martedì 20 giugno 2017

Dov'è il mercato? (Puntata 317)

Mi ha colpito un articolo sull’Economist ("The everything makers - Indian state-owned companies", a pag. 57 dell'edizione cartacea), come sempre su questo periodico non firmato, del 3 giugno 2017.
Parla di come nell’economia indiana sia forte la presenza delle aziende di Stato eredità del passato socialista del paese. Aziende che perlopiù perdono soldi in settori competitivi dove non riescono a essere abbastanza dinamiche (Air India, in rosso dal 2007, ne è presa a esempio), oppure guadagnano in settori monopolistici.
E aziende che secondo l'Economist da un lato dispensano lavoro con finalità di welfare, dall’altro usano grandi quantità di capitale – risorsa scarsa in India – spiazzando gl’investimenti privati e remunerandolo – monopoli a parte – meno delle aziende private.
Il segmento dei monopoli pubblici indiani, in particolare nell’energia, invece macina l’80% dei profitti di tutte le aziende pubbliche, senza che però questi monopolisti siano efficienti. Per esempio Coal India, nel settore del carbone, ha un output per turno/uomo di un ottavo rispetto a quello di Peaboy energy, competitor americano.


(Alcune) liberalizzazioni senza privatizzazioni

Dove liberalizzazioni e concorrenza sono state introdotte, come nel caso dell’aviazione civile, le aziende pubbliche indiane hanno massicciamente perso quote di mercato e bruciato capitale pubblico visto che la loro privatizzazione invece è stata perlopiù rimandata e le azioni sono quindi rimaste in mano allo Stato.


E in Italia?

Quanto pesano nella nostra economia le aziende controllate dallo Stato?
Prendiamo le tabelle del report “Italian leading companies” dell’ufficio studi di Mediobanca (link sotto) e scopriamo che nel comparto industria e servizi la prima azienda per fatturato è saldamente il privatissimo gruppo FCA.
Dietro di lui però: Eni, Enel, Gestore dei Servizi Elettrici (l’agenzia del Tesoro che gestisce i sussidi alle fonti elettriche rinnovabili e altre partite energetiche regolate), Telecom (ora TIM, non più del Tesoro ma operante anche nel settore regolato delle reti delle telecomunicazioni), Finmeccanica. Poi arriviamo alla holding Edizione dei Benetton, con partecipazioni importanti in settori monopolistici regolati come autostrade e aeroporti, e finalmente a Edison, azienda acquisita dalla francese EDF e che si occupa di segmenti puramente di mercato dell’energia, a differenza del gigante Enel, controllato dal Tesoro, che fa la maggior parte dei suoi utili nella gestione monopolistica delle reti con tariffe stabilite dall’Autorità dell’Energia.

Ci sono differenze con l’India? Direi di sì: parte delle nostre aziende a controllo pubblico dimostrano almeno in alcuni dei loro business di essere competitive sui mercati anche internazionali (ma con il pericolosissimo rischio di sussidi incrociati dai settori in monopolio, a spese degli utenti italiani, in favore dei loro business competitivi).
La cosa poco diversa rispetto all’India è invece la vastità del business di aziende controllate dallo Stato o attraverso la proprietà o in quanto arbitro delle regole di business monopolistici.

È chiaro che queste osservazioni, limitate alle aziende più grandi per fatturato, sono influenzate dal fatto che tra le aziende private italiane ci sono pochissimi giganti. Ma al prossimo che si lamenta con me del pericolo del dilagare del "turboliberismo" e dell’economia privata di mercato chiederò di dirmi dove l’ha visto questo dilagare. Lo ammetto: è un posto dove mi trasferirei volentieri.


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lunedì 12 giugno 2017

USA: accordo di Parigi e futuro del carbone (Puntate 316 e 318)

Come ricordano Marzio Galeotti e Alessandro Lanza su Lavoce.info (link sotto), l’accordo di Parigi di fine 2015, già ratificato da 147 paesi sui 197 rappresentati nella Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) firmata a Rio de Janeiro nel 1992, è uno degli strumenti che traducono in azione l’obiettivo della Convenzione, cioè stabilizzare in tempo utile le concentrazioni di gas a effetto serra nell’atmosfera a un livello sufficiente a escludere effetti pericolosi delle attività̀ umane sul sistema climatico.

Notano sempre Galeotti e Lanza come Trump abbia scelto di recedere dall’ultimo patto operativo (l’accordo di Parigi) ma non dalla Convenzione quadro. Come mai? Forse perché uscire da una convenzione ratificata da un presidente repubblicano (Bush) e dal senato sarebbe stato difficile, o forse per accontentare il proprio elettorato senza in realtà avere effetti immediati, visto che l’uscita dall’accordo di Parigi, per come disciplinata dallo stesso accordo, richiede una procedura abbastanza lunga da prolungarsi fin verso la fine del mandato di Trump. Il quale, almeno per ora, non ha messo gli USA in un territorio di formale illegalità rispetto ai termini dei patti contratti, come io qui a Derrick invece prefiguravo sulla base delle dichiarazioni americane in seno al G7 energia qualche tempo fa.
Una sala per banchetti abbandonata, fotografata da Derrick

In che modo possiamo osservare se le economie mondiali si stanno o non stanno preparando a un futuro a basse emissioni-serra? Guardando gli investimenti e le scelte delle aziende, che sono solo in parte determinate da politiche vincolanti degli Stati, visto che chi prende decisioni economiche di lungo termine deve farsi un’idea di come sarà il futuro anche anticipando le decisioni politiche. E abbiamo visto a Derrick che sono state anche le aziende, perfino del settore petrolifero come Exxon, a chiedere ai politici segnali più coerenti verso la decarbonizzazione.
Negli USA del resto si sta massicciamente investendo in infrastrutture per l’esportazione di gas naturale allo stato liquido e forse non è molto credibile che il loro presidente danneggi il settore del gas (veicolo nel medio termine di una filiera energetica meno carboniosa) a vantaggio dell’industria del carbone.
Carbone per il quale la domanda mondiale è calata per due anni di seguito secondo l'outlook di BP, iniziando un trend che, per usare le parole di Sissi Bellomo del Sole 24 Ore, è difficilmente invertibile.

Non serve quindi una politica internazionale di indirizzo nel contenimento delle emissioni serra? Certo che serve. Secondo Christian de Perthuis, che ne ha scritto su Les Echos del 7 giugno 2017 (ringrazio la preziosa rassegna stampa di Aiget) la politica di decarbonizzazione dev’essere rafforzata puntando sui sistemi di disincentivo economico alle emissioni. E il principale di questi sistemi, l’europeo Emission Trading Scheme, necessita secondo De Perthuis di essere rivitalizzato, come in effetti prevede la proposta della Commissione UE contenuta nel cosiddetto “quarto pacchetto” clima-energia, che nei prossimi mesi passerà al vaglio del Consiglio e del Parlamento UE.
Ne potrebbero essere perfino gli stati americani più sensibili in materia, come la California, scrive De Perthuis, i futuri membri o emulatori.


La crisi del carbone statunitense

Scrivevano Jon Camp e Kris Maher il 20 giugno 2017 sul Wall Street Journal che negli Stati Uniti in 5 anni sono state chiuse 350 centrali elettriche a carbone, sostituite perlopiù da altre a gas, la fonte ormai più diffusa negli Stati Uniti e che ha scalzato il primato che era proprio del carbone come fonte di 1/3 dell’elettricità totale prodotta.
Ne derivano e deriveranno problemi occupazionali non solo alle miniere degli Appalachi, ma alle comunità di vari Stati dell’Est e centro Est come Ohio, Pennsylvania, New Jersey, Tennessee, Michigan.
Come abbiamo visto sopra e in altre puntate (link sotto), la causa di questo è l’accresciuta competitività del gas naturale americano, resa possibile dagli enormi investimenti in nuove tecnologie di estrazione. Ma anche da limitazioni di emissioni inquinanti pericolose (regole indipendenti da quelle sui gas-serra) e dalla migliore flessibilità delle centrali a gas per compensare l’intermittenza delle rinnovabili.

