lunedì 9 ottobre 2017

Cartolina a una figlia che sceglie l'università (Puntata 330, in onda il 10/10/17)

Vuoi fare la scrittrice? Studia una scienza: scriverai del mondo sapendo di cosa parli.

E una volta che avrai imparato i nomi esatti delle cose sarai anche capace di cambiarli usando le metafore giuste.

Condotte forzate della centrale Enel di Bargi
fotografate da Derrick nel settembre 2016
Kurt Vonnegut nel suo romanzo “Ghiaccio nove” ha scritto:
I suoi seni erano come melagrane o quel che vi pare, ma più di ogni altra cosa assomigliavano ai seni di una giovane donna.
Bisogna partire dalle cose, prima di trasfigurarle. Antonio Pascale, agronomo e scrittore, ha scritto:
Se non si conoscono i dati, allora si eccede nelle descrizioni, si diventa per forza dei romantici.
Il che, essere romantici, non è mica una colpa, ma il modo più onesto per arrivarci secondo me è descrivere ogni scena con precisione fino a diventarne tutt’uno. La frase di Pascale la riscriverei dicendo che senza dati c’è il rischio di diventare subito romantici. O meglio: di diventarlo senza cognizione.

Agota Kristof ha scritto:
È diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore.
Secondo me quel “niente” è l’immedesimazione profonda e competente, è l’umiltà che viene della competenza. Da cui spesso nasce la tensione letteraria in grado di trasformarsi in chissà cosa. Senza passare per troppa retorica.
E la retorica non è solo stile, è una struttura, un esoscheletro che rischia di fare lui il lavoro di reggere tutto. Sai chi l’ha detto benissimo questo? Matteo Galiazzo, informatico e scrittore, che ha scritto:
Ogni tanto mi ritrovo a chiedermi quanta parte dell'attività cerebrale umana sia dedicata semplicemente alle definizioni e alle parole. E quanta importanza abbia la grammatica all'interno delle attività del nostro cervello. E mi chiedo anche quanta della filosofia e della logica di tutti i tempi sia dipesa semplicemente dalle costruzioni grammaticali necessarie a sostenere tali pensieri filosofici e logici. Cioè, quanta dell'analisi della realtà effettuata dalla filosofia sia veramente analisi della realtà e quanta semplicemente analisi grammaticale delle frasi necessarie a descrivere tale realtà. 
Un discorso che credo si possa allargare a varie grammatiche, alla costruzione retorica in generale. Bisogna stare attenti alla retorica che costruisce essa stessa significati. Io credo che la passione che danno i dati sia più sostenibile, fertile, utile di quella che dà la retorica. Con la retorica si diventa prima o poi un po' invasati, più tifosi che osservatori.

Italo Svevo ha portato il flusso di coscienza nella narrativa italiana. Era il responsabile finanziario di un’azienda, sapeva di numeri. Primo Levi era un chimico, uno dei suoi libri più belli e secondo me lirici, “La chiave a stella”, parla di cantieri e costruzioni ingegneristiche. Ingegneri: vogliamo parlare di Gadda?


martedì 3 ottobre 2017

Energia abusiva (Puntate 328-329, in radio il 26/09 e il 3/10/2017)

In un bell’articolo sul Fatto Quotidiano del 17 settembre 2017 Fabio Balocco si chiede come mai le costruzioni abusive ottengano di solito l’allacciamento a utenze come luce, gas e acqua quando le norme invece, almeno per gli immobili che abbiano chiesto l’allaccio negli anni recenti, lo vietino. E ipotizza che sia un difetto degli amministratori pubblici, e in particolare dei sindaci, a portare a non comunicare ai fornitori l’illegittimità dell’immobile e quindi delle forniture.


Gli abusi "di necessità"

Probabilmente, aggiungo io, c’è anche la diffusa convinzione (che come Balocco trovo anch’io abnorme) che l’abuso edilizio non sia abbastanza grave da dover renderne davvero inutilizzabile il frutto. Convinzione che produce concetti come l’”abuso di necessità” che abbiamo sentito in qualche caso invocare per esempio dopo il terremoto di Casamicciola dell’agosto scorso 2017.

Una casa a Marsiglia
(Foto di Derrick, 2007)
Del resto il tener conto di condizioni “di necessità” in corrispondenza della violazione di norme non è affatto estraneo all’ordinamento italiano. Il Codice Penale all’art. 54 in linea generale recita che “non è punibile chi ha commesso un crimine per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona”.

In applicazione al furto, lo stesso codice dice che la necessità deve corrispondere a un “grave e urgente bisogno”, la sussistenza del quale, secondo quanto ha chiarito la Cassazione, non può essere determinata da una semplice condizione di indigenza. La stessa Cassazione di recente ha stabilito che un allaccio abusivo all’elettricità non è furto per necessità perché la rinuncia alla fornitura elettrica non comporta un pericolo grave e immediato per la persona.

La giurisprudenza dunque sembra limitare enormemente le depenalizzazioni dell’accesso fraudolento all’elettricità. Ma il principio che l’energia sia un bene a cui la società debba garantire un accesso facilitato indipendentemente dalle condizioni di reddito è nell’ordinamento, anche nella legislazione europea, e comporta anche conseguenze di redistribuzione economica all’interno delle bollette.


Le tutele ai clienti vulnerabili dell'energia

La vulnerabilità indica una condizione di potenziale incapacità di perseguire con efficacia i propri interessi di consumatore, e può giustificare forme di aiuto e di tutela che per esempio in Italia includono una tariffa standard controllata dall’Autorità di settore per i piccoli clienti che non vogliano scegliere sul mercato, prevista ancora fino a metà 2019 stando alla legge concorrenza, ma anche forme di standardizzazione e semplificazione delle bollette, nel tentativo spesso non riuscito di renderle più esplicative e, in futuro, obbligo di inclusione nell’offerta di ogni venditore di tariffe con strutture standard, per facilitarne il confronto tra operatori.

(In realtà le bollette suscitano spesso equivoci anche molto gravi. Uno che mi è stato più volte segnalato riguarda la voce relativa a “trasporto e gestione del contatore” nelle bollette elettriche. Dove trasporto non si riferisce al contatore ("quanto diavolo è costato portarmi il contatore?"), ma alla gestione della rete che porta a casa l’energia).

Regole come quelle che ho citato dovrebbero ridurre per i clienti “vulnerabili” il rischio di sorprese o clausole vessatorie, senza nel contempo comprimere troppo la libertà dei fornitori di proporre soluzioni innovative.
Qualche volta però queste limitazioni comportano perdita di opportunità per tutti. Per esempio in Italia nessun fornitore può legare un cliente domestico per un periodo anche solo di pochi mesi, nemmeno prevedendo una piccola penale di uscita. Il che impedisce ai clienti stessi di avvantaggiarsi di offerte che sarebbero possibili grazie alla minore incertezza che una fedeltà pattuita conferisce alla fornitura.


La povertà energetica

Ancora più critiche mi sembrano le norme di contrasto alla povertà energetica, che forse nascondono un clamoroso errore del legislatore. Infatti, se non c’è dubbio che la povertà sia una condizione di cui i sistemi fiscali e di welfare debbano tener conto, declinarla in termini di accesso a singoli beni crea almeno due controindicazioni:
  1. Implica un notevole paternalismo dirigista, stile tessera annonaria, in cui lo Stato decide quali acquisti devono essere facilitati a un povero e quali no. (Perché se sono povero mi assegni un caffè al giorno se a me piace il tè?, assicurati piuttosto che abbia i soldi per uno o l’altro)
  2. Produce una proliferazione normativa caotica e la sovrapposizione di sistemi di welfare autonomi difficilmente integrabili. Che costringono lo stesso consumatore a documentare la propria situazione reddituale o patrimoniale più volte per accedere, magari con criteri diversi, a sconti in diversi settori, e rendono più facile l'elusione delle norme.



