione di chi lo sia. Con le modifiche della Stabilità 2016 (art. 1 commi 152 e seguenti) ora la norma prevede che, oltre a un impianto d’antenna interno o esterno all’abitazione, anche la connessione elettrica per residenti faccia presumere il possesso di un apparecchio soggetto al canone. (Resta, attraverso una dichiarazione formale sotto propria responsabilità, la possibilità di negare tale possesso, come scrivo sotto).


Chi pagherà?

In assenza di diritto a esenzione correttamente comunicato, pagheranno tutte le utenze elettriche domestiche residenti.
Quali sono le utenze elettriche residenti? Quelle che risultano tali nel contratto elettrico, se si tratta di un comune contratto con potenza di 3 kW per il quale il fornitore ha ricevuto dichiarazione dal cliente di essere residente all’indirizzo di fornitura.
Per altri contratti per i quali non era prevista tale dichiarazione al momento della stipula, sarà l’Agenzia delle Entrate a far sapere telematicamente ai fornitori elettrici quali utenze risultano residenti e devono ricevere il canone in bolletta. Questa verifica degli archivi anagrafici è un aspetto critico in termini di affidabilità dell'invio delle bollette-canone.


Quando e quanto?

Il canone si pagherà - in teoria - in dieci rate da 10 Euro con scadenza il primo di ogni mese da gennaio a ottobre. In pratica, l'esordio sarà sulla prima bolletta da luglio 2016 che vedrà fatturate tutte le rate già scadute, mentre nei mesi successivi saranno fatturate le rimanenti.
A regime, ogni bolletta porterà l'addebito delle rate già scadute. Siccome le bollette sono perlopiù bimestrali, di norma aggregheranno due rate di canone (nei mesi in cui ci sono).


Quale residenza fa fede?

Attenzione: per gran parte delle utenze fa fede la dichiarazione che il cliente ha fatto quando ha stipulato il contratto elettrico o successivamente. Per esempio, se ha fatto il contratto della luce in una casa dove aveva la residenza e poi l’ha spostata senza fare voltura ad altri di quel contratto, per il fornitore e per il canone lui è ancora residente lì, e quindi si vedrà fatturato il canone lì, e se ha una nuova utenza residente anche in quella.

Stimo che il numero di utenze elettriche che risultino residenti senza che il titolare lo sia davvero siano molte, perché oggi i fornitori non sono in grado né hanno interesse a controllare, mentre i clienti hanno interesse a risultare residenti perché questo dà loro un vantaggio nella componente parafiscale e fiscale della bolletta (vantaggio che per una famiglia di medi consumi vale grosso modo il doppio del canone).

Occhio: non essere davvero residenti se si risulta tali nella bolletta difficilmente sarà motivo di per sé di restituzione del canone pagato, anche in caso di doppia residenza "elettrica" e quindi doppio canone pagato in due case diverse.

Infatti il caso di autocertificazione prevista per evitare doppi pagamenti è al momento solo quello di chi all’interno della famiglia anagrafica paghi già il canone tramite la bolletta di un familiare. E se la non reale residenza dove c’è una fornitura residente venisse comunicata all’Agenzia delle Entrate come motivo di non pagamento del canone, equivarrebbe a un’autodenuncia riguardo a una falsa dichiarazione al fornitore elettrico, con conseguenti indebiti sconti fiscali e parafiscali nella bolletta.


Chi non ha la tivù?

Abbiamo già visto che chi non ha la tivù non è tenuto a pagare.
Così come chi ha diritto a esenzioni per reddito o età, il non possessore di tivù (come me) dovrà rendere un’autocertificazione all'Agenzia delle Entrate.

L'autocertificazione di non possesso della tivù deve essere resa ogni anno e entro queste scadenze: per il 2016 entro il 16 maggio (se invece entro il 30 giugno la dichiarazione ha valore solo per il secondo semestre), dal 2017 in poi entro gennaio per non pagare l’intero anno ed entro giugno per non pagare il secondo semestre.


Chi già paga su un'altra utenza?

Dicevo che lo stesso modulo di cui sopra si usa per dichiarare che un altro familiare sta già pagando il canone. L'unico caso che mi viene in mente è quello di un altro familiare con una diversa utenza elettrica residente nello stesso comune.