Foto trovata da Giovanna Milner
Ci sono organizzazioni che negli USA chiedono alla politica di fermare questa tendenza, per salvare l’occupazione della filiera del carbone (link sotto).
Ed è comprensibile e inevitabile che ci siano, com’è successo altre volte in relazione a tanti settori che venivano scalzati dal progresso tecnologico. Che ne è stato dell’indotto delle macchine a vapore, dei calcolatori a schede perforate, della fotografia chimica? Molte aziende sono fallite, altre si sono riconvertite, di sicuro il tipo di competenze richieste ai loro lavoratori è almeno in parte cambiato.
Per il mondo dell’energia, l’innovazione di informatica e telecomunicazioni, degli apparecchi di generazione e stoccaggio d’elettricità e delle tecniche – di cui a Derrick già anni fa abbiamo parlato – su ricerca e coltivazione di idrocarburi stanno portando e porteranno cambiamenti enormi. Non è credibile fermarli per garantire continuità agli occupati del carbone.


Reddito minimo e innovazione?

Questo episodio, come tanti altri, secondo me mostra come un paracadute al reddito di chi perde il posto sia importante per aiutare l’innovazione.
Se un’innovazione rischia di buttarmi sul lastrico perché dovrei appoggiarla?
Posso farlo solo se il sistema di welfare mi riduce i danni e aiuta a riconvertirmi.
Se questo è vero, è uno degli argomenti per sostenere che un reddito minimo garantito ben disegnato aiuta ad accelerare l’innovazione e, quindi, a rendere la comunità nel complesso più competitiva e ricca.



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martedì 6 giugno 2017

Turismo macabro? (Puntata 315)

L’altopiano di Campo Imperatore e la catena del Gran Sasso sono tra i luoghi più maestosi e affascinanti d’Italia, all’interno del parco nazionale del Gran Sasso e dei monti della Laga.

Pochi giorni fa volevo raggiungere per un’escursione il monte Camicia, la vetta più orientale del gruppo, e mi avvicinavo in auto dal teramano, a nord. Non volevo fare l’autostrada fino ad Assergi ma il bellissimo e per me più razionale passo di Vado di Sole collegato al paese di Cancelli dalla Strada Provinciale 37 (della provincia di Teramo).

Una strada di montagna molto bella, proprio alla base della imponente parete nord del monte Camicia, ma che da quando ho memoria sembra priva o quasi di manutenzione, che d’inverno è soggetta a valanghe e frane e che purtroppo ho scoperto essere chiusa anche ora in primavera inoltrata (ma sul sito della provincia ho trovato solo ordinanze di chiusure invernali precedenti).

Sperando di poter aggirare una o più frane motivo del blocco, la mia alternativa per raggiungere Vado di Sole a questo punto potevano essere una serie di strade locali, anche sterrate, per intercettare la strada comunale di contrada Rigopiano che da Farindola sale fino a unirsi alla parte più alta della SP 37 in prossimità del valico Vado di Sole.



I segni rossi rappresentano le barriere di chiusura al traffico.
HR sta per Hotel Rigopiano. La situazione risale al 3/6/2017.
Arrivato alla strada per Rigopiano, ho trovato alcune auto, perlopiù fuoristrada, ferme in corrispondenza di un blocco con divieto di transito. Da una è scesa una signora che mi ha detto di essere in procinto di fare un’”ispezione” e mi ha chiesto dove andassi. “È chiuso” ha detto. Le ho chiesto perché. Mi ha risposto che era incredibile non lo sapessi: era chiuso per evitare il “turismo macabro” alle rovine dell’hotel Rigopiano, benché la strada fosse in condizioni percorribili.

Il monte Camicia mi aspettava e non ho approfondito, visto che mi sarebbe toccata più di un’ora d’auto di percorso alternativo, quando mi ritenevo già a un quarto d’ora dalla meta.

A casa però ho cercato invano sul web la delibera del sindaco Lacchetta di Farindola, citata da giornali locali tra cui "Il Pescara" (link sotto), che in effetti chiuderebbe il transito di contrada Rigopiano per evitare i problemi di viabilità causati dal “turismo macabro”.

Lo stesso sindaco secondo questa fonte solleciterebbe (giustamente) la provincia a riaprire la SP 37.


Bene, io penso questo:


  • Non sono affari di nessun amministratore i motivi per cui la gente si sposta. Reagire a presunte intenzioni censurabili traendone divieti è anzi a mio avviso un abuso di potere.
  • Sono invece affari degli amministratori assicurare l’uso in sicurezza delle infrastrutture di loro competenza e far rispettare le regole di comportamento nel parco nazionale (cosa che, stando a notizie che riporto sotto, non sempre è avvenuto anche nel comune di Farindola).
  • Impedire a un’area molto vasta del teramano di arrivare velocemente a Campo Imperatore in stagione estiva è una lesione enorme della qualità della vita di chi ci vive, o visita una zona che giustamente punta, o dovrebbe puntare, all’attrattività delle sue bellezze naturali.


Consiglio anzi all’amministrazione di Farindola di intercettare i cosiddetti turisti macabri e non solo aiutarli a scoprire la zona con accoglienza e servizi, ma anche raccontargli cosa è successo a Rigopiano, magari con un centro documentazione. Che, certo, dovrà in parte attendere la verità processuale prima di fornire informazioni definitive.


Macabri, in questa storia di divieti, a me sembrano solo il moralismo di maniera, la paura della conoscenza e della trasparenza.

Derrick è a disposizione di esperti e amministratori per ospitarli e approfondire il tema.

Censura per Derrick da "Il Pescara"

Derrick ha proposto alla rubrica di segnalazioni dei lettori del Pescara, citato sopra come fonte, il testo di questo articolo. Dopo alcuni giorni, è arrivata una mail - priva di spiegazioni e da un indirizzo a cui non è possibile rispondere - con la quale il giornale comunica che l'articolo non è stato approvato.
Probabilmente la rubrica è destinata a piccoli fatti di cronaca ma non a questioni che rischino di far discutere. Oppure Rigopiano è un tabù perfino per i giornalisti? Un tabù che ha reso invalicabile una vasta area del parco nazionale del Gran Sasso.


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lunedì 22 maggio 2017

La strategia energetica 5 stelle (Puntata 314 e speciale del 26/6/2017))

Abbiamo visto poche puntate fa che il governo sta aggiornando il piano energetico nazionale. Ne ha presentate delle slide riassuntive in parlamento, ma per farne un’analisi affidabile dobbiamo aspettare il documento completo, mentre al momento girano versioni non ufficiali che potrebbero essere passibili di modifiche.
Nel frattempo, il 22 maggio 2017 è stato presentato in una conferenza stampa in parlamento il programma energia del movimento cinque stelle.

Si tratta di un documento ponderoso quasi quanto quello del governo, e anch’esso con un’ampia introduzione di scenari tratti dai soggetti istituzionali come Terna, Eurostat e IEA, in quest’ultimo caso però con riferimento a un outlook sull’Italia decisamente troppo vecchio. Non manca nemmeno una ricapitolazione delle politiche energetiche già incardinate da Europa e Italia. Un documento, lo dico subito, ben fatto, anche se – a mio avviso - con alcune contraddizioni e lacune (però non più di quelle del corrispondente governativo, almeno come visto sino a ora).
Vediamo i principali obiettivi di lungo periodo del piano 5 stelle, il cui anno-obiettivo è il 2050:
  • Efficienza energetica: riduzione dei consumi finali di energia del 37%, tranne consumi navali, rispetto al 2014
  • Utilizzo delle sole fonti rinnovabili per tutti gli usi energetici
  • Forte elettrificazione dei consumi, cioè utilizzo finale di energia in forma elettrica, da portare al 65%, sempre escluse le navi.