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sabato 16 settembre 2017

Sorpresa: l'eolico in mare costa poco (Puntata 327 in radio il 19/9/2017)

Uno dei limiti dei mercati spot (cioè di breve termine) dell’energia elettrica è la loro forte volatilità. 
Esistono prodotti finanziari scambiati dentro e fuori dalle borse che permettono di fissare in anticipo il prezzo dell’energia, ma tipicamente non sono abbastanza liquidi su coperture oltre i pochi anni. Per questo chi vuole investire in nuove centrali tipicamente deve prendersi il rischio che l’elettricità valga in futuro meno di quanto serve per ripagare l’investimento.
Una casa nelle Cotswolds (UK)
fotografata da Derrick nel 2012
A pensarci bene, questo succede in quasi tutti i settori: gl’imprenditori è normale che prendano il rischio di creare capacità produttiva che potrebbe rivelarsi in eccesso, a fronte della speranza di ottenere se va bene guadagni maggiori al rendimento di
un bond strasicuro.
Nei mercati liberalizzati dell’elettricità dicevo che il principio vale, ma con alcune eccezioni. Una ha recentemente riguardato il nuovo nucleare inglese, al quale la politica locale ha deciso di assicurare per decenni una remunerazione predefinita e molto alta (a spese delle bollette) e di cui qui a Derrick abbiamo trattato diffusamente.
Un’altra eccezione riguarda, anche in Italia, le nuove fonti elettriche rinnovabili a cui viene garantito un prezzo predefinito per un po’ di anni. Prezzo che però, a differenza del caso nucleare inglese, viene stabilito in modo competitivo attraverso aste al ribasso.
Bene, qualche giorno fa, con un simile meccanismo di aste, il governo britannico è riuscito ad assicurarsi da controparti di mercato una capacità produttiva futura di oltre 2000 MW da centrali eoliche in mare a un prezzo tra i 65 e gli 85 €/MWh. Molto meno degli oltre 105 garantiti (a cambio attuale) al nuovo nucleare di Hinkley Point, e per una capacità produttiva simile.


Perché si tratta di un risultato clamoroso? Perché mostra una tendenza di riduzione dei costi dell’eolico marino ancora più veloce di quanto s’immaginasse prima di queste aste, e per una tecnologia che è tra le più costose tra le fonti rinnovabili.

Dunque l’eolico offshore batte di gran lunga il nucleare per economicità?
In prima istanza senza subbio sì.
Un’obiezione certamente valida è che i costi di produzione potrebbero non essere indicativi del costo totale per il consumatore. Infatti per l’eolico essi non comprendono i costi di backup che il sistema elettrico deve essere pronto a fornire, e pagare, quando il vento cala. Nel caso del nucleare invece il costo di produzione non include, o non interamente, gli oneri, scarsamente stimabili, della messa in sicurezza definitiva delle scorie (per ora non attuata in nessun luogo del mondo), e di certo non quelli potenzialmente enormi di incidenti catastrofici.
Tanto vale dunque basarsi sui soli costi di produzione a cui l’industria oggi è disposta a impegnarsi. Alla luce dei quali non stupisce che per esempio Caroline Lucas dei verdi inglesi, come riporta Adam Vaughan sul Guardian dell’11 settembre 2017, ritenga che si dovrebbe ripensare l’impegno sul nuovo nucleare britannico, vista la disponibilità di alternative altrettanto vaste e si direbbe molto più economiche per la produzione elettrica senza emissioni-serra.


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sabato 9 settembre 2017

Cherso, l'isola salvata (Puntata 326, in onda il 12/9/2017)

Pendici del bosco nei pressi di Lubenice a Cherso (Lubenizze in Italiano)
La grande isola dalmata di Cherso, nel nord dell’Adriatico, romana nell’antichità insieme alla vicinissima Istria, poi parte della repubblica di Venezia, degli Asburgo, poi insieme all’Istria passata alla Jugoslavia nel ’47, oggi è in territorio croato.


Gli esuli italiani

Anche da Cherso dopo la seconda guerra mondiale molti italiani hanno iniziato a scappare, ancor prima del trattato di Parigi del ’47 che assegnò l’Istria e Cherso alla Jugoslavia, la quale si avvalse del suo diritto di chiedere l’uscita da questi territori di chi scegliesse di mantenere la nazionalità italiana, completando così una diaspora di massa di cui è facile trovare anche sul web immagini drammatiche, come quella della nave Toscana che si appresta a salpare da Pola carica di profughi italiani che attendono l’imbarco con carretti stracarichi e cappotti sotto la neve.

Tra gli esuli italiani da Cherso, lo scrittore e storico Luigi Tomaz, morto nel 2016, che sulla storia dell’isola ha scritto vari libri. Stabilitosi a Chioggia, è stato eletto sindaco della città per due mandati.

Ma anche a Cherso si fanno abusi,
come questo incredibile ampliamento
in cemento di una casa di pietra
a Lubenice, che addirittura copre un lato
dell'arco in pietra retrostante.

La conservazione di Cherso

Oggi Cherso è una delle più incontaminate isole croate, coperta per buona parte di foreste, con uno sviluppo edilizio moderno quasi esclusivamente limitato a un paio di quartieri del comunque piccolo capoluogo omonimo, che ospita circa 3000 residenti.

Più o meno al suo centro, l’isola ha un grande lago artificiale d’acqua dolce gran parte della cui profondità è sotto il livello del mare, e che rifornisce gli acquedotti dell’isola e di quella più a sud, Lussino, separata da Cherso solo da un piccolo canale navigabile realizzato in epoca romana.
I borghi a Cherso, arroccati o pescherecci, sono piccoli e hanno in generale conservato la struttura originaria con case in pietra dalle finestre piccole, separate da viottoli molto stretti. Le proprietà di boschi e pascoli sono delimitate da muretti a secco scavalcati da cervi che è facilissimo incontrare anche all’interno del villaggio di Punta Kriza.

Cosa ha determinato una conservazione così meravigliosa di quest’isola?
Se l’Italia non l’avesse persa con la seconda guerra mondiale, l'isola avrebbe avuto uno sviluppo diverso, sarebbe stata disboscata come quasi tutto il territorio italiano sfruttabile per agricoltura o insediamenti?

Non lo so. Le vicine Veglia (Krk) e Rab, molto più urbanizzate e rovinate, suggeriscono una risposta negativa.
Resta dunque il felice mistero.


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martedì 29 agosto 2017

Bollette elettriche su consumi presunti (Puntate 320 e 325, in radio il 18/7 e 29/8/17)

Torna una puntata di Derrick di supporto, spero, alla gestione del contratto domestico di fornitura elettrica. Parliamo di bollette su dati di consumo presunti e non reali. Un’anomalia che può capitare e rivelarsi piuttosto infida e, per essere risolta, richiede la capacità di leggere il proprio contatore.

Allora: se avete ricevuto una bolletta elettrica con consumi strani rispetto al solito leggete se è basata su dati di consumo effettivi (cioè acquisiti dal distributore automaticamente attraverso il contatore elettronico) oppure presunti. In quest’ultimo caso, in assenza di dati di lettura comunicati dal cliente attraverso la lettura manuale del contatore, il venditore di energia stima un consumo per il periodo fatturato, guarda caso spesso superiore a quello reale.

Dunque ecco le istruzioni su come proteggersi e possibilmente evitare di anticipargli dei soldi.

Contatore elettronico monofase
montato a Roma da Acea (oggi Areti)
Se vivete a Roma, dove come nel mio caso le mancate letture da parte del distributore Areti (gruppo Acea) non sono rare, avete probabilmente un contatore come quello nella foto, e dovete premere l’unico bottone sotto il display e appuntarvi cinque dati che appariranno in schermate successive: il numero nella schermata contrassegnata da “A+”, che è il consumo complessivo in megawattora da quando il contatore è stato installato o resettato, e poi i tre o quattro numeri in corrispondenza di “A+ (T1)”, dove la cifra passa da 1 a 4 (o 3), i quali costituiscono la scomposizione del consumo complessivo per fasce orarie, rilevanti se avete una fornitura con prezzo differenziato in base all’orario di consumo.

Se non vivete a Roma e avete un contatore E-distribuzione (Gruppo Enel) o altrui elettronico di prima generazione, la procedura è molto simile e sotto (o altrove in rete) trovate link alle istruzioni dei contatori più diffusi.
Le quali hanno comunque un valore indicativo, perché i contatori sono stati installati nel giro di oltre dieci anni in versioni differenti e i loro software possono essere stati aggiornati più o meno recentemente. In generale, la lettera A corrisponde a valori di consumo di energia attiva, quella che vi serve. Potete tralasciare le cifre eventuali contrassegnate da R, mentre P indica il picco massimo di potenza assorbito, talvolta anch’esso distinto per fasce, utile per vostra informazione ma non ai fini della rettifica dei consumi.