Lo deduco dalla definizione, non chiarissima, di "famiglia anagrafica", esplicitamente richiamata nel modulo dell'Agenzia: "insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune" secondo l'articolo 4 del D.P.R. n. 223/1989. (Se sono coabitanti non è ovvio che dimorino abitualmente nello stesso comune? Il legislatore credo intenda "o" aventi dimora eccetera: così la interpreto io: anche una residenza separata ma all'interno del Comune permette di appartenere alla stessa famiglia anagrafica).


Come s'invia l'autocertificazione online?

Per inviare il modulo online occorre usare le stesse credenziali che si usano per interagire con il sito dell’Agenzia delle Entrate (il servizio si chiama "Fisconline", io lo uso da almeno un decennio per le mie dichiarazioni fiscali - la burocrazia pubblica quando conviene a lei è capace di interfacciarsi in modo moderno) e chi non ha già le credenziali deve chiederle e attendere un paio di settimane per la ricezione a casa del pin).
Io ho già mandato la mia dichiarazione, e messa al sicuro la ricevuta. L'ho fatto però con una versione poi modificata di dichiarazione. Cosa succederà? (Naturalmente sono pronto a tutto per farla valere).


Evasione risolta?

Ipotizzando di non voler autocertificare il falso, un titolare di contratto di fornitura elettrica residente per non pagare il canone dovrebbe autoridursi la bolletta, cosa possibile con qualche accorgimento, visto che il canone sarà una voce a parte e distinguibile.
A chi paghi l'elettricità ma non il canone la luce non verrebbe staccata, stando alla norma, ma il mancato pagamento verrebbe segnalato dalle compagnie elettriche all'Agenzia delle Entrate.

Cosa impediva alla Rai già prima del canone in bolletta di informare l'Agenzia delle Entrate dei mancati pagamenti di presunti possessori di una tivù?
Il termine "Incluso" usato in questa immagine
presa dal sito della Rai mi sembra un po' fuorviante:
sarebbe meglio "Aggiunto", o "Inserito".
Dove sta il salto di qualità antievasione?

Sta sostanzialmente nel fatto che chi è cliente elettrico nella casa di residenza, se non fa dichiarazioni di mancato possesso della tivù e mantiene la domiciliazione della bolletta in banca, paga automaticamente, mentre oggi chi fa finta di niente non paga. Ma chi decidesse di non pagare il solo canone autoriducendosi la bolletta verosimilmente non avrebbe altre conseguenze che far sapere al fisco che non paga, cosa che anche oggi si presume avvenga almeno potenzialmente.

E se il fisco oggi non si attiva per verificare il dovere di pagamento ed eventualmente recuperare le somme, non mi è chiaro perché queste novità dovrebbero esse stesse di per sé implicare in futuro un cambio di atteggiamento.

Era necessario per ottenere il pagamento di chi resta passivo far riscuotere la tassa dai venditori d’energia? Direi di no: l'onere dell'autocertificazione da parte di chi ha diritto a non pagare, pur trovandosi nelle condizioni in cui si presume soggetto passivo dell'imposta, poteva essere introdotto anche senza canone in bolletta. E allo Stato non mancano propri canali ufficiali di esazione.

Forse però il vero punto da parte del Governo è continuare a camuffare il canone come una non-imposta.


Dubbi sull'evasione attuale

Come mai l’evasione del canone è così alta oggi? Forse perché nessun Governo ha voluto combatterla seriamente. D'altra parte il calcolo dell'evasione presunta probabilmente è approssimativo.
Me lo fa pensare il seguente ragionamento:

Io non ho sintonizzatori in casa, e alle prime cartoline di sollecito ho risposto chiarendolo.
Cos’è successo poi? Che da un lato non ho mai subito controlli, dall’altro le mie risposte sono state ignorate e ho continuato a ricevere la stessa lettera con un questionario scritto male, che non permette di rispondere “non ho la tivù”. Come dire che la Rai e il suo azionista non sono mai sembrati davvero interessati a sapere quanta di quella che chiamano evasione lo sia davvero.