Riguardo alla transizione alle rinnovabili e alla decarbonizzazione, il piano prevede obiettivi intermedi ambiziosi: l’eliminazione del carbone per produrre elettricità entro il 2020 (secondo Derrick condivisibile) e tre anni dopo la fine dell’uso di combustibile derivato da rifiuti. Quest’ultima una posizione piuttosto estrema e difficile da conciliare con il mancato uso di discariche che credo sia anch’esso un punto del programma 5 stelle.
Il "bocchettone" di un'auto ibrida plugin
Previsto per il 2030 anche l’abbandono di petrolio e suoi derivati, ma non per trasporti e agricoltura. Che è come dire che l’abbandono non c’è.
Qui mi sembra che i 5S manchino di coraggio: in realtà il mix di gas naturale e elettricità potrebbe permettere tra 13 anni trasporti senza o con poco uso di prodotti petroliferi, e sicuramente sarebbe possibile escluderli nei centri urbani con enormi ricadute positive per la salute del paese. Perché no, dunque? L’apprezzabile proiezione verso il futuro del Movimento in tema energia sembra infrangersi contro l’industria del petrolio o forse dell’auto tradizionale. E contro il settore navale, come abbiamo visto negli obiettivi al 2050.

L’esenzione all’agricoltura dall’abbandono di petrolio e derivati è ancora meno comprensibile. Nel senso che non c’è una ragione per un trattamento di favore del settore. Uno di quelli che, insieme ai trasporti, già più vive di sussidi, e che, per esempio secondo uno studio di Andrea Molocchi (che ringrazio per avermelo segnalato) recentemente pubblicato su Nuova Energia, è più in debito comparando le esternalità negative che dà all'ambiente con le imposte ambientali che paga.
Vogliamo un’agricoltura sostenibile e pulita sì o no? L’agricoltura è buona in sé, perché ci ricorda l’origine bucolica della civiltà, o è buona se competitiva, efficiente, sostenibile, come qualunque altra attività?

Altro punto su cui non mi trovo d'accordo è il mito (non solo in questo programma) dell'autonomia energetica, che nel documento è preconizzata. Qual è il motivo di ritenere negativo l'import di energia e non quello di microprocessori, altre materie prime, automobili e non so cos'altro? Per quale motivo dovremmo autoinfliggerci i costi dell'autarchia energetica?


Intervista a Davide Crippa deputato M5S sul programma energia

Abbiamo approfondito il 26/6/2017 il tema con uno speciale Derrick negli studi di Radio Radicale con Davide Crippa, deputato del M5S membro della Commissione Attività Produttive della Camera. Qui l'audio integrale:

https://www.radioradicale.it/scheda/513062/speciale-derrick

lunedì 15 maggio 2017

Monopoli dell'energia nell'interesse di chi? (Puntata 313)

C'è una novità che rende necessario riprendere un tema che, stando ai contatti su questo blog, ha suscitato molto interesse: i comportamenti scorretti di alcuni venditori di energia.

Una tecnica scorretta tipica, come abbiamo visto anche in una serie di puntate recenti, è alimentare la confusione tra gestore in monopolio della rete locale e fornitore, affermando o lasciando intendere che un venditore d’energia che appartiene allo stesso gruppo societario del gestore della rete sia più affidabile o abbia vantaggi, quando invece la rete dovrebbe interfacciarsi con tutti i venditori nello stesso identico modo, così come un’autostrada fa passare chiunque paghi il pedaggio alle stesse condizioni.
Passerella pedonale nei pressi della stazione Campi Sportivi,
a Roma, sulla linea ferroviaria regionale piazzale Flaminio-Viterbo.
(Foto di Derrick)

Ma c’è di peggio che millantare vantaggi da parte dei gruppi societari presenti su entrambi i fronti, ed è sfruttarli davvero. Per esempio usare le informazioni possedute in quanto gestore di rete per fare offerte mirate a clienti serviti da altri. È come se TIM, l’ex Telecom, che deve assicurare accesso alla parte condivisa di infrastruttura a tutte le compagnie telefoniche, e quindi in possesso di informazioni su quale cliente è servito da chi, chiamasse i clienti di altri gestori usando queste informazioni per convincerli a farsi servire da TIM.

In più nell’energia c’è un altro monopolio, quello della fornitura della tariffa regolata di “tutela”, affidata per legge in esclusiva al venditore dello stesso gruppo societario del distributore locale.
Se il fornitore di questo servizio, regolato e in monopolio, usa il contatto col cliente per proporgli un’altra sua offerta nel mercato libero, sfrutta un suo vantaggio monopolistico.

Comportamenti, quelli qui sopra, che si configurerebbero come abuso di posizione dominante secondo le norme antitrust.

Ebbene: l’Autorità antitrust italiana ha appena aperto tre procedure d’infrazione proprio per gli abusi che ho elencato, a carico di Enel, A2A e Acea, ritenendo degne d’attenzione numerose segnalazioni di clienti e concorrenti.
Gli illeciti presunti di Enel, in particolare, sono documentati da registrazioni di telefonate come quelle pubblicate da La Notizia, che colgono venditori nell'atto di sfruttare illegittimamente i vantaggi informativi del monopolio di rete locale della stessa Enel.
E se questi casi possono essere iniziative di venditori esterni che violano le direttive della stessa azienda (ma la complicità con qualcuno che ha i dati è necessaria per farlo), è clamoroso che proprio l’Enel sia stato l’unico venditore di energia in Italia a compiere una battaglia legale contro l’obbligo di chiara separazione dei marchi tra distribuzione e vendita. Obbligo che peraltro ha rispettato in modo elusivo, così come Acea, con marchi per la società di distribuzione che richiamano incontrovertibilmente quelli del gruppo.

Seguiremo naturalmente come andrà a finire e se gli addebiti verranno confermati dall’antitrust.
Intanto una riflessione: cos’hanno in comune queste tre aziende?
Sono tutte controllate dall’amministrazione pubblica, oltre a essere anche quotate.

Vuoi vedere allora che il controllo pubblico non è garanzia di correttezza nel rispetto delle norme?
Recentemente il presidente della commissione Attività Produttive della Camera, Massimo Mucchetti, spesso molto critico con privatizzazioni e liberalizzazioni, ha auspicato in seduta plenaria che si valuti, in relazione a possibili privatizzazioni di aziende pubbliche, non solo l’introito dalla vendita, ma anche il valore dei mancati dividendi futuri per lo Stato.
Economicamente non fa una piega.

Ma quella del fare utili con le partecipate è una motivazione a doppio taglio per i fan delle partecipazioni pubbliche, perché sottende che non c’è motivazione prevalente di perseguimento di un qualche bene pubblico nell’avere lo Stato azionista di aziende, bensì quella di mettere le mani in settori remunerativi, comprando azioni coi soldi dei cittadini (i quali, per inciso, con società quotate in borsa se vogliono possono farlo da soli con tre clic sul sito della propria banca).

Il guaio è che dove l’azionista di controllo è lo stesso che stabilisce e fa rispettare le regole del gioco sul mercato di riferimento la concorrenza rischia di essere falsata.
Si sarebbe permesso un operatore indipendente di mercato uno spregio delle regole e un senso di impunità pari a quello di cui stiamo parlando dell’Enel?

Auguro all’AGCM la forza per svolgere con autonomia questa indagine malgrado tocchi, oltre all’interesse dei cittadini-clienti dei servizi energetici, anche lauti dividendi del Tesoro, del comune di Milano e di quello di Roma.

martedì 2 maggio 2017

La lista della spesa (Puntate 311-312)

Caldaia e muro fotografati da Derrick
nella palestra del circolo Arci Bellezza di Milano
Il ministro Calenda, il cui dicastero è responsabile di quella che chiamiamo politica industriale italiana, ha dichiarato che un fallimento di Alitalia sarebbe un disastro, e che quindi bisogna garantirne la continuità in attesa di trovarne un compratore.

Se fossero soldi miei, l’ultima cosa che farei con un’azienda che perde drammaticamente in un settore dove i concorrenti guadagnano sarebbe garantirne continuità.
E l’incubo purtroppo è che sì, nuovamente ora sono soldi miei.


Dopo Alitalia la fine del mondo?