Se avete un contatore di ultimissima generazione, che E-distribuzione chiama Open Meter e vi è appena stato installato, riferitevi invece alle istruzioni fornite con esso. Sarebbe abbastanza clamoroso che il distributore non riuscisse a leggere questa macchina da remoto.

Forti dei numeri acquisiti, chiamate il fornitore al numero scritto in bolletta (quello dedicato all’autolettura, o in mancanza quello del customer care, o entrambi) per comunicare la lettura, e fatevi confermare che essa è stata acquisita.

Se la bolletta con consumi presunti superiori a quelli appena riscontrati non è ancora pagata, vi conviene chiedere anche la riemissione con annullamento di quella sbagliata.

Se poi siete gente a cui piace farsi valere fino in fondo, intanto avete l’ammirazione incondizionata di Derrick, dopodiché vi invito a scrivere un reclamo scritto al fornitore (se vi sembra che ci abbia marciato con la stima dei consumi) e in ogni caso al distributore che non è stato capace di leggere il contatore, attività per cui è pagato in bolletta.
Se non ricevete risposta ai reclami, o ne ricevete una insufficiente o elusiva, chiamate anche il numero verde dell’Autorità Energia: 800 166654.


Il caso di Giovanni Galgano

Tra le segnalazioni in materia, è arrivata a Derrick quella di Giovanni Galgano (qui su twitter), lobbista milanese già collaboratore in questa puntata di Derrick e nella successiva. Ecco i punti salienti della sua disavventura:

  • A marzo 2017 Galgano sottoscrive un contratto di “tutela simile” con il più conveniente dei fornitori presenti nell’apposito portale (per approfondimenti: link sotto).
  • Ad aprile il nuovo fornitore gli conferma che dal primo maggio sarà loro cliente. A giugno Galgano riceve la bolletta di chiusura del contratto di a2a, il fornitore precedente monopolista nella zona di Milano per l’offerta standard di “maggior tutela”. Un conguaglio di ben 680 Euro. Basato su 14 mesi di letture solo presunte ma, secondo il fornitore, “validate” e quindi valide per il conguaglio. In realtà i numeri del contatore di Galgano dicono tutt’altro: i KWh consumati reali sono circa 400 in meno di quelli presunti. In effetti nessuno ha mai acquisito o da remoto o di persona una lettura in più di un anno, né ha allertato Galgano sulla necessità di leggere lui stesso il contatore.
  • Galgano reagisce bloccando l’addebito automatico sul conto corrente a favore del vecchio fornitore, dopodiché lo chiama e gli viene detto che i numeri li ha mandati il distributore Unareti e che la rettifica la deve fare il nuovo fornitore.
  • Galgano non paga neanche dopo sollecito, fa un reclamo e si affida al nuovo fornitore che s’impegna a chiedere verifica dei numeri a Unareti.
Ecco un commento direttamente dalla sua voce:


Come andrà a finire lo chiederemo più avanti direttamente a lui. Intanto, invito chi sia incorso in situazioni simili a scrivere a Derrick, raccontando com’è andata.


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lunedì 21 agosto 2017

Autorità per l'energia da oggi più cara (Puntata 324, in radio il 22/8/17)

Nello schema del mercato liberalizzato dell’energia, un ruolo fondamentale è quello dell’Autorità indipendente, che da noi recentemente ha acquisito anche le competenze sul servizio idrico, e che sulla base di una legge del ’95 ha compiti fondamentali di regolazione anche tariffaria e di vigilanza rispetto alle aziende del settore, e, insieme all’antitrust, di protezione dei consumatori. Come previsto dalle norme UE, l’Autorità dev’essere autonoma dal Governo (questo a maggior ragione è importante da noi dove l’esecutivo è azionista di controllo degli operatori più grandi, e quindi si pone in permanente e grave conflitto tra l’interesse d’azionista e la difesa della concorrenza).

Un'opera fotografata da Derrick
alla Tate Britain di Londra il 16/8/2015
Autonomia implica anche sostentamento senza trasferimenti dall’amministrazione centrale, per questo l’Autorità italiana per l’energia e l’acqua – come altre autorità indipendenti - è pagata da un contributo delle aziende dei settori soggetti alla sua giurisdizione, calcolato sulla base del loro fatturato. Base imponibile che comporta alcune distorsioni: per esempio le aziende integrate pagano complessivamente meno di quelle con tante entità legali che si scambiano energia tra le varie fasi, e in generale il contributo non tiene conto della capacità di produrre effettivamente utili, come ha notato in passato l'Aiget, associazione di trader e venditori indipendenti d'energia.
D’altra parte, se la logica è quella di far contribuire i soggetti sulla base del lavoro che causano all’Autorità, è corretto che paghino anche quelli (compresi i tantissimi piccoli dell’energia) che guadagnano poco o niente ma che vanno comunque vigilati. Ma proprio in questa logica dovrebbe anche tenersi massicciamente conto che i monopolisti nella gestione delle reti, i cui guadagni dipendono pressoché interamente dalle tariffe stabilite dall’Autorità, sono o dovrebbero essere i principali obiettivi del suo lavoro, e quindi dovrebbero contribuire di più e non di meno come invece il criterio del fatturato comporta su aziende tipicamente con alto rapporto redditività/fatturato come Terna, Snam e le utility cittadine.

Dopo un lungo periodo di aliquota di contribuzione fissa, quest’anno l’Autorità ne ha deliberato – in accordo col Governo come prevede la legge – un aumento clamoroso, di quasi il 20% medio per le aziende energetiche, rispetto al valore precedente che comportava un gettito di circa 55 milioni complessivi e, per la prima volta, ha differenziato l’aliquota per i soggetti che svolgono attività in monopolio, intervenendo positivamente, ma ancora poco, su quella distorsione cui accennavo sopra.

Si tratta di una decina di milioni in più di costo dell’Autorità, non poco, che sollevano secondo Derrick almeno tre quesiti:
  1. Visto che dal bilancio dell’Autorità del 2016 risultano 7 milioni di trasferimento a favore del bilancio dello Stato, non stiamo forse assistendo a una tassa di fatto in vista di maggiori trasferimenti futuri?
  2. Rispetto a uno Stato centrale soggetto a tagli di spesa ormai costanti da anni, è corretto che le Autorità indipendenti non ricevano altrettanta pressione all’efficienza? O meglio: evitando tagli lineari distruttivi, non potrebbero le Autorità essere remunerate anche sulla base di parametri di successo, come la qualità dei servizi oggetto di regolazione (generalmente in aumento nell’energia italiana liberalizzata) e la capacità di rendere efficienti i soggetti concessionari di attività in monopolio, per esempio premiando la riduzione dello spread tra remunerazione del capitale investito ammessa in tariffa e tassi d’interesse di mercato?
  3. La stessa Autorità nella delibera di aggiornamento del contributo motiva il maggiore fabbisogno anche con l’espansione di attività nel settore idrico, che però - sempre secondo l'Autorità - ha minore capacità contributiva di quello energetico. Stiamo assistendo dunque a un sussidio incrociato tra settori? L’”acqua pubblica” sussidiata – in questa voce - dall’energia privata?


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lunedì 7 agosto 2017

Legge concorrenza e energia (Puntata 323 in radio l'8/8/17)

Con la legge concorrenza sono state approvate anche norme sul mercato al dettaglio dell’energia che potrebbero, ma come vedremo sotto non è detto, aumentarne la competitività.

Il punto principale è la fine delle tariffe cosiddette di “maggior tutela”, regolate dall’Autorità di settore e con una componente di costo all’ingrosso che dipende dai mercati, prevista per il lontano luglio 2019. Certamente un passo avanti per la concorrenza del mercato in particolare elettrico. La tariffa di tutela infatti è distorsiva, soprattutto perché nell’elettricità può essere fornita dai soli monopolisti storici (Enel e utility locali), i quali non hanno dovuto sostenere costi di acquisizione dei clienti – costi che sono la barriera principale al cambio di fornitore - e possono operare politiche aggressive sul mercato anche grazie alla lauta remunerazione delle loro attività regolate nella gestione delle reti, attraverso tariffe che si configurano come una sorta di tassa di fatto a favore (anche) di Stato e enti locali azionisti.
Un'installazione alla Triennale di Milano del 2015

A fronte della buona notizia della fine della tutela, il testo della legge Concorrenza non scioglie però nodi che saranno decisivi per capire fino a che punto l’innovazione sarà davvero pro concorrenza. In particolare, il testo finale non esclude che possa operarsi un trasferimento dei clienti oggi in tutela alle società collegate ai medesimi fornitori attuali. Giuridicamente sarebbe abominevole: un decreto dovrebbe attribuire vantaggi specifici a imprese dello stesso gruppo di quelle che oggi forniscono il servizio di tutela, in violazione di norme fondamentali che ne prevedono invece la separazione proprio per evitare simili vantaggi sleali.
Se questo è il timore espresso del senatore Mucchetti, presidente della commissione Industria al Senato, mi sento di condividerlo. Lo stesso Mucchetti del resto nella precedente lettura al Senato aveva proposto un meccanismo per cui i clienti passivi, cioè quelli serviti nel mercato di tutela e che non operino alcuna scelta prima della scadenza, sarebbero dovuti confluire in una sorta di servizio di transizione fornito da operatori scelti attraverso aste e con limiti antitrust.

