lunedì 21 agosto 2017

Autorità per l'energia da oggi più cara (Puntata 324, in Radio il 22/8/17)

Nello schema del mercato liberalizzato dell’energia, un ruolo fondamentale è quello dell’Autorità indipendente, che da noi recentemente ha acquisito anche le competenze sul servizio idrico, e che sulla base di una legge del ’95 ha compiti fondamentali di regolazione anche tariffaria e di vigilanza rispetto alle aziende del settore, e, insieme all’antitrust, di protezione dei consumatori. Come previsto dalle norme UE, l’Autorità dev’essere autonoma dal Governo (questo a maggior ragione è importante da noi dove l’esecutivo è azionista di controllo degli operatori più grandi, e quindi si pone in permanente e grave conflitto tra l’interesse d’azionista e la difesa della concorrenza).

Un'opera fotografata da Derrick
alla Tate Britain di Londra il 16/8/2015
Autonomia implica anche sostentamento senza trasferimenti dall’amministrazione centrale, per questo l’Autorità italiana per l’energia e l’acqua – come altre autorità indipendenti - è pagata da un contributo delle aziende dei settori soggetti alla sua giurisdizione, calcolato sulla base del loro fatturato. Base imponibile che comporta alcune distorsioni: per esempio le aziende integrate pagano complessivamente meno di quelle con tante entità legali che si scambiano energia tra le varie fasi, e in generale il contributo non tiene conto della capacità di produrre effettivamente utili, come ha notato in passato l'Aiget, associazione di trader e venditori indipendenti d'energia.
D’altra parte, se la logica è quella di far contribuire i soggetti sulla base del lavoro che causano all’Autorità, è corretto che paghino anche quelli (compresi i tantissimi piccoli dell’energia) che guadagnano poco o niente ma che vanno comunque vigilati. Ma proprio in questa logica dovrebbe anche tenersi massicciamente conto che i monopolisti nella gestione delle reti, i cui guadagni dipendono pressoché interamente dalle tariffe stabilite dall’Autorità, sono o dovrebbero essere i principali obiettivi del suo lavoro, e quindi dovrebbero contribuire di più e non di meno, come il criterio del fatturato invece comporta su aziende tipicamente con altissimo rapporto redditività/ fatturato come Terna, Snam e le utility cittadine.

Dopo un lungo periodo di aliquota di contribuzione fissa, quest’anno l’Autorità ne ha deliberato – in accordo col Governo come prevede la legge – un aumento clamoroso, di quasi il 20% medio per le aziende energetiche, rispetto al valore precedente che comportava un gettito di circa 55 milioni complessivi e, per la prima volta, ha differenziato l’aliquota per i soggetti che svolgono attività in monopolio, intervenendo positivamente, ma ancora poco, su quella distorsione cui accennavo sopra.

Si tratta di una decina di milioni in più di costo dell’Autorità, non poco, che sollevano secondo Derrick almeno tre quesiti:
  1. Visto che dal bilancio dell’Autorità del 2016 risultano 7 milioni di trasferimento al ministero dell’economia, non stiamo forse assistendo a una tassa di fatto in vista di maggiori trasferimenti futuri?
  2. Rispetto a uno Stato centrale soggetto a tagli di spesa ormai costanti da anni, è corretto che le Autorità indipendenti non ricevano altrettanta pressione all’efficienza? O meglio: evitando tagli lineari distruttivi, non potrebbero le Autorità essere remunerate anche sulla base di parametri di successo, come la qualità dei servizi oggetto di regolazione (generalmente in aumento nell’energia italiana liberalizzata) e la capacità di rendere efficienti i soggetti concessionari di attività in monopolio, per esempio premiando la riduzione dello spread tra remunerazione del capitale investito ammessa in tariffa e tassi d’interesse di mercato?
  3. La stessa Autorità nella delibera di aggiornamento del contributo motiva il maggiore fabbisogno anche con l’espansione di attività nel settore idrico, che ha minore capacità contributiva. Stiamo assistendo a un sussidio incrociato tra settori? L’”acqua pubblica” sussidiata – in questa voce - dall’energia privata?


Link utili


lunedì 7 agosto 2017

Legge concorrenza e energia (Puntata 323 in radio l'8/8/17)

Con la legge concorrenza sono state approvate anche norme sul mercato al dettaglio dell’energia che potrebbero, ma come vedremo sotto non è detto, aumentarne la competitività.

Il punto principale è la fine delle tariffe cosiddette di “maggior tutela”, regolate dall’Autorità di settore e con una componente di costo all’ingrosso che dipende dai mercati, prevista per il lontano luglio 2019. Certamente un passo avanti per la concorrenza del mercato in particolare elettrico. La tariffa di tutela infatti è distorsiva, soprattutto perché nell’elettricità può essere fornita dai soli monopolisti storici (Enel e utility locali), i quali non hanno dovuto sostenere costi di acquisizione dei clienti – costi che sono la barriera principale al cambio di fornitore - e possono operare politiche aggressive sul mercato anche grazie alla lauta remunerazione delle loro attività regolate nella gestione delle reti, attraverso tariffe che si configurano come una sorta di tassa di fatto a favore (anche) di Stato e enti locali azionisti.
Un'installazione alla Triennale di Milano del 2015

A fronte della buona notizia della fine della tutela, il testo della legge Concorrenza non scioglie però nodi che saranno decisivi per capire fino a che punto l’innovazione sarà davvero pro concorrenza. In particolare, il testo finale non esclude che possa operarsi un trasferimento dei clienti oggi in tutela alle società collegate ai medesimi fornitori attuali. Giuridicamente sarebbe abominevole: un decreto dovrebbe attribuire vantaggi specifici a imprese dello stesso gruppo di quelle che oggi forniscono il servizio di tutela, in violazione di norme fondamentali che ne prevedono invece la separazione proprio per evitare simili vantaggi sleali.
Se questo è il timore espresso del senatore Mucchetti, presidente della commissione Industria al Senato, mi sento di condividerlo. Lo stesso Mucchetti del resto nella precedente lettura al Senato aveva proposto un meccanismo per cui i clienti passivi, cioè quelli serviti nel mercato di tutela e che non operino alcuna scelta prima della scadenza, sarebbero dovuti confluire in una sorta di servizio di transizione fornito da operatori scelti attraverso aste e con limiti antitrust.

Ed è proprio su questo punto fondamentale che la versione finale della legge Concorrenza diventa invece elusiva: perché prevede sì un servizio di “salvaguardia” che garantisca la fornitura a chiunque, ma non che su di esso confluiscano i clienti passivi.
Un vuoto per riempire il quale c’è appunto il rischio di decreti che favoriscano l’Enel e le utility locali monopoliste della distribuzione e dell’attuale fornitura elettrica in tutela.

Una volta ancora – in un settore liberalizzato ma solo parzialmente privatizzato - il Governo dovrà decidere se far prevalere i suoi interessi di azionista dell’Enel o di promotore di concorrenza.

Link utili

Il testo della legge concorrenza come approvato al Senato il 2/8/17 (commi in tema energia a partire dal 59):


lunedì 31 luglio 2017

Chi è a secco e chi no nell'energia (Puntata 322 del 1/8/17)

La volta scorsa abbiamo parlato anche qui a Derrick di carenza idrica, che ha un impatto anche nella produzione di energia elettrica.

Fino a qualche decennio fa, un Po quasi secco come quello che abbiamo visto quest’estate avrebbe probabilmente rischiato di causare un blackout per impossibilità di usare l’acqua del fiume per raffreddare gli impianti, compreso quello nucleare di Caorso, tra Piacenza e Cremona.

Oggi invece le centrali più moderne hanno circuiti idrici chiusi e non restituiscono all’ambiente acqua più calda o in minore quantità di quella che prelevano. Infatti non ne prelevano o quasi, e usano scambiatori acqua/aria per raffreddare l’acqua usata come vettore termico.

Ma se manca la pioggia la produzione netta delle centrali idroelettriche inevitabilmente ne risente. Anche per questo la siccità, unita alle temperature molto alte di luglio e a un maggior uso dei condizionatori, avrebbe potuto causare un picco dei prezzi dell’elettricità italiana in questo luglio, cosa che finora non è avvenuta. I prezzi medi nella borsa elettrica a luglio 2017 sono rimasti sotto i 50 €/MWh, un livello assolutamente moderato rispetto alla storia dei mercati. (Le cose sono andate molto diversamente nella prima settimana di agosto, come accennato sotto).

Come mai? Secondo la società di consulenza Energy Advisors un elemento-chiave è la minor richiesta di punta massima di potenza da parte dei consumatori. In altri termini, e semplificando, quest’anno rispetto ai record di due anni fa la rete non si è mai trovata con un prelievo tale da dover accendere anche centrali di picco, flessibili ma inefficienti. Questa riduzione potrebbe essere dovuta in parte a una ulteriormente aumentata diffusione del fotovoltaico di piccola taglia, che tipicamente limita il prelievo netto dalla rete proprio nelle ore più calde, ma difficilmente questo spiega l’intero effetto.