Abbiamo già visto qui a Derrick, basandoci su uno studio IBL del 2014 che analizza esperienze di altre compagnie aeree, che quando ci sono in ballo asset di grande costo e valore, come aerei presi a leasing e slot per tratte di forte interesse, se viene meno un’azienda il mercato si organizza in fretta per rimettere in aria gli aerei e rioccupare gli slot, e che nei casi di aviolinee in dissesto liquidate e acquistate da altra proprietà l’effetto di medio periodo è stato un incremento e non decremento di traffico nelle rotte e negli scali serviti in precedenza.
Se fosse quindi proprio di discontinuità che ha bisogno Alitalia, o meglio chi paga le tasse e la parte più competitiva di chi ci lavora? Se io fossi un dipendente in gamba della compagnia, e avessi fino ad oggi dovuto accettare accordi di solidarietà per rendere possibili i vari salvataggi, avrei votato ora contro l’accordo, nella speranza non di un salvataggio ma di una liquidazione a breve e riassunzione da parte di una nuova proprietà sulla base della professionalità che io ho da offrirle. Senza più dovermi sobbarcare i danni e il costo di un management e di altri colleghi che evidentemente per competenze o stipendi sono un peso e quindi probabilmente non hanno le caratteristiche per essere riassunti alle stesse condizioni da un’azienda competitiva.


La lista della spesa

E mentre sta per compiersi l’ennesimo trasferimento di soldi pubblici a un’azienda privata presunta strategica, ho letto – seppur tardivamente – “La lista della spesa” di Carlo Cottarelli, Feltrinelli, uno dei cui capitoli riguarda proprio i trasferimenti pubblici alle aziende, 32 miliardi nel 2013. Definizione che contiene di tutto, anche i prestiti come quello ad Alitalia, e anche pagamenti a fronte di contropartita.
Un sottoinsieme dei trasferimenti sono i sussidi veri e propri: soldi che lo Stato dà ad aziende private allo scopo di aiutarle ad esistere o a vendere sottocosto, il che, nei settori di mercato, equivale ad aiutarle a battere la concorrenza di altre aziende non sussidiate.
Esempi di sussidi ad aziende private in concorrenza sono quelli all’agricoltura, in buona parte attraverso sconti fiscali, alla scuola privata (in violazione secondo Cottarelli dell’articolo 33 della Costituzione - ma qui la definizione di sussidio è opinabile perché una contropartita c'è, mentre resta il fatto che senza un sistema di voucher e di piena concorrenza non si capisce perché lo Stato debba pagare due volte per la messa a disposizione dell'istruzione) e soprattutto, appunto, ai trasporti. Talvolta si tratta di ambiti dove il mercato non è disposto a pagare il servizio abbastanza da renderlo fornibile in quantità e a prezzi considerati socialmente corretti, come in parte del trasporto pubblico locale. Altre volte, come per gli oltre quattro miliardi/anno (dato questo aggiornato da Derrick) di sconti su accise su carburanti al trasporto pesante, lo Stato per motivi incomprensibili vuole forse rendere artificiosamente economico spostare merci su e giù per il Paese (e lo fa nel modo peggiore possibile: dando sconti sui carburanti, aiutando quindi chi inquina di più. Lo dico solo io? No, lo dice il ministero dell'ambiente). 

Ecco, nel caso Alitalia, che opera in un mercato dove i prezzi di riferimento dipendono per fortuna sempre più dalla concorrenza e non dalle decisioni di una singola azienda, nemmeno il fine di abbassare i prezzi per gli utenti è invocabile a motivo dei sussidi.


Qualche numero su sussidi e spesa fiscale

Il mare dei sussidi pubblici, molti dei quali in forma di spesa fiscale, rispecchia un forte interventismo dello Stato nell’economia anche in assenza di partecipazioni pubbliche, e io credo rispecchi anche l’ipertrofia stratificata e polverizzata della nostra attività legislativa, piena di facilitazioni a questa o quella categoria, spesso senza una coerenza tra misure.
La relativamente piccola dimensione di molte delle misure prese singolarmente, ognuna delle quali ha però beneficiari pronti a protestare, probabilmente concorre alla difficoltà nell’aggredire questa forma di spesa, anche quando è impossibile trovare una ragione sensata o quando c’è evidente contraddizione tra spese diverse.

Di quanto stiamo parlando?

I sussidi in forma di trasferimenti di Stato centrale e regioni alle aziende valevano oltre 41 miliardi nel 2011 secondo Giavazzi, in un’analisi poi ripresa da Giarda e Flaccadoro. Quelli, sempre in forma di soli trasferimenti diretti, del solo Stato centrale e del sistema di parafiscalità di bollette energetiche valevano secondo il ministerodell’Ambiente 19 miliardi nel 2016.

Più complicato computare l’erosione fiscale, cioè il valore delle facilitazioni fiscali, che è generalmente considerabile sussidio in quanto priva di contropartita in termini di fornitura di beni allo stato. Secondo il ministero dell’Ambiente (link sopra e alla fine dell'articolo) essa, escludendo gli enti locali e includendo la parafiscalità energetica, ammonta a 22 miliardi/anno, di cui circa 16 sono da eliminare in quanto dannosi all’ambiente e contrari a impegni interni e internazionali del Governo. 
Il MEF nel suo primo rapporto sull’erosione fiscale elude una quantificazione complessiva, ma fornisce un catalogo che utilizzo per queste considerazioni.

  • Una prima classe di sussidi fortemente discriminatori e incoerenti con le politiche ambientali l'abbiamo citata sopra e riguarda gli sconti su accise a carburanti e combustibili fossili soprattutto a trasporto commerciale e agricoltura per circa 4 miliardi/anno..
  • L’agricoltura è poi una star dei sussidi, soprattutto attraverso le più disparate esenzioni di imposta, che superano i 2,3 miliardi secondo il MEF.
  • C’è poi la tanto venerata prima casa, sussidiata per oltre 10 miliardi all’anno, in questo caso in favore di persone fisiche.
  • Anche la spesa fiscale per la “competitività” e per la riduzione del cuneo fiscale delle aziende è altissima (oltre 13 miliardi) anche in seguito a recenti misure. Ora, se è vero che il cuneo fiscale è un elemento decisivo di competitività, sarebbe credo meno distorsivo e arbitrario affrontarlo con una riduzione generalizzata delle tasse anziché con misure di incentivo all’acquisto o ammortamento di determinati beni o defiscalizzazione solo temporanea e selettiva del lavoro.


Ho un sogno

Ho un sogno: una revisione fiscale con forti riduzioni di aliquote d’imposta insieme al reset di gran parte della spesa fiscale, che contribuirebbe in modo decisivo a finanziarla. Si toccherebbero molte rendite, ma forse la generalità dei contribuenti apprezzerebbe. O forse no: se chi difende una rendita reagisse con più determinazione di chi aspira a un fisco più ragionevole.


Riferimenti

Ringrazio Matteo Anniballi per una sua osservazione utile a rendere il testo, spero, più preciso

lunedì 17 aprile 2017

Il G7 energia a Roma (Puntata 310)

Si è tenuto, come dicevamo nella scorsa puntata, il G7 energia il 9 e 10 aprile 2017 a Roma.

Ponte di barche sul Po di Goro
fotografato da Derrick nel 2011
Il report ufficiale in inglese nel sito web dell’evento mi ricorda uno di quei temi in classe dove gli studenti infilano in modo convenzionale tutte le cose che ritengono sia giusto dire di un determinato tema, in una sorta di retorica che in questo caso stride parecchio sia con quanto, non per colpa del nostro Governo, il G7 non è riuscito a concordare, sia con quanto invece il nostro esecutivo dimostra almeno per ora di non essere seriamente interessato a fare malgrado le rituali dichiarazioni d’intenti.

Vediamo qualche punto specifico dalla relazione del G7.