Ed è proprio su questo punto fondamentale che la versione finale della legge Concorrenza diventa invece elusiva: perché prevede sì un servizio di “salvaguardia” che garantisca la fornitura a chiunque, ma non che su di esso confluiscano i clienti passivi.
Un vuoto per riempire il quale c’è appunto il rischio di decreti che favoriscano l’Enel e le utility locali monopoliste della distribuzione e dell’attuale fornitura elettrica in tutela.

Una volta ancora – in un settore liberalizzato ma solo parzialmente privatizzato - il Governo dovrà decidere se far prevalere i suoi interessi di azionista dell’Enel o di promotore di concorrenza.

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Il testo della legge concorrenza come approvato al Senato il 2/8/17 (commi in tema energia a partire dal 59):


lunedì 31 luglio 2017

Chi è a secco e chi no nell'energia (Puntata 322 del 1/8/17)

La volta scorsa abbiamo parlato anche qui a Derrick di carenza idrica, che ha un impatto anche nella produzione di energia elettrica.

Fino a qualche decennio fa, un Po quasi secco come quello che abbiamo visto quest’estate avrebbe probabilmente rischiato di causare un blackout per impossibilità di usare l’acqua del fiume per raffreddare gli impianti, compreso quello nucleare di Caorso, tra Piacenza e Cremona.

Oggi invece le centrali più moderne hanno circuiti idrici chiusi e non restituiscono all’ambiente acqua più calda o in minore quantità di quella che prelevano. Infatti non ne prelevano o quasi, e usano scambiatori acqua/aria per raffreddare l’acqua usata come vettore termico.

Ma se manca la pioggia la produzione netta delle centrali idroelettriche inevitabilmente ne risente. Anche per questo la siccità, unita alle temperature molto alte di luglio e a un maggior uso dei condizionatori, avrebbe potuto causare un picco dei prezzi dell’elettricità italiana in questo luglio, cosa che finora non è avvenuta. I prezzi medi nella borsa elettrica a luglio 2017 sono rimasti sotto i 50 €/MWh, un livello assolutamente moderato rispetto alla storia dei mercati. (Le cose sono andate molto diversamente nella prima settimana di agosto, come accennato sotto).

Come mai? Secondo la società di consulenza Energy Advisors un elemento-chiave è la minor richiesta di punta massima di potenza da parte dei consumatori. In altri termini, e semplificando, quest’anno rispetto ai record di due anni fa la rete non si è mai trovata con un prelievo tale da dover accendere anche centrali di picco, flessibili ma inefficienti. Questa riduzione potrebbe essere dovuta in parte a una ulteriormente aumentata diffusione del fotovoltaico di piccola taglia, che tipicamente limita il prelievo netto dalla rete proprio nelle ore più calde, ma difficilmente questo spiega l’intero effetto.

Se i produttori, idroelettrici e non, continuano mediamente a tirare la cinghia sul mercato italiano dell’energia, non si ferma la bonanza dei gestori di reti. Un fenomeno non solo italiano stando alla segnalazione dell’associazione inglese di consumatori Citizen’s Advice Bureau, che stima che negli ultimi 8 anni i clienti elettrici inglesi abbiamo pagato 7,5 miliardi di Sterline non dovuti alle reti elettriche a causa delle tariffe troppo generose concesse dalla locale autorità per l’energia. Remunerazioni eccessive perché non commisurate al basso rischio dell’attività i cui proventi, appunto, son stabiliti in anticipo dalle autorità.
Intanto da noi Terna porta a casa una nuova semestrale ricchissima, con un utile netto aumentato di oltre l’8% rispetto allo stesso periodo precedente, e non stupisce né che il suo amministratore delegato ritenga necessario continuare con investimenti massicci, né che abbia facilità nel reperire i capitali sui mercati.

Fiammata ad agosto

I prezzi all'ingrosso della borsa elettrica italiana, dopo la prima edizione di questo articolo, si sono infiammati nei primi giorni di agosto [2017], superando per esempio il 4/8/2017 i 100 €/MWh in tutte le ore diurne e serali, con un picco di potenza richiesta di oltre 55650 MW che ha sfiorato il record del luglio 2015.
Molto insolito che simili valori si registrino ad agosto. Evidentemente si è trattata di una prima settimana in cui il picco del caldo ha colto con gran parte delle attività economiche energivore ancora operative.

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lunedì 24 luglio 2017

Acqua e tempeste solari (Puntata 321)

Cari amici di Derrick, non so quanto sia stata una buona idea quella dell’amministrazione romana di paventare esplicitamente razionamenti dell’acqua in risposta alla mossa della Regione di sospendere i prelievi dal lago di Bracciano a fine luglio [2017].
Scogli sulla sacca di Scardovari
fotografati da Derrick nel 2011
Se la sindaca di Roma ha a mio parere ragione a lamentarsi dell’unilateralità di Zingaretti (se effettivamente è andata così), credo abbia però sbagliato risposta, perché preannunciare razionamenti rischia di provocare accaparramenti e quindi un incremento dei consumi, con l’acqua accumulata che poi rischia di andare in parte sprecata.
Intanto prevedo che prima dell’acqua finiscano le taniche nei negozi di Roma. Non ci credete? Leggo sull’ultimo Economist che quando in Cile un terremoto del gennaio 2010 mandò in tilt la rete elettrica la gente iniziò ad accaparrare beni in quantità di cui non aveva alcun bisogno, creando già per questo problemi di disponibilità nei negozi.

E a proposito, sapete qual è secondo più di un’agenzia di esperti, tra cui l’americana Storm Analysis Consultants, uno dei rischi più insidiosi per i sistemi di trasmissione elettrica? Le tempeste magnetiche solari che, com’è già successo in Canada il 13 marzo 1989, possono rompere i trasformatori delle stazioni elettriche. Trasformatori da centinaia di tonnellate la cui fornitura può richiedere anche un anno tra l’ordine e la consegna e la cui capacità produttiva, secondo una commissione sulla resilienza alle catastrofi del Congresso americano, non renderebbe possibile una sostituzione a breve di molti trasformatori contemporaneamente per una grande rete.
In Canada nell’89 i danni furono abbastanza isolati e la rete collassò solo per 9 ore, più o meno come nel blackout italiano del 2003.
Ma tempeste più forti sono possibili. Per esempio leggo su Le Scienze che nel 1859 (quando le lampade andavano a olio) ce ne fu una che portò a Roma l’aurora boreale. E un blackout nazionale di settimane comporterebbe eventi a catena con verosimile forzata militarizzazione del paese e problemi di ordine pubblico e sanitari di ogni tipo.

Un vantaggio dell’Italia su questo fronte è la disponibilità di centrali idroelettriche a bacino, che possono fornire elettricità localmente accendendosi anche senza essere a loro volta alimentate, cosa che invece non avviene per gran parte delle altre centrali.

E così da una divagazione all’altra siamo tornati all’acqua. Spero che l’emergenza a Roma venga affrontata con cali di pressione e sospensione di utenze industriali non indispensabili, anziché con interruzioni alle forniture domestiche.
Nel frattempo Acea, controllata dal Comune e quindi “pubblica” come piace all’ampio popolo del sì all’acqua pubblica, fa proprio dall’acqua il 44% degli utili lordi del primo trimestre 2017, con trend crescente. E, va anche detto, investe nel settore più che nello stesso periodo del 2016: oltre 50 milioni. Attenzione, però: li investe in parte per attività di distribuzione d’acqua all’estero tra cui Colombia, come risulta dalle slide del bilancio trimestrale pubblico.