Se i produttori, idroelettrici e non, continuano mediamente a tirare la cinghia sul mercato italiano dell’energia, non si ferma la bonanza dei gestori di reti. Un fenomeno non solo italiano stando alla segnalazione dell’associazione inglese di consumatori Citizen’s Advice Bureau, che stima che negli ultimi 8 anni i clienti elettrici inglesi abbiamo pagato 7,5 miliardi di Sterline non dovuti alle reti elettriche a causa delle tariffe troppo generose concesse dalla locale autorità per l’energia. Remunerazioni eccessive perché non commisurate al basso rischio dell’attività i cui proventi, appunto, son stabiliti in anticipo dalle autorità.
Intanto da noi Terna porta a casa una nuova semestrale ricchissima, con un utile netto aumentato di oltre l’8% rispetto allo stesso periodo precedente, e non stupisce né che il suo amministratore delegato ritenga necessario continuare con investimenti massicci, né che abbia facilità nel reperire i capitali sui mercati.

Fiammata ad agosto

I prezzi all'ingrosso della borsa elettrica italiana, dopo la prima edizione di questo articolo, si sono infiammati nei primi giorni di agosto [2017], superando per esempio il 4/8/2017 i 100 €/MWh in tutte le ore diurne e serali, con un picco di potenza richiesta di oltre 55650 MW che ha sfiorato il record del luglio 2015.
Molto insolito che simili valori si registrino ad agosto. Evidentemente si è trattata di una prima settimana in cui il picco del caldo ha colto con gran parte delle attività economiche energivore ancora operative.

Link utili




lunedì 24 luglio 2017

Acqua e tempeste solari (Puntata 321)

Cari amici di Derrick, non so quanto sia stata una buona idea quella dell’amministrazione romana di paventare esplicitamente razionamenti dell’acqua in risposta alla mossa della Regione di sospendere i prelievi dal lago di Bracciano a fine luglio [2017].
Scogli sulla sacca di Scardovari
fotografati da Derrick nel 2011
Se la sindaca di Roma ha a mio parere ragione a lamentarsi dell’unilateralità di Zingaretti (se effettivamente è andata così), credo abbia però sbagliato risposta, perché preannunciare razionamenti rischia di provocare accaparramenti e quindi un incremento dei consumi, con l’acqua accumulata che poi rischia di andare in parte sprecata.
Intanto prevedo che prima dell’acqua finiscano le taniche nei negozi di Roma. Non ci credete? Leggo sull’ultimo Economist che quando in Cile un terremoto del gennaio 2010 mandò in tilt la rete elettrica la gente iniziò ad accaparrare beni in quantità di cui non aveva alcun bisogno, creando già per questo problemi di disponibilità nei negozi.

E a proposito, sapete qual è secondo più di un’agenzia di esperti, tra cui l’americana Storm Analysis Consultants, uno dei rischi più insidiosi per i sistemi di trasmissione elettrica? Le tempeste magnetiche solari che, com’è già successo in Canada il 13 marzo 1989, possono rompere i trasformatori delle stazioni elettriche. Trasformatori da centinaia di tonnellate la cui fornitura può richiedere anche un anno tra l’ordine e la consegna e la cui capacità produttiva, secondo una commissione sulla resilienza alle catastrofi del Congresso americano, non renderebbe possibile una sostituzione a breve di molti trasformatori contemporaneamente per una grande rete.
In Canada nell’89 i danni furono abbastanza isolati e la rete collassò solo per 9 ore, più o meno come nel blackout italiano del 2003.
Ma tempeste più forti sono possibili. Per esempio leggo su Le Scienze che nel 1859 (quando le lampade andavano a olio) ce ne fu una che portò a Roma l’aurora boreale. E un blackout nazionale di settimane comporterebbe eventi a catena con verosimile forzata militarizzazione del paese e problemi di ordine pubblico e sanitari di ogni tipo.

Un vantaggio dell’Italia su questo fronte è la disponibilità di centrali idroelettriche a bacino, che possono fornire elettricità localmente accendendosi anche senza essere a loro volta alimentate, cosa che invece non avviene per gran parte delle altre centrali.

E così da una divagazione all’altra siamo tornati all’acqua. Spero che l’emergenza a Roma venga affrontata con cali di pressione e sospensione di utenze industriali non indispensabili, anziché con interruzioni alle forniture domestiche.
Nel frattempo Acea, controllata dal Comune e quindi “pubblica” come piace all’ampio popolo del sì all’acqua pubblica, fa proprio dall’acqua il 44% degli utili lordi del primo trimestre 2017, con trend crescente. E, va anche detto, investe nel settore più che nello stesso periodo del 2016, oltre 50 milioni. Attenzione, però, li investe in parte per attività di distribuzione d’acqua all’estero tra cui Colombia, come risulta dalle slide del bilancio trimestrale pubblico.

Del resto, se l’acqua è pubblica, lo è senza confini, no?


Link utili



martedì 18 luglio 2017

Bollette elettriche su consumi presunti (Puntata 320)

Torna una puntata di Derrick di supporto, spero, alla gestione del contratto domestico di fornitura elettrica. Parliamo di bollette su dati di consumo presunti e non reali. Un’anomalia che può capitare e rivelarsi piuttosto infida e, per essere risolta, richiede la capacità di leggere il proprio contatore.

Allora: se avete ricevuto una bolletta elettrica con consumi strani rispetto al solito leggete se è basata su dati di consumo effettivi (cioè acquisiti dal distributore automaticamente attraverso il contatore elettronico) oppure presunti. In quest’ultimo caso, in assenza di dati di lettura comunicati dal cliente attraverso la lettura manuale del contatore, il venditore di energia stima un consumo per il periodo fatturato, guarda caso spesso superiore a quello reale.

Dunque ecco le istruzioni su come proteggersi e possibilmente evitare di anticipargli dei soldi.

Contatore elettronico monofase
montato a Roma da Acea (oggi Areti)
Se vivete a Roma, dove come nel mio caso le mancate letture da parte del distributore Areti (gruppo Acea) non sono rare, avete probabilmente un contatore come quello nella foto, e dovete premere l’unico bottone sotto il display e appuntarvi cinque dati che appariranno in schermate successive: il numero nella schermata contrassegnata da “A+”, che è il consumo complessivo in megawattora da quando il contatore è stato installato o resettato, e poi i tre o quattro numeri in corrispondenza di “A+ (T1)”, dove la cifra passa da 1 a 4 (o 3), i quali costituiscono la scomposizione del consumo complessivo per fasce orarie, rilevanti se avete una fornitura con prezzo differenziato in base all’orario di consumo.

Se non vivete a Roma e avete un contatore E-distribuzione (Gruppo Enel) o altrui elettronico di prima generazione, la procedura è molto simile e sotto (o altrove in rete) trovate link alle istruzioni dei contatori più diffusi.
Le quali hanno comunque un valore indicativo, perché i contatori sono stati installati nel giro di oltre dieci anni in versioni differenti e i loro software possono essere stati aggiornati più o meno recentemente. In generale, la lettera A corrisponde a valori di consumo di energia attiva, quella che vi serve. Potete tralasciare le cifre eventuali contrassegnate da R, mentre P indica il picco massimo di potenza assorbito, talvolta anch’esso distinto per fasce, utile per vostra informazione ma non ai fini della rettifica dei consumi.

Se avete un contatore di ultimissima generazione, che E-distribuzione chiama Open Meter e vi è appena stato installato, riferitevi invece alle istruzioni fornite con esso. Sarebbe abbastanza clamoroso che il distributore non riuscisse a leggere questa macchina da remoto.

Forti dei numeri acquisiti, chiamate il fornitore al numero scritto in bolletta (quello dedicato all’autolettura, o in mancanza quello del customer care, o entrambi) per comunicare la lettura, e fatevi confermare che essa è stata acquisita.

Se la bolletta con consumi presunti superiori a quelli appena riscontrati non è ancora pagata, vi conviene chiedere anche la riemissione con annullamento di quella sbagliata.

Se poi siete gente a cui piace farsi valere fino in fondo, intanto avete l’ammirazione incondizionata di Derrick, dopodiché vi invito a scrivere un reclamo scritto al fornitore (se vi sembra che ci abbia marciato con la stima dei consumi) e in ogni caso al distributore che non è stato capace di leggere il contatore, attività per cui è pagato in bolletta.
Se non ricevete risposta ai reclami, o ne ricevete una insufficiente o elusiva, chiamate anche il numero verde dell’Autorità Energia: 800 166654.

E scrivete in ogni caso a derrick.energia@gmail.com, raccontando com’è andata.

Grazie!


Link utili



martedì 4 luglio 2017

Banche venete: perché niente bail-in? (Puntata 319)

Vanno salvate le banche dal fallimento?

Gli economisti perlopiù ritengono di sì, per evitare il moltiplicarsi di effetti avversi in particolare sul funzionamento delle imprese con conseguenze recessive acute.