Il nodo fondamentale è la presa di posizione sugli obiettivi di decarbonizzazione di cui
agli accordi di Parigi e Marrakech (i quali prevedono la stabilizzazione delle emissioni climalteranti e il contenimento dell’aumento di temperatura sotto i 2 gradi rispetto a all’era preindustriale). Gli Stati Uniti hanno affermato di non essere in grado di confermare l’impegno, il che prelude direi alla violazione dei relativi accordi e qualifica gli USA, almeno fino a diversa decisione, come Stato-canaglia ambientale.
Chiarita la grana, il documento procede con le sue belle parole (ma un po' buttate lì senza molte considerazioni sui legami tra gli obiettivi e sugli strumenti per attuarli) riguardo alla “resilienza” del sistema energetico, alla diversificazione delle fonti, agli investimenti in energie pulite (“clean”) e intelligenti (“smart”).
In termini di decarbonizzazione, una volta affermato il disimpegno americano, non mancano gli auspici a sviluppare le tecnologie di cattura riuso e stoccaggio dell’anidride carbonica, tecnologie con prospettive di costi molto maggiori rispetto a quelli necessari a contenere le emissioni. Auspici quindi velleitari, perché non si capisce il motivo per cui un paese (gli USA) non disposto a impegnarsi nel contenimento dovrebbe svenarsi nella costosissima cattura e stoccaggio.

Se è vero, come Derrick crede, che gli incentivi (o disincentivi) economici sono importanti nell’orientare investimenti e scelte di consumo, sono felice di vedere che non manca nel documento dei sette l’impegno (già preso in altri contesti peraltro) a eliminare i sussidi “inefficienti” alle fonti energetiche fossili.
Benché la parola “inefficienti” servirà quasi di sicuro a rendere l’impegno opinabile, sarebbe comunque una bella notizia se almeno il nostro Governo fosse credibile in questo obiettivo.

Ebbene, se solo un paio di mesi fa è uscito il fondamentale “catalogo” dei sussidi ambientalmente favorevoli e sfavorevoli del ministero dell’ambiente, che auspica l’eliminazione di tutti i sussidi sfavorevoli all’ambiente, costituiti soprattutto da sconti fiscali, fa invece cadere le braccia il fatto che l’appena uscito DEF non ne faccia parola, almeno non nelle 156 pagine del tomo principale né in quello dedicato alle riforme.
(Se mi sono perso invece per mia colpa o ignoranza un impegno del ministero dell’economia in tal senso, sarò strafelice di parlarne nella prossima puntata e invito chiunque sia in possesso di informazioni rilevanti a renderle disponibili a Derrick).

La frecciata pasquale conclusiva di Derrick è però di nuovo per il Governo USA. Il documento del G7 energia, tra le altre forme di diversificazione degli approvvigionamenti energetici, auspica lo sviluppo dei transiti internazionali via nave di gas naturale liquefatto. Su cui proprio gli statunitensi stanno investendo in infrastrutture preparandosi a invadere di navi gasiere perlomeno il mercato asiatico con possibili conseguenze anche per quello europeo. Ebbene: come si concilia quest’obiettivo con il neo protezionismo? Gli USA che fino a recentemente vietavano per legge le proprie esportazioni petrolifere, intendono ora accrescere il nuovo ruolo d’esportatore proprio mentre chiudono all’import di merci?
Forse lo stesso G7 energia era un'occasione per aggiungere alle belle parole anche qualche nota critica rispetto allo strabismo americano.

martedì 11 aprile 2017

La nuova Strategia Energetica Nazionale (Puntata 309)

Nel 2013 il Governo elaborò la prima Strategia Energetica Nazionale dai tempi della liberalizzazione dell’energia. Il ministro di riferimento era Passera, il sottosegretario delegato Claudio De Vincenti. La strategia fu emanata con un decreto interministeriale che, a fine legislatura, non ottenne mai sanzione in Parlamento e difficilmente si può dire che essa sia considerabile vincolante per i Governi a seguire. Tuttavia, fu un lavoro importante, perché costringeva a vedere in modo unitario molte politiche dell’energia e a trovarne la coerenza tra loro e rispetto agli scenari attesi. Tra gli obiettivi principali che la strategia del 2013 prevedeva, c’erano lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle infrastrutture utili a fare dell’Italia un cosiddetto “hub del gas” per l’Europa, cioè Paese di passaggio del gas nordafricano e azero (grazie al futuro TAP, quello le cui ultime miglia del tracciato sono in questi giorni bloccate dalle proteste di salentini che apparentemente temono un tubo sotto terra più di due centrali a carbone sicuramente dannose per la salute a Brindisi).

Bene, ora, in preparazione del G7 energia appena terminato a Roma, e di quello generale a Taormina a fine maggio 2017, il Governo ha annunciato una versione aggiornata del documento programmatico sull’energia e ne ha descritto gli obiettivi e gli aspetti principali dello scenario in una presentazione al Parlamento di inizio marzo 2017.

Il primo obiettivo del piano, l’unico su cui mi focalizzo in questa puntata, è la competitività del prezzo dell’energia.
Essa prevederà, secondo le slide del Governo, politiche per avvicinare il prezzo all’ingrosso del gas in Italia a quello del Nord Europa, prezzi che differivano nel 2016 in media del 13%.
Il punto di riferimento è l’hub fiammingo chiamato TTF, rispetto al quale è normale che resti un piccolo differenziale dato dai costi di trasporto.
È anche vero che se noi diventeremo un corridoio del gas, si presume che avremo rispetto al centro Europa vantaggi strutturali sul gas algerino, libico e, una volta che il TAP sarà attivo, azero.
Peccato che dall’Algeria le quantità di gas diminuiscano a causa dei consumi interni e degli scarsi investimenti, e che la Libia non sia certo una fonte sicura.

Traliccio di teleferica presso il passo Duron,
nelle Dolomiti trentine
Il corridoio che cita Calenda nella presentazione in ogni caso è un’altra cosa: il cosiddetto “corridoio della liquidità” che è in realtà un meccanismo (economico, non fisico) per mettere a disposizione del sistema capacità di importazione a prezzi vantaggiosi, finanziando la differenza rispetto al costo di mercato della capacità con un sistema a carico della generalità dei clienti.

E anche per l’elettricità appunto l’obiettivo è ridurre il differenziale nel prezzo finale, che pur abbassatosi molto è ancora in media positivo in Italia per alcune categorie di consumatori rispetto a molti Paesi d’Europa. Ma attenzione, se Calenda spesso richiama l’importanza di un accesso competitivo del manifatturiero all’energia, stando ai dati che lui stesso ha presentato, in confronto alla Germania il risultato di un prezzo più basso da noi già è raggiunto per tutte le imprese tranne quelle a consumi molto bassi, che da noi, come tante volte abbiamo detto qui, pagano l’energia carissima anche per finanziare le agevolazioni ad altre categorie.

Non parlano le slide, ma speriamo ne parlerà la strategia, di come rendere competitiva quella parte sempre più grossa della bolletta (circa i 2/3 per un’utenza domestica o di microimpresa) che non dipende dal prezzo dell’energia sul mercato, ma da come sulla base di norme vengono remunerate le infrastrutture di rete gestite in regimi di monopolio nazionali e locali, sempre più costose, e da come viene stabilita la parafiscalità, la cui voce principale (questa però in calo) sono gli incentivi alle fonti rinnovabili.

Ringrazio Fabio Pedone e Antonio Sileo, il quale con Antonio di Martino ha scritto della valenza giuridica della vecchia SEN 2013 qui.

martedì 4 aprile 2017

Giornata mondiale dell'acqua (Puntata 308)

Si è svolta lo scorso 22 marzo la giornata mondiale dell’acqua, e grazie all’apporto di Fondazione Barilla, per la precisione del Barilla Center for Food and Nutrition, che ringrazio, posso dedicare questa puntata ad alcuni dati sul consumo idrico nel mondo e in Italia. Per esempio: qual è il settore economico che consuma più acqua dolce? L’agricoltura, di gran lunga. L’industria, in confronto, ne usa meno di un terzo. E solo l’8% dei consumi in media riguarda l’uso domestico. Ma è evidente che i nostri comportamenti d’uso di altri beni, per esempio il cibo, si portano dietro i consumi di acqua necessari a renderli disponibili. Se sommiamo quindi il nostro uso diretto e indiretto d’acqua, la media mondiale procapite è di 3400 litri al giorno. Ma così nell’acqua come in altri beni primari non c’è equilibrio, e alcuni Paesi usano molta più risorsa degli altri. Noi siamo tra questi, visto che il dato procapite italiano è di ben 6100 litri, altissimo rispetto al mondo ma molto alto, del 25% circa, anche rispetto alla media europea.