Del resto, se l’acqua è pubblica, lo è senza confini, no?


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martedì 4 luglio 2017

Banche venete: perché niente bail-in? (Puntata 319)

Vanno salvate le banche dal fallimento?

Gli economisti perlopiù ritengono di sì, per evitare il moltiplicarsi di effetti avversi in particolare sul funzionamento delle imprese con conseguenze recessive acute.

Nel salvare Popolare di Vicenza e Veneto Banca il Governo credo però avesse l’opzione (anche se non l’obbligo in questo caso) di fare un bail-in, cioè di far partecipare alle perdite non solo gli azionisti ma anche tutti gli obbligazionisti, perlomeno quelli non in grado di dimostrare di essere stati truffati, e i correntisti sopra la soglia dei 100mila euro (ammesso che ce ne fossero ancora).
Nelle sue dichiarazioni non mi pare che il ministro Padoan abbia spiegato perché quest’opzione non fosse praticabile, e l’unico indizio in tal senso l’ho letto su un articolo non firmato del Financial Times del 27 giugno 2017 secondo cui alcune delle obbligazioni senior erano comunque contrattualmente coperte da garanzia dello Stato.
Il Governo, decidendo di non far perdere un Euro agli obbligazionisti senior (quelli privilegiati nel rimborso), non ha protetto aziende beneficiarie di credito ma investitori che, salvo truffe nel collocamento dei titoli, avevano deciso di correre un rischio in cambio di un rendimento (due dimensioni correlate nei mercati finanziari efficienti).

Io non ho nulla contro chi specula coi suoi soldi. Anche la speculazione aiuta i mercati a funzionare. Se qualcuno ha recentemente ritenuto di rischiare, con una scommessa al buio, comprando sul mercato secondario (quello dei titoli già emessi) obbligazioni senior delle banche a rischio fallimento a prezzi più bassi del valore del rimborso, l’ha fatto legittimamente. Costui non è vittima di truffe in sede di prima collocazione dei titoli, ma anzi è un investitore evoluto e molto propenso al rischio.
Qual è dunque la ratio di garantire coi soldi delle tasse il successo di queste speculazioni? Io credo che il Governo dovrebbe spiegarlo. L’argomento che toccare obbligazionisti senior e correntisti facoltosi avrebbe causato un rischio sistemico è a mio avviso debole, visto che si tratta di una piccola parte del buco di due banche che nemmeno nella loro interezza, secondo l’UE, potevano dirsi di rilevanza sistemica.
Se poi l’investimento lastminute in obbligazioni senior si fosse basato su notizie privilegiate circa l’azione imminente del salvataggio, si configurerebbe anche un gravissimo abuso, sanzionabile sulla base delle norme dei mercati finanziari. Le autorità hanno vigilato su questo? Lo faranno? Ci sono stati passaggi anomali di obbligazioni nell’imminenza dell’operazione?


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martedì 20 giugno 2017

Dov'è il mercato? (Puntata 317, in replica in radio il 15/8/17)

Mi ha colpito un articolo sull’Economist del 3 giugno 2017 ("The everything makers - Indian state-owned companies", a pag. 57 dell'edizione cartacea), come sempre non firmato.
Parla di come nell’economia indiana sia forte la presenza delle aziende di stato eredità del passato socialista del paese. Aziende che perlopiù perdono soldi in settori competitivi dove non riescono a essere abbastanza dinamiche (Air India, in rosso dal 2007, ne è presa a esempio), oppure guadagnano in settori monopolistici.
E aziende che secondo l'Economist da un lato dispensano lavoro con finalità di welfare, dall’altro usano grandi quantità di capitale – risorsa scarsa in India – spiazzando gl’investimenti privati e remunerandolo – monopoli a parte – meno delle aziende private.
Il segmento dei monopoli pubblici indiani, in particolare nell’energia, invece macina l’80% dei profitti di tutte le aziende pubbliche, senza che però questi monopolisti siano efficienti. Per esempio Coal India, nel settore del carbone, ha un output per turno/uomo pari a un ottavo di quello di Peaboy energy, competitor americano.


(Alcune) liberalizzazioni senza privatizzazioni

Dove liberalizzazioni e concorrenza sono state introdotte, come nel caso dell’aviazione civile, le aziende pubbliche indiane hanno massicciamente perso quote di mercato e bruciato capitale pubblico visto che la loro privatizzazione invece è stata perlopiù rimandata e le azioni sono quindi rimaste in mano allo Stato.


E in Italia?

Quanto pesano nella nostra economia le aziende controllate dallo Stato?
Prendiamo le tabelle del report “Italian leading companies” dell’ufficio studi di Mediobanca (link sotto) e scopriamo che nel comparto industria e servizi la prima azienda per fatturato è saldamente il privatissimo gruppo FCA.
Dietro di lui però: Eni, Enel, Gestore dei Servizi Elettrici (l’agenzia del Tesoro che gestisce i sussidi alle fonti elettriche rinnovabili e altre partite energetiche regolate), Telecom (ora TIM, non più del Tesoro ma operante anche nel settore regolato delle reti delle telecomunicazioni), Finmeccanica. Poi arriviamo alla holding Edizione dei Benetton, con partecipazioni importanti in settori monopolistici regolati come autostrade e aeroporti, e finalmente a Edison, azienda acquisita dalla francese EDF e che si occupa di segmenti puramente di mercato dell’energia, a differenza del gigante Enel, controllato dal Tesoro, che fa una parte considerevole dei suoi utili nella gestione monopolistica delle reti con tariffe stabilite dall’Autorità dell’Energia.

Ci sono differenze con l’India? Direi di sì: parte delle nostre aziende a controllo pubblico dimostrano almeno in alcuni dei loro business di essere competitive sui mercati anche internazionali (ma con il pericolosissimo rischio di sussidi incrociati dai settori in monopolio, a spese degli utenti italiani, in favore dei loro business competitivi).
La cosa poco diversa rispetto all’India è invece la vastità del giro d'affari di aziende controllate dallo Stato o attraverso la proprietà o in quanto arbitro delle regole di business monopolistici.

È chiaro che queste osservazioni, limitate alle aziende più grandi per fatturato, sono influenzate dal fatto che tra le aziende private italiane ci sono pochissimi giganti. Ma al prossimo che si lamenta con me del pericolo del dilagare del "turboliberismo" e dell’economia privata di mercato chiederò di dirmi dove l’ha visto questo dilagare. Lo ammetto: è un posto dove mi trasferirei volentieri.


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lunedì 12 giugno 2017

USA: accordo di Parigi e futuro del carbone (Puntate 316 e 318)

Come ricordano Marzio Galeotti e Alessandro Lanza su Lavoce.info (link sotto), l’accordo di Parigi di fine 2015, già ratificato da 147 paesi sui 197 rappresentati nella Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) firmata a Rio de Janeiro nel 1992, è uno degli strumenti che traducono in azione l’obiettivo della Convenzione, cioè stabilizzare in tempo utile le concentrazioni di gas a effetto serra nell’atmosfera a un livello sufficiente a escludere effetti pericolosi delle attività̀ umane sul sistema climatico.

Notano sempre Galeotti e Lanza come Trump abbia scelto di recedere dall’ultimo patto operativo (l’accordo di Parigi) ma non dalla Convenzione quadro. Come mai? Forse perché uscire da una convenzione ratificata da un presidente repubblicano (Bush) e dal senato sarebbe stato difficile, o forse per accontentare il proprio elettorato senza in realtà avere effetti immediati, visto che l’uscita dall’accordo di Parigi, per come disciplinata dallo stesso accordo, richiede una procedura abbastanza lunga da prolungarsi fin verso la fine del mandato di Trump. Il quale, almeno per ora, non ha messo gli USA in un territorio di formale illegalità rispetto ai termini dei patti contratti, come io qui a Derrick invece prefiguravo sulla base delle dichiarazioni americane in seno al G7 energia qualche tempo fa.
Una sala per banchetti abbandonata, fotografata da Derrick

In che modo possiamo osservare se le economie mondiali si stanno o non stanno preparando a un futuro a basse emissioni-serra? Guardando gli investimenti e le scelte delle aziende, che sono solo in parte determinate da politiche vincolanti degli Stati, visto che chi prende decisioni economiche di lungo termine deve farsi un’idea di come sarà il futuro anche anticipando le decisioni politiche. E abbiamo visto a Derrick che sono state anche le aziende, perfino del settore petrolifero come Exxon, a chiedere ai politici segnali più coerenti verso la decarbonizzazione.
Negli USA del resto si sta massicciamente investendo in infrastrutture per l’esportazione di gas naturale allo stato liquido e forse non è molto credibile che il loro presidente danneggi il settore del gas (veicolo nel medio termine di una filiera energetica meno carboniosa) a vantaggio dell’industria del carbone.
Carbone per il quale la domanda mondiale è calata per due anni di seguito secondo l'outlook di BP, iniziando un trend che, per usare le parole di Sissi Bellomo del Sole 24 Ore, è difficilmente invertibile.