Nel salvare Popolare di Vicenza e Veneto Banca il Governo credo però avesse l’opzione (anche se non l’obbligo in questo caso) di fare un bail-in, cioè di far partecipare alle perdite non solo gli azionisti ma anche tutti gli obbligazionisti, perlomeno quelli non in grado di dimostrare di essere stati truffati, e i correntisti sopra la soglia dei 100mila euro (ammesso che ce ne fossero ancora).
Nelle sue dichiarazioni non mi pare che il ministro Padoan abbia spiegato perché quest’opzione non fosse praticabile, e l’unico indizio in tal senso l’ho letto su un articolo non firmato del Financial Times del 27 giugno 2017 secondo cui alcune delle obbligazioni senior erano comunque contrattualmente coperte da garanzia dello Stato.
Il Governo, decidendo di non far perdere un Euro agli obbligazionisti senior (quelli privilegiati nel rimborso), non ha protetto aziende beneficiarie di credito ma investitori che, salvo truffe nel collocamento dei titoli, avevano deciso di correre un rischio in cambio di un rendimento (due dimensioni correlate nei mercati finanziari efficienti).

Io non ho nulla contro chi specula coi suoi soldi. Anche la speculazione aiuta i mercati a funzionare. Se qualcuno ha recentemente ritenuto di rischiare, con una scommessa al buio, comprando sul mercato secondario (quello dei titoli già emessi) obbligazioni senior delle banche a rischio fallimento a prezzi più bassi del valore del rimborso, l’ha fatto legittimamente. Costui non è vittima di truffe in sede di prima collocazione dei titoli, ma anzi è un investitore evoluto e molto propenso al rischio.
Qual è dunque la ratio di garantire coi soldi delle tasse il successo di queste speculazioni? Io credo che il Governo dovrebbe spiegarlo. L’argomento che toccare obbligazionisti senior e correntisti facoltosi avrebbe causato un rischio sistemico è a mio avviso debole, visto che si tratta di una piccola parte del buco di due banche che nemmeno nella loro interezza, secondo l’UE, potevano dirsi di rilevanza sistemica.
Se poi l’investimento lastminute in obbligazioni senior si fosse basato su notizie privilegiate circa l’azione imminente del salvataggio, si configurerebbe anche un gravissimo abuso, sanzionabile sulla base delle norme dei mercati finanziari. Le autorità hanno vigilato su questo? Lo faranno? Ci sono stati passaggi anomali di obbligazioni nell’imminenza dell’operazione?


Link utili:


martedì 20 giugno 2017

Dov'è il mercato? (Puntata 317, in replica in radio il 15/8/17)

Mi ha colpito un articolo sull’Economist ("The everything makers - Indian state-owned companies", a pag. 57 dell'edizione cartacea), come sempre su questo periodico non firmato, del 3 giugno 2017.
Parla di come nell’economia indiana sia forte la presenza delle aziende di Stato eredità del passato socialista del paese. Aziende che perlopiù perdono soldi in settori competitivi dove non riescono a essere abbastanza dinamiche (Air India, in rosso dal 2007, ne è presa a esempio), oppure guadagnano in settori monopolistici.
E aziende che secondo l'Economist da un lato dispensano lavoro con finalità di welfare, dall’altro usano grandi quantità di capitale – risorsa scarsa in India – spiazzando gl’investimenti privati e remunerandolo – monopoli a parte – meno delle aziende private.
Il segmento dei monopoli pubblici indiani, in particolare nell’energia, invece macina l’80% dei profitti di tutte le aziende pubbliche, senza che però questi monopolisti siano efficienti. Per esempio Coal India, nel settore del carbone, ha un output per turno/uomo di un ottavo rispetto a quello di Peaboy energy, competitor americano.


(Alcune) liberalizzazioni senza privatizzazioni

Dove liberalizzazioni e concorrenza sono state introdotte, come nel caso dell’aviazione civile, le aziende pubbliche indiane hanno massicciamente perso quote di mercato e bruciato capitale pubblico visto che la loro privatizzazione invece è stata perlopiù rimandata e le azioni sono quindi rimaste in mano allo Stato.


E in Italia?

Quanto pesano nella nostra economia le aziende controllate dallo Stato?
Prendiamo le tabelle del report “Italian leading companies” dell’ufficio studi di Mediobanca (link sotto) e scopriamo che nel comparto industria e servizi la prima azienda per fatturato è saldamente il privatissimo gruppo FCA.
Dietro di lui però: Eni, Enel, Gestore dei Servizi Elettrici (l’agenzia del Tesoro che gestisce i sussidi alle fonti elettriche rinnovabili e altre partite energetiche regolate), Telecom (ora TIM, non più del Tesoro ma operante anche nel settore regolato delle reti delle telecomunicazioni), Finmeccanica. Poi arriviamo alla holding Edizione dei Benetton, con partecipazioni importanti in settori monopolistici regolati come autostrade e aeroporti, e finalmente a Edison, azienda acquisita dalla francese EDF e che si occupa di segmenti puramente di mercato dell’energia, a differenza del gigante Enel, controllato dal Tesoro, che fa la maggior parte dei suoi utili nella gestione monopolistica delle reti con tariffe stabilite dall’Autorità dell’Energia.

Ci sono differenze con l’India? Direi di sì: parte delle nostre aziende a controllo pubblico dimostrano almeno in alcuni dei loro business di essere competitive sui mercati anche internazionali (ma con il pericolosissimo rischio di sussidi incrociati dai settori in monopolio, a spese degli utenti italiani, in favore dei loro business competitivi).
La cosa poco diversa rispetto all’India è invece la vastità del business di aziende controllate dallo Stato o attraverso la proprietà o in quanto arbitro delle regole di business monopolistici.

È chiaro che queste osservazioni, limitate alle aziende più grandi per fatturato, sono influenzate dal fatto che tra le aziende private italiane ci sono pochissimi giganti. Ma al prossimo che si lamenta con me del pericolo del dilagare del "turboliberismo" e dell’economia privata di mercato chiederò di dirmi dove l’ha visto questo dilagare. Lo ammetto: è un posto dove mi trasferirei volentieri.


Link utili

lunedì 12 giugno 2017

USA: accordo di Parigi e futuro del carbone (Puntate 316 e 318)

Come ricordano Marzio Galeotti e Alessandro Lanza su Lavoce.info (link sotto), l’accordo di Parigi di fine 2015, già ratificato da 147 paesi sui 197 rappresentati nella Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) firmata a Rio de Janeiro nel 1992, è uno degli strumenti che traducono in azione l’obiettivo della Convenzione, cioè stabilizzare in tempo utile le concentrazioni di gas a effetto serra nell’atmosfera a un livello sufficiente a escludere effetti pericolosi delle attività̀ umane sul sistema climatico.

Notano sempre Galeotti e Lanza come Trump abbia scelto di recedere dall’ultimo patto operativo (l’accordo di Parigi) ma non dalla Convenzione quadro. Come mai? Forse perché uscire da una convenzione ratificata da un presidente repubblicano (Bush) e dal senato sarebbe stato difficile, o forse per accontentare il proprio elettorato senza in realtà avere effetti immediati, visto che l’uscita dall’accordo di Parigi, per come disciplinata dallo stesso accordo, richiede una procedura abbastanza lunga da prolungarsi fin verso la fine del mandato di Trump. Il quale, almeno per ora, non ha messo gli USA in un territorio di formale illegalità rispetto ai termini dei patti contratti, come io qui a Derrick invece prefiguravo sulla base delle dichiarazioni americane in seno al G7 energia qualche tempo fa.
Una sala per banchetti abbandonata, fotografata da Derrick

In che modo possiamo osservare se le economie mondiali si stanno o non stanno preparando a un futuro a basse emissioni-serra? Guardando gli investimenti e le scelte delle aziende, che sono solo in parte determinate da politiche vincolanti degli Stati, visto che chi prende decisioni economiche di lungo termine deve farsi un’idea di come sarà il futuro anche anticipando le decisioni politiche. E abbiamo visto a Derrick che sono state anche le aziende, perfino del settore petrolifero come Exxon, a chiedere ai politici segnali più coerenti verso la decarbonizzazione.
Negli USA del resto si sta massicciamente investendo in infrastrutture per l’esportazione di gas naturale allo stato liquido e forse non è molto credibile che il loro presidente danneggi il settore del gas (veicolo nel medio termine di una filiera energetica meno carboniosa) a vantaggio dell’industria del carbone.
Carbone per il quale la domanda mondiale è calata per due anni di seguito secondo l'outlook di BP, iniziando un trend che, per usare le parole di Sissi Bellomo del Sole 24 Ore, è difficilmente invertibile.

Non serve quindi una politica internazionale di indirizzo nel contenimento delle emissioni serra? Certo che serve. Secondo Christian de Perthuis, che ne ha scritto su Les Echos del 7 giugno 2017 (ringrazio la preziosa rassegna stampa di Aiget) la politica di decarbonizzazione dev’essere rafforzata puntando sui sistemi di disincentivo economico alle emissioni. E il principale di questi sistemi, l’europeo Emission Trading Scheme, necessita secondo De Perthuis di essere rivitalizzato, come in effetti prevede la proposta della Commissione UE contenuta nel cosiddetto “quarto pacchetto” clima-energia, che nei prossimi mesi passerà al vaglio del Consiglio e del Parlamento UE.
Ne potrebbero essere perfino gli stati americani più sensibili in materia, come la California, scrive De Perthuis, i futuri membri o emulatori.