Siamo un Paese dunque idricamente fortunato in termini di disponibilità, grazie alla nostra conformazione geografica, ma estremamente inefficiente nell’uso di questa risorsa, i cui costi sono sempre più legati al trattamento delle acque reflue.
Per quanto possa disporsi di acqua potabile in abbondanza, infatti, buttarla nello sciacquone o comunque sprecarla è molto costoso in termini di energia e infrastrutture, visto che quel volume sprecato ha bisogno di essere depurato e reinserito nel ciclo.

I nostalgici di vecchie polemiche ricorderanno le mie opinioni al tempo del referendum sull’acqua pubblica, fuorviante già nel titolo, referendum di cui uno dei quesiti imponeva di non far pagare nelle tariffe idriche i costi di investimento per rendere disponibile l’acqua. Come dire: siccome è un bene primario importantissimo, chi lo rende disponibile dovrebbe perderci soldi, cioè non essere in grado, salvo indebitarsi, di fare investimenti. E trattandosi a questo punto di aziende pubbliche il debito finisce comunque per tramutarsi in nuove tasse, sebbene differite, tasse però non pagate sulla base del consumo (o spreco) di acqua. Alla faccia dell’ovvio principio che chiunque dovrebbe essere disincentivato dallo spreco di una risorsa preziosa.

Sentiamo direttamente la voce di Marta Antonelli, ricercatrice e coordinatrice dell’area di ricerca della Fondazione Barilla:



Altre informazioni dal sito della Fondazione: qui.

domenica 19 marzo 2017

I rompiscatole dell'energia (Puntate 305-307)

Scrive a Derrick Giuseppe Raffa:
In un centro commerciale a Guidonia (Roma) io e mia moglie siamo stati, come dire, assaltati da tre ragazzini che vendevano contratti [del principale operatore di energia elettrica]. In pratica hanno messo una penna in mano a mia moglie dicendo che doveva assolutamente firmare un foglio per chiedere [al fornitore] di abbassare la tariffa dell'energia elettrica di casa. A questo punto sono dovuto intervenire per far capire alla mia consorte che in quel momento stavano vendendo un contratto […] in cui dalla tariffa protetta si passava al libero mercato (ho fatto lo spavaldo e ho sciorinato un po' di sapienza "energetica" avendo ascoltato le tue trasmissioni...).
La questione è che questi ragazzini non davano […] quelle informazioni minime che sono indispensabili per poter scegliere, con cognizione di causa, se aderire o meno all'offerta commerciale. Il prodotto è stato offerto come una richiesta […] di abbassare la tariffa, non parlando di cambio di contratto, di tariffa protetta o di libero mercato.
Solo a una mia domanda specifica, ripetuta tre volte, il venditore ha ammesso che la firma su quel foglio e l'adesione all'offerta significava passare dalla tariffa protetta a quella di libero mercato. E non ha saputo neppure spiegare cosa questo potesse significare in caso di oscillazione dei prezzi dell'energia […].
Dopo tre giorni si è ripetuta la stessa cosa. Questa volta a casa mia, al telefono, verso le 21.00. L'operatrice questa volta lavorava per [il principale operatore del gas], ma le modalità sono state le stesse. Il contratto riguardava la vendita di gas, spacciata come una richiesta formale all’operatore di abbassare la tariffa.
[…] Ho domandato se mi stava vendendo un nuovo contratto, di libero mercato, ha ammesso di sì, ma che questo sarà comunque automatico a partire dal 2018, per cui è meglio farlo prima...
Caro Michele, ma che sta succedendo? A parere mio questa condotta è ai limiti della truffa e andrebbe denunciata all'Autority.
Che ne pensi?

Caro Giuseppe. Sì: penso che si tratti di truffe tentate da promotori di operatori energetici, soprattutto (anche nell’esperienza mia personale) dei principali e ex monopolisti. Verosimilmente le aziende energetiche coinvolte non inducono questi comportamenti nei loro venditori, ma sono decisamente recidive nell'incapacità di evitarli.

Un dipinto del 1938 di Carlos Enriques
fotografato da Derrick a l'Avana
Qualunque cliente può scegliere ormai da anni il proprio fornitore di energia, e le norme semplificano il cambio rendendo sufficiente la stipula del contratto con il nuovo fornitore, perché del recesso e della riassociazione del punto di fornitura al nuovo fornitore si occupa quest’ultimo. Il cambio è identico sia se il cliente ha già cambiato in passato, sia se non avendolo mai fatto si trova nel mercato che tu chiami “protetto” (una fornitura a una tariffa standard collegata per la parte costo energia ai mercati all’ingrosso e che si chiama “di maggior tutela”), una tariffa senza sorprese nel senso che è interamente regolata dall’Autorità per l’energia, ma meno conveniente di tante altre che si trovano sul mercato, e fluttuante sulla base del prezzo all'ingrosso della materia prima.
In ogni caso il cambio implica, come dici tu, un nuovo contratto commerciale, anche se l’operatore resta lo stesso, non certo semplici aggiornamenti o adeguamenti o manutenzioni della tariffa o della bolletta o del contatore come ho sentito dire nei vari casi di tentata truffa ai miei o altrui danni.

E la convenienza del nuovo contratto (che spesso in effetti c’è almeno per il primo anno) il venditore la deve spiegare specificando a quale componente della bolletta (che per la maggior parte ammonta a oneri che non decide il fornitore) si applicano gli eventuali sconti rispetto al vecchio.

Infine: è vero che dal 2018 la tariffa di maggior tutela verrà meno? Così era previsto per metà del 2018 nel disegno di legge concorrenza, che però, se mai verrà licenziato in Parlamento, verosimilmente rinvierà la data a inizio o metà 2019. Derrick si manterrà aggiornato in materia.


Aziende energetiche autolesioniste?

Perché i fornitori di energia, se sono in grado di battere l’offerta standard di “tutela”, si rovinano la reputazione con queste tecniche di vendita spiacevoli se non scorrette? Una ragione probabilmente è che le società energetiche non riescono a controllare il fenomeno: i venditori lavorano per agenzie remunerate spesso in base al numero di nuovi contratti e quindi hanno incentivi a farne il più possibile senza badare troppo al come.
Allora la domanda potrebbe riformularsi in: perché le aziende energetiche non danno incentivi più intelligenti alle agenzie, magari basati sulla fedeltà o la soddisfazione dei clienti acquisiti? Forse è complicato, ma di sicuro sarebbe utile.

E invece sembra che i fornitori d’energia siano caduti in un circolo vizioso: si fanno concorrenza in un modo che da un lato sta allontanando e sfiduciando i clienti, dall’altro toglie guadagni per via della remunerazione che va ai mediatori.

Cambierà tutto questo?
Lo spero, e ho anche una nota positiva: proprio quando avevo già definito la puntata 305, mi ha chiamato un promoter di una grande azienda elettrica. Ero sul chi va là e pronto a coglierlo in fallo. E invece mi ha spiegato le caratteristiche di una determinata offerta commerciale, mi ha chiesto quanto io consumi per poter stimare i risparmi rispetto alla tariffa standard (io in realtà già sono sul mercato libero), e alla fine non ha tentato di estorcermi nulla: mi ha semplicemente invitato a siglare il contratto sul web.
L’avrà fatto solo perché mi ha sentito troppo scafato? Non lo so, spero di no. Di sicuro si tratta una telefonata commerciale utile e corretta, e che magari fa prendere clienti contenti d’essere presi.


Un paio di consigli

Difficilmente una tecnica di vendita così invasiva aiuta a capire. Allora forse è meglio non comprare da venditori che la adottano, di persona o al telefono, il che significa in particolare non dare mai il nostro codice cliente (“POD”) che troviamo in bolletta, la cui conoscenza facilita ai malintenzionati il cambio di fornitura contro la nostra volontà.