Non serve quindi una politica internazionale di indirizzo nel contenimento delle emissioni serra? Certo che serve. Secondo Christian de Perthuis, che ne ha scritto su Les Echos del 7 giugno 2017 (ringrazio la preziosa rassegna stampa di Aiget) la politica di decarbonizzazione dev’essere rafforzata puntando sui sistemi di disincentivo economico alle emissioni. E il principale di questi sistemi, l’europeo Emission Trading Scheme, necessita secondo De Perthuis di essere rivitalizzato, come in effetti prevede la proposta della Commissione UE contenuta nel cosiddetto “quarto pacchetto” clima-energia, che nei prossimi mesi passerà al vaglio del Consiglio e del Parlamento UE.
Ne potrebbero essere perfino gli stati americani più sensibili in materia, come la California, scrive De Perthuis, i futuri membri o emulatori.


La crisi del carbone statunitense

Scrivevano Jon Camp e Kris Maher il 20 giugno 2017 sul Wall Street Journal che negli Stati Uniti in 5 anni sono state chiuse 350 centrali elettriche a carbone, sostituite perlopiù da altre a gas, la fonte ormai più diffusa negli Stati Uniti e che ha scalzato il primato che era proprio del carbone come fonte di 1/3 dell’elettricità totale prodotta.
Ne derivano e deriveranno problemi occupazionali non solo alle miniere degli Appalachi, ma alle comunità di vari Stati dell’Est e centro Est come Ohio, Pennsylvania, New Jersey, Tennessee, Michigan.
Come abbiamo visto sopra e in altre puntate (link sotto), la causa di questo è l’accresciuta competitività del gas naturale americano, resa possibile dagli enormi investimenti in nuove tecnologie di estrazione. Ma anche da limitazioni di emissioni inquinanti pericolose (regole indipendenti da quelle sui gas-serra) e dalla migliore flessibilità delle centrali a gas per compensare l’intermittenza delle rinnovabili.

Foto trovata da Giovanna Milner
Ci sono organizzazioni che negli USA chiedono alla politica di fermare questa tendenza, per salvare l’occupazione della filiera del carbone (link sotto).
Ed è comprensibile e inevitabile che ci siano, com’è successo altre volte in relazione a tanti settori che venivano scalzati dal progresso tecnologico. Che ne è stato dell’indotto delle macchine a vapore, dei calcolatori a schede perforate, della fotografia chimica? Molte aziende sono fallite, altre si sono riconvertite, di sicuro il tipo di competenze richieste ai loro lavoratori è almeno in parte cambiato.
Per il mondo dell’energia, l’innovazione di informatica e telecomunicazioni, degli apparecchi di generazione e stoccaggio d’elettricità e delle tecniche – di cui a Derrick già anni fa abbiamo parlato – su ricerca e coltivazione di idrocarburi stanno portando e porteranno cambiamenti enormi. Non è credibile fermarli per garantire continuità agli occupati del carbone.


Reddito minimo e innovazione?

Questo episodio, come tanti altri, secondo me mostra come un paracadute al reddito di chi perde il posto sia importante per aiutare l’innovazione.
Se un’innovazione rischia di buttarmi sul lastrico perché dovrei appoggiarla?
Posso farlo solo se il sistema di welfare mi riduce i danni e aiuta a riconvertirmi.
Se questo è vero, è uno degli argomenti per sostenere che un reddito minimo garantito ben disegnato aiuta ad accelerare l’innovazione e, quindi, a rendere la comunità nel complesso più competitiva e ricca.



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martedì 6 giugno 2017

Turismo macabro? (Puntata 315)

L’altopiano di Campo Imperatore e la catena del Gran Sasso sono tra i luoghi più maestosi e affascinanti d’Italia, all’interno del parco nazionale del Gran Sasso e dei monti della Laga.

Pochi giorni fa volevo raggiungere per un’escursione il monte Camicia, la vetta più orientale del gruppo, e mi avvicinavo in auto dal teramano, a nord. Non volevo fare l’autostrada fino ad Assergi ma il bellissimo e per me più razionale passo di Vado di Sole collegato al paese di Cancelli dalla Strada Provinciale 37 (della provincia di Teramo).
Una strada di montagna molto bella, proprio alla base della imponente parete nord del monte Camicia, ma che da quando ho memoria sembra priva o quasi di manutenzione, d’inverno è soggetta a valanghe e frane e purtroppo ho scoperto essere chiusa anche nella data della mia perlustrazione (3 giugno 2017), benché sul sito della provincia nei giorni successivi si trovassero solo ordinanze di vecchie chiusure invernali.

Sperando di poter aggirare una o più frane motivo del blocco, la mia alternativa per raggiungere Vado di Sole a questo punto potevano essere una serie di strade locali, anche sterrate, per intercettare la strada comunale di contrada Rigopiano che da Farindola sale fino a unirsi alla parte più alta della SP 37 in prossimità del valico Vado di Sole.



I segni rossi rappresentano le barriere di chiusura al traffico.
HR sta per Hotel Rigopiano. La situazione risale al 3/6/2017.
Arrivato alla strada per Rigopiano, ho trovato alcune auto, perlopiù fuoristrada, ferme in corrispondenza di un blocco con divieto di transito. Da una è scesa una signora che mi ha detto di essere in procinto di fare un’”ispezione” e mi ha chiesto dove andassi. “È chiuso” ha detto. Le ho chiesto perché. Mi ha risposto che era incredibile non lo sapessi: era chiuso per evitare il “turismo macabro” alle rovine dell’hotel Rigopiano, benché la strada fosse in condizioni percorribili.

Il monte Camicia mi aspettava e non ho approfondito, visto che mi sarebbe toccata più di un’ora d’auto di percorso alternativo, quando mi ritenevo già a un quarto d’ora dalla meta.

A casa però ho cercato invano sul web la delibera del sindaco Lacchetta di Farindola, citata da giornali locali tra cui "Il Pescara" (link sotto), che in effetti chiuderebbe il transito di contrada Rigopiano per evitare i problemi di viabilità causati dal “turismo macabro”.

Lo stesso sindaco secondo questa fonte solleciterebbe (giustamente) la provincia a riaprire la SP 37.


Bene, io penso questo:


  • Non sono affari di nessun amministratore i motivi per cui la gente si sposta. Reagire a presunte intenzioni censurabili traendone divieti è anzi a mio avviso un abuso di potere.
  • Sono invece affari degli amministratori assicurare l’uso in sicurezza delle infrastrutture di loro competenza e far rispettare le regole di comportamento nel parco nazionale (cosa che, stando a notizie che riporto sotto, non sempre è avvenuto anche nel comune di Farindola).
  • Impedire a un’area molto vasta del teramano di arrivare velocemente a Campo Imperatore in stagione estiva è una lesione enorme della qualità della vita di chi ci vive o di chi visita una zona che giustamente punta, o dovrebbe puntare, all’attrattività delle sue bellezze naturali.


Consiglio anzi all’amministrazione di Farindola di intercettare i cosiddetti turisti macabri e non solo aiutarli a scoprire la zona con accoglienza e servizi, ma anche raccontargli cosa è successo a Rigopiano, magari con un centro documentazione. Che, certo, dovrà in parte attendere la verità processuale prima di fornire informazioni definitive.


Macabri, in questa storia di divieti, a me sembrano solo il moralismo di maniera, la paura della conoscenza e della trasparenza.



Derrick è a disposizione di esperti e amministratori per ospitarli e approfondire il tema.


Censura per Derrick da "Il Pescara"

Derrick ha proposto alla rubrica di segnalazioni dei lettori del Pescara, citato qui come fonte, il testo di questo articolo. Dopo alcuni giorni, è arrivata una mail - priva di spiegazioni e da un indirizzo a cui non è possibile rispondere - con la quale il giornale comunica che l'articolo non è stato "approvato".