La crisi del carbone statunitense

Scrivevano Jon Camp e Kris Maher il 20 giugno 2017 sul Wall Street Journal che negli Stati Uniti in 5 anni sono state chiuse 350 centrali elettriche a carbone, sostituite perlopiù da altre a gas, la fonte ormai più diffusa negli Stati Uniti e che ha scalzato il primato che era proprio del carbone come fonte di 1/3 dell’elettricità totale prodotta.
Ne derivano e deriveranno problemi occupazionali non solo alle miniere degli Appalachi, ma alle comunità di vari Stati dell’Est e centro Est come Ohio, Pennsylvania, New Jersey, Tennessee, Michigan.
Come abbiamo visto sopra e in altre puntate (link sotto), la causa di questo è l’accresciuta competitività del gas naturale americano, resa possibile dagli enormi investimenti in nuove tecnologie di estrazione. Ma anche da limitazioni di emissioni inquinanti pericolose (regole indipendenti da quelle sui gas-serra) e dalla migliore flessibilità delle centrali a gas per compensare l’intermittenza delle rinnovabili.

Foto trovata da Giovanna Milner
Ci sono organizzazioni che negli USA chiedono alla politica di fermare questa tendenza, per salvare l’occupazione della filiera del carbone (link sotto).
Ed è comprensibile e inevitabile che ci siano, com’è successo altre volte in relazione a tanti settori che venivano scalzati dal progresso tecnologico. Che ne è stato dell’indotto delle macchine a vapore, dei calcolatori a schede perforate, della fotografia chimica? Molte aziende sono fallite, altre si sono riconvertite, di sicuro il tipo di competenze richieste ai loro lavoratori è almeno in parte cambiato.
Per il mondo dell’energia, l’innovazione di informatica e telecomunicazioni, degli apparecchi di generazione e stoccaggio d’elettricità e delle tecniche – di cui a Derrick già anni fa abbiamo parlato – su ricerca e coltivazione di idrocarburi stanno portando e porteranno cambiamenti enormi. Non è credibile fermarli per garantire continuità agli occupati del carbone.


Reddito minimo e innovazione?

Questo episodio, come tanti altri, secondo me mostra come un paracadute al reddito di chi perde il posto sia importante per aiutare l’innovazione.
Se un’innovazione rischia di buttarmi sul lastrico perché dovrei appoggiarla?
Posso farlo solo se il sistema di welfare mi riduce i danni e aiuta a riconvertirmi.
Se questo è vero, è uno degli argomenti per sostenere che un reddito minimo garantito ben disegnato aiuta ad accelerare l’innovazione e, quindi, a rendere la comunità nel complesso più competitiva e ricca.



Link utili

martedì 6 giugno 2017

Turismo macabro? (Puntata 315)

L’altopiano di Campo Imperatore e la catena del Gran Sasso sono tra i luoghi più maestosi e affascinanti d’Italia, all’interno del parco nazionale del Gran Sasso e dei monti della Laga.

Pochi giorni fa volevo raggiungere per un’escursione il monte Camicia, la vetta più orientale del gruppo, e mi avvicinavo in auto dal teramano, a nord. Non volevo fare l’autostrada fino ad Assergi ma il bellissimo e per me più razionale passo di Vado di Sole collegato al paese di Cancelli dalla Strada Provinciale 37 (della provincia di Teramo).

Una strada di montagna molto bella, proprio alla base della imponente parete nord del monte Camicia, ma che da quando ho memoria sembra priva o quasi di manutenzione, che d’inverno è soggetta a valanghe e frane e che purtroppo ho scoperto essere chiusa anche nella data della mia perlustrazione (3 giugno 2017, primavera inoltrata), benché sul sito della provincia nei giorni successivi si trovassero solo ordinanze di vecchie chiusure invernali.

Sperando di poter aggirare una o più frane motivo del blocco, la mia alternativa per raggiungere Vado di Sole a questo punto potevano essere una serie di strade locali, anche sterrate, per intercettare la strada comunale di contrada Rigopiano che da Farindola sale fino a unirsi alla parte più alta della SP 37 in prossimità del valico Vado di Sole.



I segni rossi rappresentano le barriere di chiusura al traffico.
HR sta per Hotel Rigopiano. La situazione risale al 3/6/2017.
Arrivato alla strada per Rigopiano, ho trovato alcune auto, perlopiù fuoristrada, ferme in corrispondenza di un blocco con divieto di transito. Da una è scesa una signora che mi ha detto di essere in procinto di fare un’”ispezione” e mi ha chiesto dove andassi. “È chiuso” ha detto. Le ho chiesto perché. Mi ha risposto che era incredibile non lo sapessi: era chiuso per evitare il “turismo macabro” alle rovine dell’hotel Rigopiano, benché la strada fosse in condizioni percorribili.

Il monte Camicia mi aspettava e non ho approfondito, visto che mi sarebbe toccata più di un’ora d’auto di percorso alternativo, quando mi ritenevo già a un quarto d’ora dalla meta.

A casa però ho cercato invano sul web la delibera del sindaco Lacchetta di Farindola, citata da giornali locali tra cui "Il Pescara" (link sotto), che in effetti chiuderebbe il transito di contrada Rigopiano per evitare i problemi di viabilità causati dal “turismo macabro”.

Lo stesso sindaco secondo questa fonte solleciterebbe (giustamente) la provincia a riaprire la SP 37.


Bene, io penso questo:


  • Non sono affari di nessun amministratore i motivi per cui la gente si sposta. Reagire a presunte intenzioni censurabili traendone divieti è anzi a mio avviso un abuso di potere.
  • Sono invece affari degli amministratori assicurare l’uso in sicurezza delle infrastrutture di loro competenza e far rispettare le regole di comportamento nel parco nazionale (cosa che, stando a notizie che riporto sotto, non sempre è avvenuto anche nel comune di Farindola).
  • Impedire a un’area molto vasta del teramano di arrivare velocemente a Campo Imperatore in stagione estiva è una lesione enorme della qualità della vita di chi ci vive, o visita una zona che giustamente punta, o dovrebbe puntare, all’attrattività delle sue bellezze naturali.


Consiglio anzi all’amministrazione di Farindola di intercettare i cosiddetti turisti macabri e non solo aiutarli a scoprire la zona con accoglienza e servizi, ma anche raccontargli cosa è successo a Rigopiano, magari con un centro documentazione. Che, certo, dovrà in parte attendere la verità processuale prima di fornire informazioni definitive.


Macabri, in questa storia di divieti, a me sembrano solo il moralismo di maniera, la paura della conoscenza e della trasparenza.


Derrick è a disposizione di esperti e amministratori per ospitarli e approfondire il tema.


Censura per Derrick da "Il Pescara"

Derrick ha proposto alla rubrica di segnalazioni dei lettori del Pescara, citato qui come fonte, il testo di questo articolo. Dopo alcuni giorni, è arrivata una mail - priva di spiegazioni e da un indirizzo a cui non è possibile rispondere - con la quale il giornale comunica che l'articolo non è stato approvato.
Probabilmente la rubrica è destinata a piccoli fatti di cronaca ma non a questioni che rischino di far discutere. Oppure Rigopiano è un tabù perfino per i giornalisti? Un tabù che ha reso invalicabile una vasta area del parco nazionale del Gran Sasso.


Link utili

lunedì 22 maggio 2017

La strategia energetica 5 stelle (Puntata 314 e speciale del 26/6/2017))

Abbiamo visto poche puntate fa che il governo sta aggiornando il piano energetico nazionale. Ne ha presentate delle slide riassuntive in parlamento, ma per farne un’analisi affidabile dobbiamo aspettare il documento completo, mentre al momento girano versioni non ufficiali che potrebbero essere passibili di modifiche.
Nel frattempo, il 22 maggio 2017 è stato presentato in una conferenza stampa in parlamento il programma energia del movimento cinque stelle.

Si tratta di un documento ponderoso quasi quanto quello del governo, e anch’esso con un’ampia introduzione di scenari tratti dai soggetti istituzionali come Terna, Eurostat e IEA, in quest’ultimo caso però con riferimento a un outlook sull’Italia decisamente troppo vecchio. Non manca nemmeno una ricapitolazione delle politiche energetiche già incardinate da Europa e Italia. Un documento, lo dico subito, ben fatto, anche se – a mio avviso - con alcune contraddizioni e lacune (però non più di quelle del corrispondente governativo, almeno come visto sino a ora).
Vediamo i principali obiettivi di lungo periodo del piano 5 stelle, il cui anno-obiettivo è il 2050:
  • Efficienza energetica: riduzione dei consumi finali di energia del 37%, tranne consumi navali, rispetto al 2014
  • Utilizzo delle sole fonti rinnovabili per tutti gli usi energetici
  • Forte elettrificazione dei consumi, cioè utilizzo finale di energia in forma elettrica, da portare al 65%, sempre escluse le navi.