Il giudizio inizialmente sospeso del Consiglio di Stato

A complicare la strada (e il ritardo) del decreto MiSE sul canone (finalmente in vigore dal 5 giugno) è intervenuto il parere del Consiglio di Stato del 13 aprile (2016). Un parere in realtà sospeso in attesa di modifiche al decreto, il che è equivalso a una richiesta di revisione del testo.
Si tratta di rilievi che non colgono gli aspetti secondo Derrick più critici dell’operazione (cioè il danno alla trasparenza della bolletta, l’attribuzione a soggetti privati di un ruolo di riscossione di un’imposta per nulla correlata al servizio di fornitura energia, l’imposizione ai contribuenti dell’onere di dichiarare annualmente se non hanno la tivù).
Cosa scriveva invece il Consiglio di Stato? Tra le altre cose:
  1. Il decreto non è arrivato in tempo. In effetti secondo la legge di Stabilità avrebbe dovuto uscire a metà febbraio e stiamo invece ancora parlando di una bozza.
  2. Non è chiara nella bozza di decreto la definizione di apparecchio televisivo. In realtà già la norma del ’38 che ha stabilito il canone definisce l’apparecchio in modo generico (“atto o adattabile alle radioaudizioni”). Questo non ha impedito alla Rai di chiarire via via cosa sia una tivù ai fini canone e di escludere dal pagamento chi ha apparecchi diversi: la presenza del sintonizzatore è l’elemento discriminante secondo la Rai. Il consiglio di Stato in ogni caso chiede di chiarire la questione all’interno della norma.
  3. Problema di privacy. Come abbiamo visto su Derrick, trasformare i venditori di energia in esattori in un settore dove non lo erano e di cui non si occupano significa metterli a parte di dati che prima non dovevano avere. Il garante della privacy, dice il Consiglio di Stato, dovrebbe essere quindi coinvolto. Di quali dati stiamo parlando? Di informazioni sulla residenza di quei consumatori elettrici che fino ad ora non avevano dovuto comunicarla al fornitore (contratti oltre i 3 kW di potenza elettrica installata), di informazioni sul pagamento effettivo e sulla morosità del canone e su eventuali richieste di rimborso. E naturalmente informazioni su chi deve pagare e chi no sulla base di eventuali autocertificazioni.

È inevitabile che i dati di cui al terzo punto vengano scambiati tra soggetti anche privati prima esclusi dal giro, visto che lo Stato ha almeno in parte abdicato dal suo ruolo di esattore della tassa-canone.
Mi chiedo cosa succederebbe a quei clienti elettrici che decidessero di non firmare una liberatoria sull'uso dei loro dati ai fini canone da parte del fornitore elettrico: non pagherebbero?
  

Riferimenti:

domenica 29 maggio 2016

La battaglia della fibra - D278/9

Scrivo la prima di questo ciclo di puntate di Derrick come al solito la domenica, ed è una domenica triste: quella in cui Marco Pannella viene tumulato a Teramo. Voglio che anche dal piccolo spazio di Derrick gli arrivi un saluto: ciao Marco.

Un armadio di arrivo
della fibra in una strada urbana.
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Si è svolta una competizione tra Enel e TIM (l’ex Telecom) per l’acquisizione di Metroweb, azienda specializzata nella realizzazione di reti dati cittadine e controllata dal fondo F2i e partecipata dallo Stato tramite Cassa Depositi e Prestiti.

Perché l’offerta di Enel? Perché Enel, come abbiamo visto, in qualità di gestore delle reti elettriche cittadine in monopolio regolato di gran parte del territorio italiano sta per iniziare la sostituzione di tutti i contatori elettrici domestici e, d’intesa col Governo, intende far coincidere l’intervento con la posa di fibra per le comunicazioni digitali. Del merito della sostituzione dei contatori – un intervento da oltre 5 miliardi di Euro pagati in bolletta - abbiamo già detto. Quello che oggi ci chiediamo è: a beneficio di chi andranno le sinergie tra la sostituzione dei contatori e la posa della fibra?