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lunedì 22 maggio 2017

La strategia energetica 5 stelle (Puntata 314 e speciale del 26/6/2017))

Abbiamo visto poche puntate fa che il governo sta aggiornando il piano energetico nazionale. Ne ha presentate delle slide riassuntive in parlamento, ma per farne un’analisi affidabile dobbiamo aspettare il documento completo, mentre al momento girano versioni non ufficiali che potrebbero essere passibili di modifiche.
Nel frattempo, il 22 maggio 2017 è stato presentato in una conferenza stampa in parlamento il programma energia del movimento cinque stelle.

Si tratta di un documento ponderoso quasi quanto quello del governo, e anch’esso con un’ampia introduzione di scenari tratti dai soggetti istituzionali come Terna, Eurostat e IEA, in quest’ultimo caso però con riferimento a un outlook sull’Italia decisamente troppo vecchio. Non manca nemmeno una ricapitolazione delle politiche energetiche già incardinate da Europa e Italia. Un documento, lo dico subito, ben fatto, anche se – a mio avviso - con alcune contraddizioni e lacune (però non più di quelle del corrispondente governativo, almeno come visto sino a ora).
Vediamo i principali obiettivi di lungo periodo del piano 5 stelle, il cui anno-obiettivo è il 2050:
  • Efficienza energetica: riduzione dei consumi finali di energia del 37%, tranne consumi navali, rispetto al 2014
  • Utilizzo delle sole fonti rinnovabili per tutti gli usi energetici
  • Forte elettrificazione dei consumi, cioè utilizzo finale di energia in forma elettrica, da portare al 65%, sempre escluse le navi.

Riguardo alla transizione alle rinnovabili e alla decarbonizzazione, il piano prevede obiettivi intermedi ambiziosi: l’eliminazione del carbone per produrre elettricità entro il 2020 (secondo Derrick condivisibile) e tre anni dopo la fine dell’uso di combustibile derivato da rifiuti. Quest’ultima una posizione piuttosto estrema e difficile da conciliare con il mancato uso di discariche che credo sia anch’esso un punto del programma 5 stelle.
Il "bocchettone" di un'auto ibrida plugin
Previsto per il 2030 anche l’abbandono di petrolio e suoi derivati, ma non per trasporti e agricoltura. Che è come dire che l’abbandono non c’è.
Qui mi sembra che i 5S manchino di coraggio: in realtà il mix di gas naturale e elettricità potrebbe permettere tra 13 anni trasporti senza o con poco uso di prodotti petroliferi, e sicuramente sarebbe possibile escluderli nei centri urbani con enormi ricadute positive per la salute del paese. Perché no, dunque? L’apprezzabile proiezione verso il futuro del Movimento in tema energia sembra infrangersi contro l’industria del petrolio o forse dell’auto tradizionale. E contro il settore navale, come abbiamo visto negli obiettivi al 2050.

L’esenzione all’agricoltura dall’abbandono di petrolio e derivati è ancora meno comprensibile. Nel senso che non c’è una ragione per un trattamento di favore del settore. Uno di quelli che, insieme ai trasporti, già più vive di sussidi, e che, per esempio secondo uno studio di Andrea Molocchi (che ringrazio per avermelo segnalato) recentemente pubblicato su Nuova Energia, è più in debito comparando le esternalità negative che dà all'ambiente con le imposte ambientali che paga.
Vogliamo un’agricoltura sostenibile e pulita sì o no? L’agricoltura è buona in sé, perché ci ricorda l’origine bucolica della civiltà, o è buona se competitiva, efficiente, sostenibile, come qualunque altra attività?

Altro punto su cui non mi trovo d'accordo è il mito (non solo in questo programma) dell'autonomia energetica, che nel documento è preconizzata. Qual è il motivo di ritenere negativo l'import di energia e non quello di microprocessori, altre materie prime, automobili e non so cos'altro? Per quale motivo dovremmo autoinfliggerci i costi dell'autarchia energetica?


Intervista a Davide Crippa deputato M5S sul programma energia

Abbiamo approfondito il 26/6/2017 il tema con uno speciale Derrick negli studi di Radio Radicale con Davide Crippa, deputato del M5S membro della Commissione Attività Produttive della Camera. Qui l'audio integrale:

https://www.radioradicale.it/scheda/513062/speciale-derrick

lunedì 15 maggio 2017

Monopoli dell'energia nell'interesse di chi? (Puntata 313)

C'è una novità che rende necessario riprendere un tema che, stando ai contatti su questo blog, ha suscitato molto interesse: i comportamenti scorretti di alcuni venditori di energia.

Una tecnica scorretta tipica, come abbiamo visto anche in una serie di puntate recenti, è alimentare la confusione tra gestore in monopolio della rete locale e fornitore, affermando o lasciando intendere che un venditore d’energia che appartiene allo stesso gruppo societario del gestore della rete sia più affidabile o abbia vantaggi, quando invece la rete dovrebbe interfacciarsi con tutti i venditori nello stesso identico modo, così come un’autostrada fa passare chiunque paghi il pedaggio alle stesse condizioni.
Passerella pedonale nei pressi della stazione Campi Sportivi,
a Roma, sulla linea ferroviaria regionale piazzale Flaminio-Viterbo.
(Foto di Derrick)

Ma c’è di peggio che millantare vantaggi da parte dei gruppi societari presenti su entrambi i fronti, ed è sfruttarli davvero. Per esempio usare le informazioni possedute in quanto gestore di rete per fare offerte mirate a clienti serviti da altri. È come se TIM, l’ex Telecom, che deve assicurare accesso alla parte condivisa di infrastruttura a tutte le compagnie telefoniche, e quindi in possesso di informazioni su quale cliente è servito da chi, chiamasse i clienti di altri gestori usando queste informazioni per convincerli a farsi servire da TIM.

In più nell’energia c’è un altro monopolio, quello della fornitura della tariffa regolata di “tutela”, affidata per legge in esclusiva al venditore dello stesso gruppo societario del distributore locale.
Se il fornitore di questo servizio, regolato e in monopolio, usa il contatto col cliente per proporgli un’altra sua offerta nel mercato libero, sfrutta un suo vantaggio monopolistico.

Comportamenti, quelli qui sopra, che si configurerebbero come abuso di posizione dominante secondo le norme antitrust.

Ebbene: l’Autorità antitrust italiana ha appena aperto tre procedure d’infrazione proprio per gli abusi che ho elencato, a carico di Enel, A2A e Acea, ritenendo degne d’attenzione numerose segnalazioni di clienti e concorrenti.
Gli illeciti presunti di Enel, in particolare, sono documentati da registrazioni di telefonate come quelle pubblicate da La Notizia, che colgono venditori nell'atto di sfruttare illegittimamente i vantaggi informativi del monopolio di rete locale della stessa Enel.
E se questi casi possono essere iniziative di venditori esterni che violano le direttive della stessa azienda (ma la complicità con qualcuno che ha i dati è necessaria per farlo), è clamoroso che proprio l’Enel sia stato l’unico venditore di energia in Italia a compiere una battaglia legale contro l’obbligo di chiara separazione dei marchi tra distribuzione e vendita. Obbligo che peraltro ha rispettato in modo elusivo, così come Acea, con marchi per la società di distribuzione che richiamano incontrovertibilmente quelli del gruppo.

Seguiremo naturalmente come andrà a finire e se gli addebiti verranno confermati dall’antitrust.
Intanto una riflessione: cos’hanno in comune queste tre aziende?
Sono tutte controllate dall’amministrazione pubblica, oltre a essere anche quotate.

Vuoi vedere allora che il controllo pubblico non è garanzia di correttezza nel rispetto delle norme?
Recentemente il presidente della commissione Attività Produttive della Camera, Massimo Mucchetti, spesso molto critico con privatizzazioni e liberalizzazioni, ha auspicato in seduta plenaria che si valuti, in relazione a possibili privatizzazioni di aziende pubbliche, non solo l’introito dalla vendita, ma anche il valore dei mancati dividendi futuri per lo Stato.
Economicamente non fa una piega.

Ma quella del fare utili con le partecipate è una motivazione a doppio taglio per i fan delle partecipazioni pubbliche, perché sottende che non c’è motivazione prevalente di perseguimento di un qualche bene pubblico nell’avere lo Stato azionista di aziende, bensì quella di mettere le mani in settori remunerativi, comprando azioni coi soldi dei cittadini (i quali, per inciso, con società quotate in borsa se vogliono possono farlo da soli con tre clic sul sito della propria banca).