Riguardo alla transizione alle rinnovabili e alla decarbonizzazione, il piano prevede obiettivi intermedi ambiziosi: l’eliminazione del carbone per produrre elettricità entro il 2020 (secondo Derrick condivisibile) e tre anni dopo la fine dell’uso di combustibile derivato da rifiuti. Quest’ultima una posizione piuttosto estrema e difficile da conciliare con il mancato uso di discariche che credo sia anch’esso un punto del programma 5 stelle.
Il "bocchettone" di un'auto ibrida plugin
Previsto per il 2030 anche l’abbandono di petrolio e suoi derivati, ma non per trasporti e agricoltura. Che è come dire che l’abbandono non c’è.
Qui mi sembra che i 5S manchino di coraggio: in realtà il mix di gas naturale e elettricità potrebbe permettere tra 13 anni trasporti senza o con poco uso di prodotti petroliferi, e sicuramente sarebbe possibile escluderli nei centri urbani con enormi ricadute positive per la salute del paese. Perché no, dunque? L’apprezzabile proiezione verso il futuro del Movimento in tema energia sembra infrangersi contro l’industria del petrolio o forse dell’auto tradizionale. E contro il settore navale, come abbiamo visto negli obiettivi al 2050.

L’esenzione all’agricoltura dall’abbandono di petrolio e derivati è ancora meno comprensibile. Nel senso che non c’è una ragione per un trattamento di favore del settore. Uno di quelli che, insieme ai trasporti, già più vive di sussidi, e che, per esempio secondo uno studio di Andrea Molocchi (che ringrazio per avermelo segnalato) recentemente pubblicato su Nuova Energia, è più in debito comparando le esternalità negative che dà all'ambiente con le imposte ambientali che paga.
Vogliamo un’agricoltura sostenibile e pulita sì o no? L’agricoltura è buona in sé, perché ci ricorda l’origine bucolica della civiltà, o è buona se competitiva, efficiente, sostenibile, come qualunque altra attività?

Altro punto su cui non mi trovo d'accordo è il mito (non solo in questo programma) dell'autonomia energetica, che nel documento è preconizzata. Qual è il motivo di ritenere negativo l'import di energia e non quello di microprocessori, altre materie prime, automobili e non so cos'altro? Per quale motivo dovremmo autoinfliggerci i costi dell'autarchia energetica?


Intervista a Davide Crippa deputato M5S sul programma energia

Abbiamo approfondito il 26/6/2017 il tema con uno speciale Derrick negli studi di Radio Radicale con Davide Crippa, deputato del M5S membro della Commissione Attività Produttive della Camera. Qui l'audio integrale:

https://www.radioradicale.it/scheda/513062/speciale-derrick

lunedì 15 maggio 2017

Monopoli dell'energia nell'interesse di chi? (Puntata 313)

C'è una novità che rende necessario riprendere un tema che, stando ai contatti su questo blog, ha suscitato molto interesse: i comportamenti scorretti di alcuni venditori di energia.

Una tecnica scorretta tipica, come abbiamo visto anche in una serie di puntate recenti, è alimentare la confusione tra gestore in monopolio della rete locale e fornitore, affermando o lasciando intendere che un venditore d’energia che appartiene allo stesso gruppo societario del gestore della rete sia più affidabile o abbia vantaggi, quando invece la rete dovrebbe interfacciarsi con tutti i venditori nello stesso identico modo, così come un’autostrada fa passare chiunque paghi il pedaggio alle stesse condizioni.
Passerella pedonale nei pressi della stazione Campi Sportivi,
a Roma, sulla linea ferroviaria regionale piazzale Flaminio-Viterbo.
(Foto di Derrick)

Ma c’è di peggio che millantare vantaggi da parte dei gruppi societari presenti su entrambi i fronti, ed è sfruttarli davvero. Per esempio usare le informazioni possedute in quanto gestore di rete per fare offerte mirate a clienti serviti da altri. È come se TIM, l’ex Telecom, che deve assicurare accesso alla parte condivisa di infrastruttura a tutte le compagnie telefoniche, e quindi in possesso di informazioni su quale cliente è servito da chi, chiamasse i clienti di altri gestori usando queste informazioni per convincerli a farsi servire da TIM.

In più nell’energia c’è un altro monopolio, quello della fornitura della tariffa regolata di “tutela”, affidata per legge in esclusiva al venditore dello stesso gruppo societario del distributore locale.
Se il fornitore di questo servizio, regolato e in monopolio, usa il contatto col cliente per proporgli un’altra sua offerta nel mercato libero, sfrutta un suo vantaggio monopolistico.

Comportamenti, quelli qui sopra, che si configurerebbero come abuso di posizione dominante secondo le norme antitrust.

Ebbene: l’Autorità antitrust italiana ha appena aperto tre procedure d’infrazione proprio per gli abusi che ho elencato, a carico di Enel, A2A e Acea, ritenendo degne d’attenzione numerose segnalazioni di clienti e concorrenti.
Gli illeciti presunti di Enel, in particolare, sono documentati da registrazioni di telefonate come quelle pubblicate da La Notizia, che colgono venditori nell'atto di sfruttare illegittimamente i vantaggi informativi del monopolio di rete locale della stessa Enel.
E se questi casi possono essere iniziative di venditori esterni che violano le direttive della stessa azienda (ma la complicità con qualcuno che ha i dati è necessaria per farlo), è clamoroso che proprio l’Enel sia stato l’unico venditore di energia in Italia a compiere una battaglia legale contro l’obbligo di chiara separazione dei marchi tra distribuzione e vendita. Obbligo che peraltro ha rispettato in modo elusivo, così come Acea, con marchi per la società di distribuzione che richiamano incontrovertibilmente quelli del gruppo.

Seguiremo naturalmente come andrà a finire e se gli addebiti verranno confermati dall’antitrust.
Intanto una riflessione: cos’hanno in comune queste tre aziende?
Sono tutte controllate dall’amministrazione pubblica, oltre a essere anche quotate.

Vuoi vedere allora che il controllo pubblico non è garanzia di correttezza nel rispetto delle norme?
Recentemente il presidente della commissione Attività Produttive della Camera, Massimo Mucchetti, spesso molto critico con privatizzazioni e liberalizzazioni, ha auspicato in seduta plenaria che si valuti, in relazione a possibili privatizzazioni di aziende pubbliche, non solo l’introito dalla vendita, ma anche il valore dei mancati dividendi futuri per lo Stato.
Economicamente non fa una piega.

Ma quella del fare utili con le partecipate è una motivazione a doppio taglio per i fan delle partecipazioni pubbliche, perché sottende che non c’è motivazione prevalente di perseguimento di un qualche bene pubblico nell’avere lo Stato azionista di aziende, bensì quella di mettere le mani in settori remunerativi, comprando azioni coi soldi dei cittadini (i quali, per inciso, con società quotate in borsa se vogliono possono farlo da soli con tre clic sul sito della propria banca).

Il guaio è che dove l’azionista di controllo è lo stesso che stabilisce e fa rispettare le regole del gioco sul mercato di riferimento la concorrenza rischia di essere falsata.
Si sarebbe permesso un operatore indipendente di mercato uno spregio delle regole e un senso di impunità pari a quello di cui stiamo parlando dell’Enel?

Auguro all’AGCM la forza per svolgere con autonomia questa indagine malgrado tocchi, oltre all’interesse dei cittadini-clienti dei servizi energetici, anche lauti dividendi del Tesoro, del comune di Milano e di quello di Roma.

martedì 2 maggio 2017

La lista della spesa (Puntate 311-312)

Caldaia e muro fotografati da Derrick
nella palestra del circolo Arci Bellezza di Milano
Il ministro Calenda, il cui dicastero è responsabile di quella che chiamiamo politica industriale italiana, ha dichiarato che un fallimento di Alitalia sarebbe un disastro, e che quindi bisogna garantirne la continuità in attesa di trovarne un compratore.

Se fossero soldi miei, l’ultima cosa che farei con un’azienda che perde drammaticamente in un settore dove i concorrenti guadagnano sarebbe garantirne continuità.
E l’incubo purtroppo è che sì, nuovamente ora sono soldi miei.


Dopo Alitalia la fine del mondo?

Abbiamo già visto qui a Derrick, basandoci su uno studio IBL del 2014 che analizza esperienze di altre compagnie aeree, che quando ci sono in ballo asset di grande costo e valore, come aerei presi a leasing e slot per tratte di forte interesse, se viene meno un’azienda il mercato si organizza in fretta per rimettere in aria gli aerei e rioccupare gli slot, e che nei casi di aviolinee in dissesto liquidate e acquistate da altra proprietà l’effetto di medio periodo è stato un incremento e non decremento di traffico nelle rotte e negli scali serviti in precedenza.
Se fosse quindi proprio di discontinuità che ha bisogno Alitalia, o meglio chi paga le tasse e la parte più competitiva di chi ci lavora? Se io fossi un dipendente in gamba della compagnia, e avessi fino ad oggi dovuto accettare accordi di solidarietà per rendere possibili i vari salvataggi, avrei votato ora contro l’accordo, nella speranza non di un salvataggio ma di una liquidazione a breve e riassunzione da parte di una nuova proprietà sulla base della professionalità che io ho da offrirle. Senza più dovermi sobbarcare i danni e il costo di un management e di altri colleghi che evidentemente per competenze o stipendi sono un peso e quindi probabilmente non hanno le caratteristiche per essere riassunti alle stesse condizioni da un’azienda competitiva.