Questo non significa rinunciare ai vantaggi e ai risparmi del mercato.
Abbiamo visto a Derrick che i contratti alternativi a quello standard detto di “maggior tutela” possono essere convenienti. Basta sceglierli con attenzione, meglio se direttamente sul sito web dell’azienda fornitrice, in modo da risparmiare a quest’ultima i costi dei mediatori. Di che mediatori si tratta? I venditori al telefono o porta a porta, nei casi peggiori simili a quelli descritti sopra, ma anche siti web, per esempio comparatori di prezzo. Siti utilissimi (sempreché davvero “peschino” tra tutte le offerte e non solo tra quelle dei fornitori con cui hanno accordi vantaggiosi), ma che costano ai fornitori.

Scegliere sul sito del fornitore, invece, è come andare a comprare nello spaccio di un’azienda: la filiera commerciale si riduce a zero.


Un nuovo strumento di scelta facilitata: la "tutela simile"

l’Autorità per l’Energia ha recentemente introdotto una piattaforma, accessibile solo sul web, dal nome un po’ strano “Tutela simile” - che non a caso una conduttrice televisiva ha storpiato in tutela “smile” - e che permette a chi è nella tariffa standard (la tutela vera e propria) di scegliere tra offerte per l’elettricità di molti operatori, rimanendo nell’alveo di un contratto definito dalla stessa Autorità e uguale per tutte le offerte.
Lo spirito dello strumento – come ha detto lo stesso presidente dell’Autorità Bortoni - è quello di far provare ai clienti un’esperienza di scelta sul web in ambiente semplificato, in quanto senza la necessità di controllare tutte le condizioni contrattuali per capire se dietro a uno sconto si annida qualche clausola potenzialmente svantaggiosa. E allora cosa cambia tra l’offerta di un fornitore e l’altro? Il prezzo. O meglio: uno sconto, definito bonus: una sorta di franchigia gratuita che viene attribuita al cliente con la prima bolletta.

In pratica per sapere quale offerta è più economica basta vedere chi ha il bonus più alto, e le offerte sono già ordinate dalla più conveniente. 
A livello contrattuale le offerte sono tutte uguali. Cambia l’azienda, naturalmente, e uno può avere legittimamente le sue preferenze e decidere in base a queste di pagare di più.
Tecnicamente il contratto non viene stipulato sulla piattaforma stessa, che funge da luogo di prenotazione. Ma l’offerta è comunque vincolante per il fornitore.

C’è un limite massimo al numero di contratti che un fornitore può servire, e ognuno ne mette in vendita una determinata quota pari o inferiore a tale limite. Il numero di contratti ancora disponibili per la vendita da parte di ogni operatore è specificato sul sito, e guardando quanto lentamente il numero cala si deduce che nemmeno in un ambiente protetto i clienti domestici di energia sembrano granché disponibili ad acquisti sul web.
Un po’ strano. Anzi se una critica mi sento di fare a questo strumento è che è troppo deresponsabilizzante per i clienti, che invece per l’energia come per tutto hanno interesse a saper scegliere controllando le caratteristiche di ciò che comprano. Qui, nella “tutela simile”, la scelta è elementare: basta un clic sulla base del prezzo. Eppure i clic sono pochi.

Attenzione infine solo a una cosa: il contratto di “tutela simile” dura un anno non rinnovabile. Dopo, il cliente inerte continua a essere fornito dall’azienda che ha scelto, in un contesto di mercato in cui le tutele ci sono, ma non arrivano a costringere gli operatori a usare lo stesso contratto per tutti. Quindi anche per la “tutela simile” vale la solita accortezza: occhio a cosa succede al vostro contratto nel tempo. La passività a tempo indeterminato non conviene mai.


Link utili


Ringrazio Giuseppe Raffa


martedì 28 febbraio 2017

Catalogo Minambiente dei sussidi sfavorevoli e favorevoli all'ambiente (Puntata 304)

C’è un insieme vastissimo di voci di spesa dello Stato centrale e degli enti locali che non rientra nelle pur diverse definizioni di welfare e che pure serve a facilitare la vita di miriadi di beneficiari. È il mondo dei sussidi alla produzione o al consumo di beni, nella forma di trasferimenti diretti oppure di facilitazioni d’imposta, inclusa la parafiscalità delle bollette dell’energia che da sola vale un ordine di grandezza di 10 miliardi di Euro all’anno.
Un mondo misconosciuto, forse anche a causa della eterogeneità delle voci che lo compongono, e che pure vale circa il 10% dell’intera spesa pubblica, se si include l’erosione fiscale (cioè i sussidi nella forma di facilitazioni d’imposta).

Il misterioso lago artificiale di Occhito, in Molise,
fotografato da Derrick nel 2013
È stato pubblicato a febbraio 2017 dal ministero dell’ambiente (link sotto) un catalogo dei sussidi pubblici classificati rispetto alla loro interazione favorevole o dannosa con l’ambiente. Un documento estremamente importante sia in termini di conoscenza della nostra politica economica, sia di quella ambientale. Dal primo punto di vista, questo catalogo si aggiunge al lavoro dello stu
dio della commissione Ceriani del 2011 e di Giavazzi del 2012.
Studi peraltro non sovrapponibili perché con ambiti di analisi almeno in parte diversi. Nel caso del catalogo del ministero dell’Ambiente, ciò che vi è incluso sono i trasferimenti del Governo centrale, esclusi quelli di competenza diretta del ministero dello sviluppo economico, e il sistema, o almeno la sua gran parte, della parafiscalità delle bollette energetiche. Non sono inclusi invece i trasferimenti degli enti locali (stesso ordine di grandezza di quelli centrali secondo altri studi) e i Piani Operativi Nazionali e Regionali finanziati dai fondi strutturali UE.

Ecco un numero di estrema sintesi del catalogo: i sussidi dannosi all’ambiente, all’interno degli ambiti oggetto dello studio, ammontano secondo il MATTM a oltre 16 miliardi di Euro all’anno, quasi tutti spese fiscali. Una cifra superiore, anche se di non molto, a quella dei sussidi ambientalmente favorevoli.

Ci sono casi, e qui è Derrick che esprime un’opinione, in cui l’indifendibilità di alcuni sussidi emerge dalla palese contraddizione rispetto a obiettivi di altri sussidi. I sussidi alle fonti energetiche fossili, per esempio, servono a rafforzare produzioni ridurre le quali è obiettivo dei sussidi alle fonti rinnovabili. Ora, è facile dimostrare che la penetrazione delle rinnovabili è resa più difficile dagli aiuti alle fonti fossili, i quali quindi rendono di fatto necessari maggiori sussidi alle fonti rinnovabili, generando un assurdo circolo vizioso.

Eliminare i sussidi alle fossili peraltro è quanto l’Italia si è già impegnata a fare entro il 2025 in occasione del G7 del 2016, e quanto auspicano OCSE, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. E da fare ce n’è, visto che il MATTM quantifica in oltre 11 mld/a i sussidi dannosi all’ambiente su prodotti energetici – sostanzialmente agevolazioni fiscali al consumo di fonti fossili.


Link utili:

Questo articolo è anche apparso su LabParlamento, che ringrazio, qui: http://www.labparlamento.it/thinknet/sussidi-allenergia-se-il-circolo-diventa-vizioso/

sabato 18 febbraio 2017

UE su ambiente: rischio d'infrazione per l'Italia (Puntata 303)

La volta scorsa abbiamo visto un documento della Commissione UE di inizio febbraio 2017 sull’attuazione delle politiche ambientali in Italia, che sta dando risultati insufficienti, e sulle possibili azioni di miglioramento. Uno dei settori critici è quello della salubrità dell’aria, che in alcuni grandi centri, tra cui Roma e gran parte delle città della pianura padana, sfora troppo spesso i limiti di legge senza che vengano attuati interventi efficaci.

Infrazione in arrivo?

Nei giorni scorsi la Commissione ha fatto un ulteriore passo, inviando un ultimo avvertimento di procedura di infrazione a Germania, Francia, Spagna, Regno Unito e Italia, per il mancato rispetto dei limiti previsti di biossido di azoto (NO2), che in media in Europa – scrive la Commissione - causa il triplo dei decessi di quelli da incidenti stradali. Salvo risposte convincenti dal nostro Governo, all’avvertimento seguiranno sanzioni.