Queste sinergie è intuitivo che ci siano, ma non è ovvio se e come ne beneficeranno i consumatori, in particolare c’è da chiedersi se è giusto che i clienti elettrici non si avvantaggino della sinergia attraverso uno sconto sui costi dell’installazione dei contatori. Io direi che no, non è giusto, perché anche la bolletta elettrica dovrebbe partecipare ai risparmi di sistema, altrimenti si attua un trasferimento da un settore all’altro che come minimo danneggia gli utenti elettrici che non usano la fibra.
Poi c’è da chiedersi se convenga ai consumatori che il principale distributore elettrico, i cui utili dipendono in buona parte dalle tariffe istituzionali di remunerazione dei suoi investimenti in regime regolato, acquisisca anche una posizione di proprietario di reti di telecomunicazioni nelle zone più redditizie, dove è previsto, in accordo coi piani del Governo, che investirà soldi propri.

Nelle telecomunicazioni, a differenza che nell’energia, le reti locali non sono gestite in regime di concessione né di monopolio legale, ma è evidente che una nuova rete che, a differenza delle altre, si avvantaggi di poter scaricare parte dei costi sulla bolletta elettrica avrebbe un vantaggio potenzialmente discriminatorio.

Alla fine l’ha spuntata Enel, e sono partite le polemiche da parte di Telecom che sostiene che la scelta non sia stata imparziale e che non sia stata fatta la necessaria due diligence. In effetti come abbiamo visto il Governo da tempo ha dato il suo endorsement all’operazione di Enel per la posa di fibra dagli armadi in strada alle case con l’occasione della sostituzione dei contatori elettrici.

Quanto è importante portare la fibra dalla strada agli edifici? Molto, perché nei sistemi ibridi, con fibra fino alla prossimità della destinazione e poi uso del cavo di rame fino agli appartamenti, la velocità della connessione dipende moltissimo dalla lunghezza del filo di rame. Più è lungo il percorso del rame, meno sono veloci i dati. Poche centinaia di metri fanno la differenza tra una connessione molto veloce e una lenta. E naturalmente una volta che arriva la fibra all’edificio manca poco a portarla negli appartamenti.


Concorrenza cavo-etere?

L’Italia, anche grazie all’elevata densità della sua popolazione, ha una distanza media dei clienti di internet dagli armadi dove arriva la fibra piuttosto bassa, e questo ha reso abbastanza efficienti i sistemi con l’ultimo miglio di rame, rallentando la diffusione dei collegamenti in fibra anche nell’ultimo tratto fino all’utilizzatore, che richiedono un investimento in più. Allo stesso modo la connessione via etere, con l’infrastruttura dei telefonini, non è oggi molto competitiva per le applicazioni domestiche se l’alternativa è un’ADSL ragionevolmente veloce ed economica.

Sull’etere però è in arrivo una nuova generazione di tecnologia, la quinta (5G), prevista all’inizio del prossimo decennio, quando le frequenze necessarie a svilupparla dovranno essere sottratte alla tivù. Il 5G avrà prestazioni anche superiori alla fibra e a seconda dei costi potrebbe diventarne un concorrente fortissimo anche per le applicazioni domestiche. E infatti Flavio Cattaneo, il nuovo AD di TIM, non si è perso la possibilità di rispondere alla mossa di Enel, che sfrutta sinergie tra distribuzione di elettricità e di connettività digitale, “minacciando” da parte sua una concorrenza via etere, visto che TIM è attiva sia sulle reti fisse che su quelle mobili.

Ma attenzione: è il Governo che dovrà decidere tempi e modalità di liberazione delle frequenze necessarie al 5G. Lo stesso che è azionista dell’Enel, la quale sta acquisendo l’interesse a che ciò si ritardi.
La concorrenza mi piace ed è interessante quando diventa anche concorrenza tra tecnologie. Certo, se da una parte c’è un’alleanza tra Governo-arbitro e una sua controllata-giocatrice, il rischio che la concorrenza sia impari è evidente. Questa puntata è dedicata con affetto agli ascoltatori più scettici sulle privatizzazioni.


Forse Derrick tornerà sull’argomento. Intanto un utile paper (in inglese) dello IEFE Bocconi di Carlo Cambini, Michele Polo e Antonio Sassano permette di farsi un’idea sul piano europeo e italiano per la diffusione della rete a banda larga e sulle implicazioni di policy per realizzarlo.


Ringrazio per i suggerimenti su queste puntate Alberto Calvi e Antonio Sileo.