La lista della spesa

E mentre sta per compiersi l’ennesimo trasferimento di soldi pubblici a un’azienda privata presunta strategica, ho letto – seppur tardivamente – “La lista della spesa” di Carlo Cottarelli, Feltrinelli, uno dei cui capitoli riguarda proprio i trasferimenti pubblici alle aziende, 32 miliardi nel 2013. Definizione che contiene di tutto, anche i prestiti come quello ad Alitalia, e anche pagamenti a fronte di contropartita.
Un sottoinsieme dei trasferimenti sono i sussidi veri e propri: soldi che lo Stato dà ad aziende private allo scopo di aiutarle ad esistere o a vendere sottocosto, il che, nei settori di mercato, equivale ad aiutarle a battere la concorrenza di altre aziende non sussidiate.
Esempi di sussidi ad aziende private in concorrenza sono quelli all’agricoltura, in buona parte attraverso sconti fiscali, alla scuola privata (in violazione secondo Cottarelli dell’articolo 33 della Costituzione - ma qui la definizione di sussidio è opinabile perché una contropartita c'è, mentre resta il fatto che senza un sistema di voucher e di piena concorrenza non si capisce perché lo Stato debba pagare due volte per la messa a disposizione dell'istruzione) e soprattutto, appunto, ai trasporti.

Talvolta si tratta di ambiti dove il mercato non è disposto a pagare il servizio abbastanza da renderlo fornibile in quantità e a prezzi considerati socialmente corretti, come in parte del trasporto pubblico locale. Altre volte, come per gli oltre quattro miliardi/anno (dato questo aggiornato da Derrick) di sconti su accise su carburanti al trasporto pesante, lo Stato per motivi incomprensibili vuole forse rendere artificiosamente economico spostare merci su e giù per il Paese (e lo fa nel modo peggiore possibile: dando sconti sui carburanti, aiutando quindi chi inquina di più. Lo dico solo io? No, lo dice il ministero dell'ambiente). 

Ecco, nel caso Alitalia, che opera in un mercato dove i prezzi di riferimento dipendono per fortuna sempre più dalla concorrenza e non dalle decisioni di una singola azienda, nemmeno il fine di abbassare i prezzi per gli utenti è invocabile a motivo dei sussidi.


Qualche numero su sussidi e spesa fiscale

Il mare dei sussidi pubblici, molti dei quali in forma di spesa fiscale, rispecchia un forte interventismo dello Stato nell’economia anche in assenza di partecipazioni pubbliche, e io credo rispecchi anche l’ipertrofia stratificata e polverizzata della nostra attività legislativa, piena di facilitazioni a questa o quella categoria, spesso senza una coerenza tra misure.
La relativamente piccola dimensione di molte delle misure prese singolarmente, ognuna delle quali ha però beneficiari pronti a protestare, probabilmente concorre alla difficoltà nell’aggredire questa forma di spesa, anche quando è impossibile trovare una ragione sensata o quando c’è evidente contraddizione tra spese diverse.

Di quanto stiamo parlando?

I sussidi in forma di trasferimenti di Stato centrale e regioni alle aziende valevano oltre 41 miliardi nel 2011 secondo Giavazzi, in un’analisi poi ripresa da Giarda e Flaccadoro. Quelli, sempre in forma di soli trasferimenti diretti, del solo Stato centrale e del sistema di parafiscalità di bollette energetiche valevano secondo il ministero dell’Ambiente 19 miliardi nel 2016.

Più complicato computare l’erosione fiscale, cioè il valore delle facilitazioni fiscali, che è generalmente considerabile sussidio in quanto priva di contropartita in termini di fornitura di beni allo stato. Secondo il ministero dell’Ambiente (link sopra e alla fine dell'articolo) essa, escludendo gli enti locali e includendo la parafiscalità energetica, ammonta a 22 miliardi/anno, di cui circa 16 sono da eliminare in quanto dannosi all’ambiente e contrari a impegni interni e internazionali del Governo. 
Il MEF nel suo primo rapporto sull’erosione fiscale elude una quantificazione complessiva, ma fornisce un catalogo che utilizzo per queste considerazioni.

  • Una prima classe di sussidi fortemente discriminatori e incoerenti con le politiche ambientali l'abbiamo citata sopra e riguarda gli sconti su accise a carburanti e combustibili fossili soprattutto a trasporto commerciale e agricoltura per circa 4 miliardi/anno..
  • L’agricoltura è poi una star dei sussidi, soprattutto attraverso le più disparate esenzioni di imposta, che superano i 2,3 miliardi secondo il MEF.
  • C’è poi la tanto venerata prima casa, sussidiata per oltre 10 miliardi all’anno, in questo caso in favore di persone fisiche.
  • Anche la spesa fiscale per la “competitività” e per la riduzione del cuneo fiscale delle aziende è altissima (oltre 13 miliardi) anche in seguito a recenti misure. Ora, se è vero che il cuneo fiscale è un elemento decisivo di competitività, sarebbe credo meno distorsivo e arbitrario affrontarlo con una riduzione generalizzata delle tasse anziché con misure di incentivo all’acquisto o ammortamento di determinati beni o defiscalizzazione solo temporanea e selettiva del lavoro.


Ho un sogno

Ho un sogno: una revisione fiscale con forti riduzioni di aliquote d’imposta insieme al reset di gran parte della spesa fiscale, che contribuirebbe in modo decisivo a finanziarla. Si toccherebbero molte rendite, ma forse la generalità dei contribuenti apprezzerebbe. O forse no: se chi difende una rendita reagisse con più determinazione di chi aspira a un fisco più ragionevole.


Riferimenti

Ringrazio Matteo Anniballi per una sua osservazione utile a rendere il testo, spero, più preciso

lunedì 17 aprile 2017

Il G7 energia a Roma (Puntata 310)

Si è tenuto, come dicevamo nella scorsa puntata, il G7 energia il 9 e 10 aprile 2017 a Roma.

Ponte di barche sul Po di Goro
fotografato da Derrick nel 2011
Il report ufficiale in inglese nel sito web dell’evento mi ricorda uno di quei temi in classe dove gli studenti infilano in modo convenzionale tutte le cose che ritengono sia giusto dire di un determinato tema, in una sorta di retorica che in questo caso stride parecchio sia con quanto, non per colpa del nostro Governo, il G7 non è riuscito a concordare, sia con quanto invece il nostro esecutivo dimostra almeno per ora di non essere seriamente interessato a fare malgrado le rituali dichiarazioni d’intenti.

Vediamo qualche punto specifico dalla relazione del G7.

Il nodo fondamentale è la presa di posizione sugli obiettivi di decarbonizzazione di cui
agli accordi di Parigi e Marrakech (i quali prevedono la stabilizzazione delle emissioni climalteranti e il contenimento dell’aumento di temperatura sotto i 2 gradi rispetto a all’era preindustriale). Gli Stati Uniti hanno affermato di non essere in grado di confermare l’impegno, il che prelude direi alla violazione dei relativi accordi e qualifica gli USA, almeno fino a diversa decisione, come Stato-canaglia ambientale.
Chiarita la grana, il documento procede con le sue belle parole (ma un po' buttate lì senza molte considerazioni sui legami tra gli obiettivi e sugli strumenti per attuarli) riguardo alla “resilienza” del sistema energetico, alla diversificazione delle fonti, agli investimenti in energie pulite (“clean”) e intelligenti (“smart”).
In termini di decarbonizzazione, una volta affermato il disimpegno americano, non mancano gli auspici a sviluppare le tecnologie di cattura riuso e stoccaggio dell’anidride carbonica, tecnologie con prospettive di costi molto maggiori rispetto a quelli necessari a contenere le emissioni. Auspici quindi velleitari, perché non si capisce il motivo per cui un paese (gli USA) non disposto a impegnarsi nel contenimento dovrebbe svenarsi nella costosissima cattura e stoccaggio.

Se è vero, come Derrick crede, che gli incentivi (o disincentivi) economici sono importanti nell’orientare investimenti e scelte di consumo, sono felice di vedere che non manca nel documento dei sette l’impegno (già preso in altri contesti peraltro) a eliminare i sussidi “inefficienti” alle fonti energetiche fossili.
Benché la parola “inefficienti” servirà quasi di sicuro a rendere l’impegno opinabile, sarebbe comunque una bella notizia se almeno il nostro Governo fosse credibile in questo obiettivo.