Il biossido di azoto, così come il meno tossico monossido, si forma durante processi di combustione ad alta temperatura, che favoriscono l’ossidazione dell’azoto
dell’aria. In concentrazioni anomale è responsabile di malattie dell’apparato respiratorio e precursore delle polveri sottili, a loro volta dannose alla salute, e dello smog. A maggiori altitudini invece gli ossidi di azoto causano piogge acide e, nel caso del monossido d’azoto, contribuiscono all’effetto-serra.
La loro fonte principale sono i veicoli con motore a combustione, in particolare quelli diesel.

Il ministro dell’ambiente Galletti ha rilasciato dichiarazioni, riprese tra l’altro dall’Ansa, in cui ricorda come le politiche di risposta al problema hanno tempi lunghi di effetto e si dice fiducioso che la Commissione prenderà atto della congruità della risposta italiana, tra cui le politiche di controllo delle caldaie urbane per il riscaldamento e il piano di sviluppo delle colonnine di ricarica per l’auto elettrica.
Due azioni di sicuro importanti. Restano però intanto quasi inerti le politiche urbane di controllo del traffico privato (basti pensare a Roma dove qualunque auto non obsoleta – ma in pratica nessuno controlla nemmeno questo aspetto) può girare senza oneri perfino in zone centralissime come i piedi di piazza del Campidoglio o un intero lato del foro romano.

La reazione di Galletti è un po’ sintomatica di quella di molti di noi: sembra che il problema sia far star buona l’Europa, non migliorare la nostra vita, non proteggerci da un’emergenza sanitaria che riguarda noi.
Che dire? Lunga vita ai tecnocrati di Bruxelles visto che è grazie a loro che questioni così importanti vengono monitorate.

Ringrazio Massimiliano Iervolino


Altri link utili:


sabato 11 febbraio 2017

Rapporto UE di febbraio 2017 sulle politiche ambientali italiane (Puntata 302)

Nell’ambito del 7° Programma Europeo d’Azione per l’ambiente, la Commissione UE (direzione generale ambiente) ha diffuso il 3 febbraio 2017 una relazione sull’attuazione delle politiche ambientali a cui l’Italia è impegnata da norme e accordi europei. Si tratta di una relazione che copre tra gli altri gli ambiti della gestione dei rifiuti, del suolo e del rischio idrogeologico, dell’utilizzo efficiente delle risorse naturali, della protezione della qualità dell’aria e della sostenibilità della vita in città. Il documento suggerisce anche alcune politiche efficaci secondo gli estensori per perseguire gli obiettivi non raggiunti.

Vediamo alcuni dei punti. Riguardo alle performance italiane, un indicatore di come la cosiddetta economia circolare stenti in Italia sono i dati sulla differenziazione della raccolta dei rifiuti, settore in cui il nostro Paese nel 2014 era ancora lontano dall’obiettivo del 50% cui eravamo impegnati per il 2009, con il nord che pur facendo meglio della media era ancora a sua volta lontano dall’obiettivo del 2011. Quale politica potrebbe aiutarci secondo la DG Ambiente? Una tassa sui rifiuti conferiti in discarica, e il favorire la collaborazione tra Regioni, quest’ultimo punto opposto a quanto spesso prescrivono le nostre norme regionali.

Uso del suolo: l’Italia nel 2012 era il 4° paese più costruito dell’UE, il che è abbastanza impressionante se pensiamo che in Europa ci sono anche città-Stato densissimamente abitate, e con un consumo di suolo (cioè di nuovo suolo reso artificiale) dello 0,37% all’anno nel periodo 2006-2012.

Aria. Sapete quant’è secondo gli studi usati dalla Commissione il valore economico del danno da esposizione a inquinanti dell’aria, soprattutto in zone urbane, in Italia (nettamente peggiore che nella media UE)? 47 miliardi di Euro 2010. E non è solo l’inquinamento il problema delle nostre città, che sono messe molto male anche in termini di danni da traffico congestionato per tempo e reddito persi (numeri alla mano, l’Italia può ritenersi un Paese nettamente sottosviluppato per abnorme diffusione di auto private e scarso uso di trasporto pubblico urbano).
Come ovviare? I segnali economici sono lo strumento più sensato per la Commissione, che ci consiglia un’imposizione fiscale che stimoli comportamenti più virtuosi. 20 miliardi all’anno è quanto si potrebbe recuperare riparametrando le imposte ambientali (che secondo la definizione internazionale, che include per esempio il bollo auto, sono già relativamente alte rispetto alla media UE) per restituirle ai redditi da lavoro e rilanciare l’economia, di cui circa 9 arriverebbero solo dall’armonizzazione delle tasse dei carburanti nei trasporti. Una tassa per l’estrazione dell’acqua potrebbe valerne quasi 5, e anch’essa incentiverebbe comportamenti virtuosi.

Vi ricorda qualcosa questa ricetta? Sono gl’interventi proposti da Radicali Italiani e Legambiente già 3 anni fa con #Menoinquinomenopago e in parte previsti nella delega fiscale approvata dal Parlamento nel 2014 e mai attuata dagli esecutivi.

Quando il governo non trova risorse per abbassare le tasse sul lavoro, o quando per anni non è in grado di fare nemmeno un documento programmatico sull’ambiente, beh, sta di fatto proteggendo rendite che danneggiano la bellezza e salubrità del nostro patrimonio naturale e che danneggiano il potenziale innovativo della nostra economia.

Link:

domenica 5 febbraio 2017

Sicurezza o profitto? (Puntata 301)

È arrivata la sentenza di primo grado sulle responsabilità del disastro ferroviario di Viareggio, dove nella notte del 29 giugno 2009 in seguito a un guasto al carrello di un vagone merci e al conseguente ribaltamento di un serbatoio di gas di petrolio si sviluppò un incendio che si estese al difuori dell’area dei binari e causò oltre 30 morti e sconvolse la vita di molte famiglie della zona.
Le condanne in primo grado colpiscono esponenti dell’azienda proprietaria dei vagoni affittati alle ferrovie italiane, della stessa Trenitalia e di RFI, la società che gestisce la rete ferroviaria italiana, proprietà del gruppo Ferrovie dello Stato.
Tra i condannati, l’attuale AD di Leonardo, Finmeccanica, Mauro Moretti, ai tempi dell’incidente amministratore delegato delle ferrovie.
Le motivazioni della sentenza per ora non sono note, e Derrick si impegna, grazie a consulenti in grado di aiutarlo, a leggerle quando ci saranno.

Nel frattempo sono stato molto colpito da un articolo apparso su Repubblica mercoledì 1 febbraio 2017, in cui si riportano virgolettati del procuratore di Lucca, Pietro Suchan e del PM Salvatore Giannino. A quest’ultimo Repubblica attribuisce la frase: “Questa sentenza pone al centro la sicurezza e non più il profitto”. E ancora “L’incidente è nato da un errore, ma se quell’errore ha generato un disastro è perché il sistema era orientato al profitto e non alla sicurezza”.
Apparso su Repubblica il 1/2/2017

Ma cosa c’entra il profitto? Mi chiedo io. Io mi aspetto che i giudici abbiano indagato la violazione di norme sulla sicurezza o delle prestazioni stabilite dai contratti di servizio nelle diverse aziende coinvolte. Ma non mi aspetto assolutamente che si occupino di stabilire la primazia morale tra sicurezza e profitto. Se non altro, perché è una dicotomia faziosa: il diritto alla sicurezza in che modo dovrebbe essere perseguito tenendo conto della sua concorrenza con il perseguimento del profitto? Se FS fosse ancora l’azienda-carrozzone che perdeva soldi pubblici, allora un livello di sicurezza basso ma perseguito più efficacemente del profitto sarebbe accettabile?

Se è vero che la nostra Costituzione subordina agli interessi del bene comune l’iniziativa imprenditoriale (che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”), dice anche che è “la legge” che “determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata ai fini sociali”. Ora, per quanto il passaggio sia sibillino in quel riferimento vago ai “fini sociali”, se è la legge che introduce i limiti – anche in favore della sicurezza - all’attività d’impresa, non dovrebbe essere una sentenza a farlo, se non in applicazione di quella stessa legge, no?