Il guaio è che dove l’azionista di controllo è lo stesso che stabilisce le regole del gioco sul mercato di riferimento la concorrenza rischia di essere falsata.
Si sarebbe permesso un operatore indipendente di mercato uno spregio delle regole e un senso di impunità pari a quello di cui stiamo parlando dell’Enel?

Auguro all’AGCM la forza per svolgere con autonomia questa indagine malgrado tocchi, oltre all’interesse dei cittadini-clienti dei servizi energetici, anche lauti dividendi del Tesoro, del comune di Milano e di quello di Roma.

martedì 2 maggio 2017

La lista della spesa (Puntate 311-312)

Caldaia e muro fotografati da Derrick
nella palestra del circolo Arci Bellezza di Milano
Il ministro Calenda, il cui dicastero è responsabile di quella che chiamiamo politica industriale italiana, ha dichiarato che un fallimento di Alitalia sarebbe un disastro, e che quindi bisogna garantirne la continuità in attesa di trovarne un compratore.

Se fossero soldi miei, l’ultima cosa che farei con un’azienda che perde drammaticamente in un settore dove i concorrenti guadagnano sarebbe garantirne continuità.
E l’incubo purtroppo è che sì, nuovamente ora sono soldi miei.


Dopo Alitalia la fine del mondo?

Abbiamo già visto qui a Derrick, basandoci su uno studio IBL del 2014 che analizza esperienze di altre compagnie aeree, che quando ci sono in ballo asset di grande costo e valore, come aerei presi a leasing e slot per tratte di forte interesse, se viene meno un’azienda il mercato si organizza in fretta per rimettere in aria gli aerei e rioccupare gli slot, e che nei casi di aviolinee in dissesto liquidate e acquistate da altra proprietà l’effetto di medio periodo è stato un incremento e non decremento di traffico nelle rotte e negli scali serviti in precedenza.

Se fosse quindi proprio di discontinuità che ha bisogno Alitalia, o meglio chi paga le tasse e la parte più competitiva di chi ci lavora?
Se io fossi un dipendente in gamba della compagnia, e avessi fino a oggi dovuto accettare accordi di solidarietà per rendere possibili i vari salvataggi, avrei votato ora contro l’accordo, nella speranza non di un salvataggio ma di una liquidazione a breve e riassunzione da parte di una nuova proprietà sulla base della professionalità che io ho da offrirle. Senza più dovermi sobbarcare i danni e il costo di un management e di altri colleghi che evidentemente per competenze o stipendi sono un peso e quindi probabilmente non hanno le caratteristiche per essere riassunti alle stesse condizioni da un’azienda competitiva.


La lista della spesa

E mentre sta per compiersi l’ennesimo trasferimento di soldi pubblici a un’azienda privata presunta strategica, ho letto – seppur tardivamente – “La lista della spesa” di Carlo Cottarelli, Feltrinelli, uno dei cui capitoli riguarda proprio i trasferimenti pubblici alle aziende, 32 miliardi nel 2013. Definizione che contiene di tutto, anche i prestiti come quello ad Alitalia, e anche pagamenti a fronte di contropartita.
Un sottoinsieme dei trasferimenti sono i sussidi veri e propri: soldi che lo Stato dà ad aziende private allo scopo di aiutarle a esistere o a vendere sottocosto, il che, nei settori di mercato, equivale ad aiutarle a battere la concorrenza di altre aziende non sussidiate.
Esempi di sussidi ad aziende private in concorrenza sono quelli all’agricoltura, in buona parte attraverso sconti fiscali, alla scuola privata (in violazione secondo Cottarelli dell’articolo 33 della Costituzione - ma qui la definizione di sussidio è opinabile perché una contropartita c'è, mentre resta il fatto che senza un sistema di voucher e di piena concorrenza non si capisce perché lo Stato debba pagare due volte per la messa a disposizione dell'istruzione) e soprattutto, appunto, ai trasporti.

Talvolta si tratta di ambiti dove il mercato non è disposto a pagare il servizio abbastanza da renderlo fornibile in quantità e a prezzi considerati socialmente corretti, come in parte del trasporto pubblico locale. Altre volte, come per gli oltre quattro miliardi/anno (dato questo aggiornato da Derrick) di sconti su accise su carburanti al trasporto pesante, lo Stato per motivi incomprensibili vuole forse rendere artificiosamente economico spostare merci su e giù per il Paese (e lo fa nel modo peggiore possibile: dando sconti sui carburanti, aiutando quindi chi inquina di più. Lo dico solo io? No, lo dice il ministero dell'ambiente). 

Ecco, nel caso Alitalia, che opera in un mercato dove i prezzi di riferimento dipendono per fortuna sempre più dalla concorrenza e non dalle decisioni di una singola azienda, nemmeno il fine di abbassare i prezzi per gli utenti è invocabile a motivo dei sussidi.


Qualche numero su sussidi e spesa fiscale

Il mare dei sussidi pubblici, molti dei quali in forma di spesa fiscale, rispecchia un forte interventismo dello Stato nell’economia anche in assenza di partecipazioni pubbliche, e io credo rispecchi anche l’ipertrofia stratificata e polverizzata della nostra attività legislativa, piena di facilitazioni a questa o quella categoria, spesso senza una coerenza tra misure.
La relativamente piccola dimensione di molte delle misure prese singolarmente, ognuna delle quali ha però beneficiari pronti a protestare, probabilmente concorre alla difficoltà nell’aggredire questa forma di spesa, anche quando è impossibile trovare una ragione sensata o quando c’è evidente contraddizione tra spese diverse.

Di quanto stiamo parlando?

I sussidi in forma di trasferimenti di Stato centrale e regioni alle aziende valevano oltre 41 miliardi nel 2011 secondo Giavazzi, in un’analisi poi ripresa da Giarda e Flaccadoro. Quelli, sempre in forma di soli trasferimenti diretti, del solo Stato centrale e del sistema di parafiscalità di bollette energetiche valevano secondo il ministero dell’Ambiente 19 miliardi nel 2016.

Più complicato computare l’erosione fiscale, cioè il valore delle facilitazioni fiscali, che è generalmente considerabile sussidio in quanto priva di contropartita in termini di fornitura di beni allo stato. Secondo il ministero dell’Ambiente (link sopra e alla fine dell'articolo) essa, escludendo gli enti locali e includendo la parafiscalità energetica, ammonta a 22 miliardi/anno, di cui circa 16 sono da eliminare in quanto dannosi all’ambiente e/o contrari a impegni interni e internazionali del Governo
Il MEF nel suo primo rapporto sull’erosione fiscale elude una quantificazione complessiva, ma fornisce un catalogo che utilizzo per queste considerazioni.

  • Una prima classe di sussidi fortemente discriminatori e incoerenti con le politiche ambientali l'abbiamo citata sopra e riguarda gli sconti su accise a carburanti e combustibili fossili soprattutto a trasporto commerciale e agricoltura per circa 4 miliardi/anno..
  • L’agricoltura è poi una star dei sussidi, soprattutto attraverso le più disparate esenzioni di imposta, che superano i 2,3 miliardi secondo il MEF.
  • C’è poi la tanto venerata prima casa, sussidiata per oltre 10 miliardi all’anno, in questo caso in favore di persone fisiche.
  • Anche la spesa fiscale per la “competitività” e per la riduzione del cuneo fiscale delle aziende è altissima (oltre 13 miliardi) anche in seguito a recenti misure. Ora, se è vero che il cuneo fiscale è un elemento decisivo di competitività, sarebbe credo meno distorsivo e arbitrario affrontarlo con una riduzione generalizzata delle tasse anziché con misure di incentivo all’acquisto o ammortamento di determinati beni o defiscalizzazione solo temporanea e selettiva del lavoro.


Ho un sogno

Ho un sogno: una revisione fiscale con forti riduzioni di aliquote d’imposta insieme al reset di gran parte della spesa fiscale, che contribuirebbe in modo decisivo a finanziarla. Si toccherebbero molte rendite, ma forse la generalità dei contribuenti apprezzerebbe. O forse no: se chi difende una rendita reagisce con più determinazione di chi aspira a un fisco più ragionevole.


Riferimenti

Ringrazio Matteo Anniballi per una sua osservazione utile a rendere il testo, spero, più preciso