Ebbene, se solo un paio di mesi fa è uscito il fondamentale “catalogo” dei sussidi ambientalmente favorevoli e sfavorevoli del ministero dell’ambiente, che auspica l’eliminazione di tutti i sussidi sfavorevoli all’ambiente, costituiti soprattutto da sconti fiscali, fa invece cadere le braccia il fatto che l’appena uscito DEF non ne faccia parola, almeno non nelle 156 pagine del tomo principale né in quello dedicato alle riforme.
(Se mi sono perso invece per mia colpa o ignoranza un impegno del ministero dell’economia in tal senso, sarò strafelice di parlarne nella prossima puntata e invito chiunque sia in possesso di informazioni rilevanti a renderle disponibili a Derrick).

La frecciata pasquale conclusiva di Derrick è però di nuovo per il Governo USA. Il documento del G7 energia, tra le altre forme di diversificazione degli approvvigionamenti energetici, auspica lo sviluppo dei transiti internazionali via nave di gas naturale liquefatto. Su cui proprio gli statunitensi stanno investendo in infrastrutture preparandosi a invadere di navi gasiere perlomeno il mercato asiatico con possibili conseguenze anche per quello europeo. Ebbene: come si concilia quest’obiettivo con il neo protezionismo? Gli USA che fino a recentemente vietavano per legge le proprie esportazioni petrolifere, intendono ora accrescere il nuovo ruolo d’esportatore proprio mentre chiudono all’import di merci?
Forse lo stesso G7 energia era un'occasione per aggiungere alle belle parole anche qualche nota critica rispetto allo strabismo americano.

martedì 11 aprile 2017

La nuova Strategia Energetica Nazionale (Puntata 309)

Nel 2013 il Governo elaborò la prima Strategia Energetica Nazionale dai tempi della liberalizzazione dell’energia. Il ministro di riferimento era Passera, il sottosegretario delegato Claudio De Vincenti. La strategia fu emanata con un decreto interministeriale che, a fine legislatura, non ottenne mai sanzione in Parlamento e difficilmente si può dire che essa sia considerabile vincolante per i Governi a seguire. Tuttavia, fu un lavoro importante, perché costringeva a vedere in modo unitario molte politiche dell’energia e a trovarne la coerenza tra loro e rispetto agli scenari attesi. Tra gli obiettivi principali che la strategia del 2013 prevedeva, c’erano lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle infrastrutture utili a fare dell’Italia un cosiddetto “hub del gas” per l’Europa, cioè Paese di passaggio del gas nordafricano e azero (grazie al futuro TAP, quello le cui ultime miglia del tracciato sono in questi giorni bloccate dalle proteste di salentini che apparentemente temono un tubo sotto terra più di due centrali a carbone sicuramente dannose per la salute a Brindisi).

Bene, ora, in preparazione del G7 energia appena terminato a Roma, e di quello generale a Taormina a fine maggio 2017, il Governo ha annunciato una versione aggiornata del documento programmatico sull’energia e ne ha descritto gli obiettivi e gli aspetti principali dello scenario in una presentazione al Parlamento di inizio marzo 2017.

Il primo obiettivo del piano, l’unico su cui mi focalizzo in questa puntata, è la competitività del prezzo dell’energia.
Essa prevederà, secondo le slide del Governo, politiche per avvicinare il prezzo all’ingrosso del gas in Italia a quello del Nord Europa, prezzi che differivano nel 2016 in media del 13%.
Il punto di riferimento è l’hub fiammingo chiamato TTF, rispetto al quale è normale che resti un piccolo differenziale dato dai costi di trasporto.
È anche vero che se noi diventeremo un corridoio del gas, si presume che avremo rispetto al centro Europa vantaggi strutturali sul gas algerino, libico e, una volta che il TAP sarà attivo, azero.
Peccato che dall’Algeria le quantità di gas diminuiscano a causa dei consumi interni e degli scarsi investimenti, e che la Libia non sia certo una fonte sicura.

Traliccio di teleferica presso il passo Duron,
nelle Dolomiti trentine
Il corridoio che cita Calenda nella presentazione in ogni caso è un’altra cosa: il cosiddetto “corridoio della liquidità” che è in realtà un meccanismo (economico, non fisico) per mettere a disposizione del sistema capacità di importazione a prezzi vantaggiosi, finanziando la differenza rispetto al costo di mercato della capacità con un sistema a carico della generalità dei clienti.

E anche per l’elettricità appunto l’obiettivo è ridurre il differenziale nel prezzo finale, che pur abbassatosi molto è ancora in media positivo in Italia per alcune categorie di consumatori rispetto a molti Paesi d’Europa. Ma attenzione, se Calenda spesso richiama l’importanza di un accesso competitivo del manifatturiero all’energia, stando ai dati che lui stesso ha presentato, in confronto alla Germania il risultato di un prezzo più basso da noi già è raggiunto per tutte le imprese tranne quelle a consumi molto bassi, che da noi, come tante volte abbiamo detto qui, pagano l’energia carissima anche per finanziare le agevolazioni ad altre categorie.

Non parlano le slide, ma speriamo ne parlerà la strategia, di come rendere competitiva quella parte sempre più grossa della bolletta (circa i 2/3 per un’utenza domestica o di microimpresa) che non dipende dal prezzo dell’energia sul mercato, ma da come sulla base di norme vengono remunerate le infrastrutture di rete gestite in regimi di monopolio nazionali e locali, sempre più costose, e da come viene stabilita la parafiscalità, la cui voce principale (questa però in calo) sono gli incentivi alle fonti rinnovabili.

Ringrazio Fabio Pedone e Antonio Sileo, il quale con Antonio di Martino ha scritto della valenza giuridica della vecchia SEN 2013 qui.

martedì 4 aprile 2017

Giornata mondiale dell'acqua (Puntata 308)

Si è svolta lo scorso 22 marzo la giornata mondiale dell’acqua, e grazie all’apporto di Fondazione Barilla, per la precisione del Barilla Center for Food and Nutrition, che ringrazio, posso dedicare questa puntata ad alcuni dati sul consumo idrico nel mondo e in Italia. Per esempio: qual è il settore economico che consuma più acqua dolce? L’agricoltura, di gran lunga. L’industria, in confronto, ne usa meno di un terzo. E solo l’8% dei consumi in media riguarda l’uso domestico. Ma è evidente che i nostri comportamenti d’uso di altri beni, per esempio il cibo, si portano dietro i consumi di acqua necessari a renderli disponibili. Se sommiamo quindi il nostro uso diretto e indiretto d’acqua, la media mondiale procapite è di 3400 litri al giorno. Ma così nell’acqua come in altri beni primari non c’è equilibrio, e alcuni Paesi usano molta più risorsa degli altri. Noi siamo tra questi, visto che il dato procapite italiano è di ben 6100 litri, altissimo rispetto al mondo ma molto alto, del 25% circa, anche rispetto alla media europea.

Siamo un Paese dunque idricamente fortunato in termini di disponibilità, grazie alla nostra conformazione geografica, ma estremamente inefficiente nell’uso di questa risorsa, i cui costi sono sempre più legati al trattamento delle acque reflue.
Per quanto possa disporsi di acqua potabile in abbondanza, infatti, buttarla nello sciacquone o comunque sprecarla è molto costoso in termini di energia e infrastrutture, visto che quel volume sprecato ha bisogno di essere depurato e reinserito nel ciclo.

I nostalgici di vecchie polemiche ricorderanno le mie opinioni al tempo del referendum sull’acqua pubblica, fuorviante già nel titolo, referendum di cui uno dei quesiti imponeva di non far pagare nelle tariffe idriche i costi di investimento per rendere disponibile l’acqua. Come dire: siccome è un bene primario importantissimo, chi lo rende disponibile dovrebbe perderci soldi, cioè non essere in grado, salvo indebitarsi, di fare investimenti. E trattandosi a questo punto di aziende pubbliche il debito finisce comunque per tramutarsi in nuove tasse, sebbene differite, tasse però non pagate sulla base del consumo (o spreco) di acqua. Alla faccia dell’ovvio principio che chiunque dovrebbe essere disincentivato dallo spreco di una risorsa preziosa.

Sentiamo direttamente la voce di Marta Antonelli, ricercatrice e coordinatrice dell’area di ricerca della Fondazione Barilla:



Altre informazioni dal sito della Fondazione: qui.

domenica 19 marzo 2017

I rompiscatole dell'energia (Puntate 305-307)

Scrive a Derrick Giuseppe Raffa:
In un centro commerciale a Guidonia (Roma) io e mia moglie siamo stati, come dire, assaltati da tre ragazzini che vendevano contratti [del principale operatore di energia elettrica]. In pratica hanno messo una penna in mano a mia moglie dicendo che doveva assolutamente firmare un foglio per chiedere [al fornitore] di abbassare la tariffa dell'energia elettrica di casa. A questo punto sono dovuto intervenire per far capire alla mia consorte che in quel momento stavano vendendo un contratto […] in cui dalla tariffa protetta si passava al libero mercato (ho fatto lo spavaldo e ho sciorinato un po' di sapienza "energetica" avendo ascoltato le tue trasmissioni...).
La questione è che questi ragazzini non davano […] quelle informazioni minime che sono indispensabili per poter scegliere, con cognizione di causa, se aderire o meno all'offerta commerciale. Il prodotto è stato offerto come una richiesta […] di abbassare la tariffa, non parlando di cambio di contratto, di tariffa protetta o di libero mercato.
Solo a una mia domanda specifica, ripetuta tre volte, il venditore ha ammesso che la firma su quel foglio e l'adesione all'offerta significava passare dalla tariffa protetta a quella di libero mercato. E non ha saputo neppure spiegare cosa questo potesse significare in caso di oscillazione dei prezzi dell'energia […].
Dopo tre giorni si è ripetuta la stessa cosa. Questa volta a casa mia, al telefono, verso le 21.00. L'operatrice questa volta lavorava per [il principale operatore del gas], ma le modalità sono state le stesse. Il contratto riguardava la vendita di gas, spacciata come una richiesta formale all’operatore di abbassare la tariffa.
[…] Ho domandato se mi stava vendendo un nuovo contratto, di libero mercato, ha ammesso di sì, ma che questo sarà comunque automatico a partire dal 2018, per cui è meglio farlo prima...
Caro Michele, ma che sta succedendo? A parere mio questa condotta è ai limiti della truffa e andrebbe denunciata all'Autority.
Che ne pensi?

Caro Giuseppe. Sì: penso che si tratti di truffe tentate da promotori di operatori energetici, soprattutto (anche nell’esperienza mia personale) dei principali e ex monopolisti. Verosimilmente le aziende energetiche coinvolte non inducono questi comportamenti nei loro venditori, ma sono decisamente recidive nell'incapacità di evitarli.

Un dipinto del 1938 di Carlos Enriques
fotografato da Derrick a l'Avana
Qualunque cliente può scegliere ormai da anni il proprio fornitore di energia, e le norme semplificano il cambio rendendo sufficiente la stipula del contratto con il nuovo fornitore, perché del recesso e della riassociazione del punto di fornitura al nuovo fornitore si occupa quest’ultimo. Il cambio è identico sia se il cliente ha già cambiato in passato, sia se non avendolo mai fatto si trova nel mercato che tu chiami “protetto” (una fornitura a una tariffa standard collegata per la parte costo energia ai mercati all’ingrosso e che si chiama “di maggior tutela”), una tariffa senza sorprese nel senso che è interamente regolata dall’Autorità per l’energia, ma meno conveniente di tante altre che si trovano sul mercato, e fluttuante sulla base del prezzo all'ingrosso della materia prima.
In ogni caso il cambio implica, come dici tu, un nuovo contratto commerciale, anche se l’operatore resta lo stesso, non certo semplici aggiornamenti o adeguamenti o manutenzioni della tariffa o della bolletta o del contatore come ho sentito dire nei vari casi di tentata truffa ai miei o altrui danni.

E la convenienza del nuovo contratto (che spesso in effetti c’è almeno per il primo anno) il venditore la deve spiegare specificando a quale componente della bolletta (che per la maggior parte ammonta a oneri che non decide il fornitore) si applicano gli eventuali sconti rispetto al vecchio.

Infine: è vero che dal 2018 la tariffa di maggior tutela verrà meno? Così era previsto per metà del 2018 nel disegno di legge concorrenza, che però, se mai verrà licenziato in Parlamento, verosimilmente rinvierà la data a inizio o metà 2019. Derrick si manterrà aggiornato in materia.


Aziende energetiche autolesioniste?

Perché i fornitori di energia, se sono in grado di battere l’offerta standard di “tutela”, si rovinano la reputazione con queste tecniche di vendita spiacevoli se non scorrette? Una ragione probabilmente è che le società energetiche non riescono a controllare il fenomeno: i venditori lavorano per agenzie remunerate spesso in base al numero di nuovi contratti e quindi hanno incentivi a farne il più possibile senza badare troppo al come.
Allora la domanda potrebbe riformularsi in: perché le aziende energetiche non danno incentivi più intelligenti alle agenzie, magari basati sulla fedeltà o la soddisfazione dei clienti acquisiti? Forse è complicato, ma di sicuro sarebbe utile.

E invece sembra che i fornitori d’energia siano caduti in un circolo vizioso: si fanno concorrenza in un modo che da un lato sta allontanando e sfiduciando i clienti, dall’altro toglie guadagni per via della remunerazione che va ai mediatori.

Cambierà tutto questo?
Lo spero, e ho anche una nota positiva: proprio quando avevo già definito la puntata 305, mi ha chiamato un promoter di una grande azienda elettrica. Ero sul chi va là e pronto a coglierlo in fallo. E invece mi ha spiegato le caratteristiche di una determinata offerta commerciale, mi ha chiesto quanto io consumi per poter stimare i risparmi rispetto alla tariffa standard (io in realtà già sono sul mercato libero), e alla fine non ha tentato di estorcermi nulla: mi ha semplicemente invitato a siglare il contratto sul web.
L’avrà fatto solo perché mi ha sentito troppo scafato? Non lo so, spero di no. Di sicuro si tratta una telefonata commerciale utile e corretta, e che magari fa prendere clienti contenti d’essere presi.


Un paio di consigli

Difficilmente una tecnica di vendita così invasiva aiuta a capire. Allora forse è meglio non comprare da venditori che la adottano, di persona o al telefono, il che significa in particolare non dare mai il nostro codice cliente (“POD”) che troviamo in bolletta, la cui conoscenza facilita ai malintenzionati il cambio di fornitura contro la nostra volontà.

Questo non significa rinunciare ai vantaggi e ai risparmi del mercato.
Abbiamo visto a Derrick che i contratti alternativi a quello standard detto di “maggior tutela” possono essere convenienti. Basta sceglierli con attenzione, meglio se direttamente sul sito web dell’azienda fornitrice, in modo da risparmiare a quest’ultima i costi dei mediatori. Di che mediatori si tratta? I venditori al telefono o porta a porta, nei casi peggiori simili a quelli descritti sopra, ma anche siti web, per esempio comparatori di prezzo. Siti utilissimi (sempreché davvero “peschino” tra tutte le offerte e non solo tra quelle dei fornitori con cui hanno accordi vantaggiosi), ma che costano ai fornitori.

Scegliere sul sito del fornitore, invece, è come andare a comprare nello spaccio di un’azienda: la filiera commerciale si riduce a zero.


Un nuovo strumento di scelta facilitata: la "tutela simile"

l’Autorità per l’Energia ha recentemente introdotto una piattaforma, accessibile solo sul web, dal nome un po’ strano “Tutela simile” - che non a caso una conduttrice televisiva ha storpiato in tutela “smile” - e che permette a chi è nella tariffa standard (la tutela vera e propria) di scegliere tra offerte per l’elettricità di molti operatori, rimanendo nell’alveo di un contratto definito dalla stessa Autorità e uguale per tutte le offerte.
Lo spirito dello strumento – come ha detto lo stesso presidente dell’Autorità Bortoni - è quello di far provare ai clienti un’esperienza di scelta sul web in ambiente semplificato, in quanto senza la necessità di controllare tutte le condizioni contrattuali per capire se dietro a uno sconto si annida qualche clausola potenzialmente svantaggiosa. E allora cosa cambia tra l’offerta di un fornitore e l’altro? Il prezzo. O meglio: uno sconto, definito bonus: una sorta di franchigia gratuita che viene attribuita al cliente con la prima bolletta.

In pratica per sapere quale offerta è più economica basta vedere chi ha il bonus più alto, e le offerte sono già ordinate dalla più conveniente. 
A livello contrattuale le offerte sono tutte uguali. Cambia l’azienda, naturalmente, e uno può avere legittimamente le sue preferenze e decidere in base a queste di pagare di più.
Tecnicamente il contratto non viene stipulato sulla piattaforma stessa, che funge da luogo di prenotazione. Ma l’offerta è comunque vincolante per il fornitore.

C’è un limite massimo al numero di contratti che un fornitore può servire, e ognuno ne mette in vendita una determinata quota pari o inferiore a tale limite. Il numero di contratti ancora disponibili per la vendita da parte di ogni operatore è specificato sul sito, e guardando quanto lentamente il numero cala si deduce che nemmeno in un ambiente protetto i clienti domestici di energia sembrano granché disponibili ad acquisti sul web.
Un po’ strano. Anzi se una critica mi sento di fare a questo strumento è che è troppo deresponsabilizzante per i clienti, che invece per l’energia come per tutto hanno interesse a saper scegliere controllando le caratteristiche di ciò che comprano. Qui, nella “tutela simile”, la scelta è elementare: basta un clic sulla base del prezzo. Eppure i clic sono pochi.

Attenzione infine solo a una cosa: il contratto di “tutela simile” dura un anno non rinnovabile. Dopo, il cliente inerte continua a essere fornito dall’azienda che ha scelto, in un contesto di mercato in cui le tutele ci sono, ma non arrivano a costringere gli operatori a usare lo stesso contratto per tutti. Quindi anche per la “tutela simile” vale la solita accortezza: occhio a cosa succede al vostro contratto nel tempo. La passività a tempo indeterminato non conviene mai.


Link utili


Ringrazio Giuseppe Raffa